La ricostruzione di Gaza: la risposta araba al surrealismo trumpiano

striscia gaza

Lo scorso martedì, al termine di un incontro con i leader di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato un piano per la ricostruzione della Striscia di Gaza, gravemente colpita dai bombardamenti israeliani durante il conflitto che dura dal 7 ottobre 2023.

Il progetto prevede programmi ambiziosi per garantire la sicurezza della Striscia e ripristinare le infrastrutture danneggiate. Questa iniziativa è considerata una risposta al controverso piano per il futuro della Striscia proposto da Donald Trump. Il quale prevedeva il controllo dell’area da parte degli Stati Uniti, con l’espulsione dei circa 2 milioni di palestinesi residenti e la trasformazione della zona in un centro turistico, una “Riviera del Medio Oriente”.

Il tycoon e il suo surreale futuro per la Striscia

Donald Trump ha proposto che gli Stati Uniti assumano il controllo della Striscia di Gaza come soluzione al conflitto scaturito dagli attacchi del 7 ottobre 2023. Durante un incontro a Washington con il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, Trump ha affermato che gli Usa acquisiranno questa porzione di territorio e che i palestinesi residenti saranno trasferiti altrove. 

Questa dichiarazione ha suscitato immediatamente forti critiche a livello globale. Trump ha spiegato che, secondo il suo piano, l’intera popolazione palestinese sarebbe trasferita in Paesi arabi vicini, e che gli Stati Uniti si farebbero carico della situazione. Trasformando Gaza in una meta turistica, eliminando le macerie e ricostruendo l’area. Tuttavia, non ha fornito dettagli concreti su come intende attuare questo piano. Né su come obbligherebbe la popolazione di Gaza a lasciare le proprie case.

Trump contro Gaza e oltre

Per giustificare la proposta, Trump ha sostenuto che i palestinesi desiderano tornare solo perché non avrebbero alternative su dove andare. Affermando che non ci sono motivi validi per farlo, data la situazione di Gaza, descritta come un mero cumulo di rovine.

Questa proposta rischia di compromettere ulteriormente le già scarse possibilità di pace e stabilizzazione nel Medio Oriente e di ostacolare la formazione di uno Stato palestinese autonomo in Gaza e Cisgiordania, un’eventualità sempre avversa a Netanyahu, che considera Trump uno dei suoi principali alleati internazionali. È importante sottolineare che un trasferimento forzato violerebbe la quarta Convenzione di Ginevra, un trattato fondamentale del diritto internazionale ratificato sia da Israele che dagli Stati Uniti. 

L’annuncio di Trump segna anche un cambiamento radicale rispetto alla sua precedente politica di disimpegno dal Medio Oriente del suo primo mandato. All’epoca, infatti, egli criticava con forza l’impegno delle amministrazioni precedenti nella regione. In queste prime settimane, invece, Trump ha mostrato una inclinazione imperialista e ben poco realista. Minacciando di riprendersi lo Stretto di Panama, chiedendo al Canada di diventare il “51° Stato americano” e mostrando ambizioni di controllo sulla Groenlandia.

La risposta della Lega araba 

Non si è fatta attendere la risposta della Lega Araba. La quale ha presentato e approvato una controproposta al piano post-bellico di Donald Trump per Gaza, mentre Hamas e Israele continuano a discutere sul futuro della tregua. In risposta alla visione del presidente Usa, i leader arabi, riuniti in un vertice straordinario al Cairo, hanno delineato un progetto di ricostruzione senza deportazioni forzate dei civili dalla Striscia di Gaza. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha sottolineato l’importanza di consentire al popolo palestinese di ricostruire il proprio Stato e rimanere sulla propria terra.

Il piano, sostenuto dai 22 Paesi presenti al summit, si articola in due fasi da realizzare nell’arco di quattro anni e mezzo, con un investimento complessivo di 53 miliardi di dollari. La prima fase, della durata di due anni, richiederà circa 20 miliardi, mentre la seconda, che si estenderà per due anni e mezzo, poco più di 30 miliardi. Saranno istituiti alloggi temporanei per 1,5 milioni di palestinesi in sette diverse aree, con l’obiettivo di evitare il trasferimento forzato dei civili. Un’azione che Paesi arabi definiscono come pulizia etnica.

Per avviare il piano è necessario un cessate il fuoco temporaneo, durante il quale verrà istituito un comitato temporaneo per gestire l’enclave per sei mesi e inizieranno i negoziati diretti tra Israele e i palestinesi. Negoziati mirati a una soluzione basata su due Stati, proposta che Gerusalemme rifiuta categoricamente. Egitto e Giordania si impegneranno a fornire formazione alla polizia palestinese in preparazione al dispiegamento nella Striscia, mentre il progetto contempla anche la possibilità che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite valuti l’invio di forze internazionali. 

L’Onu ha già espresso il suo pieno sostegno al piano. Il comitato che opererebbe a Gaza sarebbe composto da personalità indipendenti sotto il cappello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), con Abu Mazen che si dice pronto a tenere elezioni entro un anno. L’obiettivo principale sarà raccogliere sostegno e fondi per la ricostruzione, attraverso un fondo fiduciario supervisionato a livello globale.

Un buon punto di partenza o proposte irrealizzabili? 

La proposta di Trump è stata rapidamente criticata non solo dai Paesi arabi, ma anche da politici statunitensi, sia Democratici che Repubblicani; difatti, alla fine della conferenza stampa, ci sono state manifestazioni di protesta davanti alla Casa Bianca da parte di sostenitori della causa palestinese. Mettendo in secondo piano le numerose violazioni del diritto internazionale che tale proposta comporterebbe, il piano trumpiano per la ricostruzione di Gaza resta uno scenario irrealizzabile e privo di fondamento. 

Anche sulla proposta araba le perplessità non mancano. A fