A cantare vittoria dopo le recenti elezioni statali tedesche non è stata solo l’estrema destra dell’Afd, ma anche Sahra Wagenknecht. Tra le figure politiche più popolari in Germania, la nativa di Jena è la leader della BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht, letteralmente “Alleanza Sahra Wagenknecht). Partito che ha fondato nel gennaio 2024, dopo la rottura consumata nei mesi precedenti con Die Linke.
Il voto in Turingia e Sassonia ha confermato il potenziale intravisto alle elezioni europee, candidando la BSW a un ruolo sempre più decisivo anche a livello nazionale. Il successo elettorale solleva però anche dei dubbi sul futuro della formazione – e di conseguenza della sua leader – che ad oggi non è facile collocare nel variegato spettro politico tedesco.
Sahra Wagenknecht, prima e oltre il Muro
La militanza di Sahra Wagenknecht cominciò in un’altra epoca, quella dei due blocchi. Nella Repubblica democratica tedesca (Ddr), poco prima del crollo del Muro Wagenknecht iniziò a militare nel Partito Socialista Unificato di Germania. Per poi unirsi, una volta caduta la cortina di ferro, al suo successore, il Partito del socialismo democratico. Qui Wagenknecht cominciò a interpretare un doppio ruolo di leadership, come membro della leadership e rappresentante della Piattaforma comunista. Una fazione in cui trovavano casa gli esponenti più ortodossi, quelli più scettici nei confronti del processo di riunificazione.
L’incorporazione della vecchia Germania est nel sistema liberale nel frattempo non fu un percorso semplice. I costi sociali in questi anni furono enormi. Più di 14mila aziende furono privatizzate, più di 4 milioni di persone si trovarono senza lavoro. Le promesse di prosperità e benessere su cui l’Occidente fondava la sua narrazione sembravano scorrere su un binario parallelo, prossimo ma irraggiungibile. Anche per questo, in tanti si trasferirono oltre le macerie del muro. Un confine però è ancora in piedi, seppure anestetizzato, con un divario di opportunità che divide tutt’oggi l’una e l’altra metà del Paese. Ma non era “solo” una questione economica, bensì culturale e politica.
Stava infatti cambiando anche la stessa arena pubblica. Se l’ala maggioritaria del Partito socialdemocratico (SPD) vedeva nella cosiddetta “terza via” il proprio faro, il partito di Wagenknecht non riusciva a imporsi come una forza decisiva negli Stati della Germania occidentale. Quando Oskar Lafontaine, tra i leader dei socialdemocratici, si rivoltò contro la linea neoliberale, si prospettarono le basi per una nuova convergenza. I socialisti democratici e gli equilibri del Paese sembravano correre su binari separati. Con l’avvento del nuovo millennio, i tempi sarebbero stati maturi per tentare un nuovo salto.
Sahra Wagenknecht e Die Linke
La frattura nel SPD si consumò definitivamente con la fondazione, da parte di alcuni fuoriusciti tra cui Lafontaine, di WASG. Nel mirino degli ex militanti socialdemocratici vi erano diverse misure avanzate dal cancelliere Gerhard Schröder, giudicate in aperto contrasto con gli interessi della classe lavoratrice. La critica alle politiche economiche giungeva a gran voce anche dal gruppo di Wagenknecht, che nel frattempo annaspava a livello nazionale. Nel 2002, addirittura, aveva mancato la soglia per mettere un piede in Parlamento, prendendo meno del 5%. Le due parti iniziarono a discutere, arrivando alla costituzione di una nuova formazione: Die Linke (La Sinistra).
Posizionata all’estrema sinistra dello spettro politico, Die Linke ha sempre riunito anime anche molto diverse tra loro, sia per posizioni ideologiche che per esperienze di militanza. Tuttavia, un elemento è sempre stato in cima all’agenda: la lotta alle disuguaglianze. I primi anni peraltro coincisero con la crisi economica seguita alla rovina finanziaria di Lehman Brothers. Il partito si propose fin da subito come unico e vero protettore degli strati sociali più deboli. In pratica, dalla parte di chi era stato colpito dalla crisi e, in seguito, dall’austerità, contro chi stava approfittando della situazione per far avanzare i propri interessi.
Wagenknecht in questo periodo si affermò i vertici, divenendo vicepresidente nel 2010 e poi vicepresidente del gruppo parlamentare nel 2011. Con i primi risultati elettorali, Die Linke e Sahra Wagenknecht ottennero anche una forte attenzione – condita molto spesso da un’accesa ostilità, viste le posizioni populiste anti-establishment – sul piano mediatico. Uno spazio che Wagenknecht ha sempre saputo occupare con grande abilità. E con dichiarazioni sempre più roboanti, a causa delle quali sarebbe entrata in conflitto anche con il suo partito.
Sahra Wagenknecht e la “sinistra conservatrice”
Le prime avvisaglie di un conflitto insanabile si palesarono in una delle parentesi più drammatiche della storia recente, la cosiddetta “crisi dei rifugiati”. Un momento rivelatore per l’Ue, in cui il tema della frontiera assunse una nuova centralità, e così anche per la Germania. Attorno alle politiche migratorie di Angela Merkel, che tra il 2015 e il 2017 ricevette la metà di tutte le domande presentate nell’intera Unione europea, si sviluppò un aspro dibattito. L’Afd, da destra, lo rese il nucleo della sua propaganda. Ma le voci critiche si levarono anche all’interno di Die Linke, in particolare da Sahra Wagenknecht.
Convinta che un aumento delle migrazioni avrebbe messo in pericolo il benessere della classe lavoratrice, da allora Wagenknecht ha continuato ad opporsi strenuamente a quello che ritiene un profondo tradimento della “sinistra neoliberale”. Rea, nella sua prospettiva, di aver abbandonato la questione della giustizia sociale per concentrarsi solamente su aspetti culturali e relativi alla morale pubblica. Le sue posizioni reazionarie sono entrate sempre più in contrasto con il partito, finché il percorso suo interno non è giunto al termine. Prima di lasciare, nel 2023, si era fatta promotrice insieme alla scrittrice Alice Schwarzer del “Manifesto per la pace”. Un’iniziativa per chiedere al cancelliere Olaf Scholz di assumere un ruolo di leadership per negoziare un accordo di pace tra Ucraina e Russia.
Questa è un’altra pietra angolare della BSW, presieduta da Sarah Wagenknecht e Amira Mohamed Ali – uscita con lei da Die Linke. Nella sua breve vita, l’esperienza ha già saputo inanellare dei successi, come le elezioni statali in Turingia e Sassonia, dove ha raggiunto il terzo posto con il 15,8% e l’11,8%. Le rilevazioni indicano che oggi la forza del partito risiede proprio nella Germania orientale. Un punto di inizio promettente. Ma anche un muro da abbattere.
Fonti e approfondimenti
Grossman, V., “In Former East Germany, the Left Is Paying for Its Failures”, Jacobin, 30/08/2024
Oppelland, T. (2012). Rituals of Commemoration – Identity and Conflict: The Case of Die Linke in Germany. German Politics, 21(4), 429–443.
Pedrielli, A., “Perché l’Afd è così forte nella Germania orientale“, Lo Spiegone, 2/09/2024
Stokes, L., “Sahra Wagenknecht Divides the German Left”, Dissent Magazine, Winter 2024
Thomeczek, J. P. (2024). The Voting Potential of Bündnis Sahra Wagenknecht. Political Studies Review, 14789299241264975.
Wagner, S., Wurthmann, L. C., & Thomeczek, J. P. (2023). Bridging left and right? How Sahra Wagenknecht could change the German party landscape. Politische Vierteljahresschrift, 64(3), 621-636.


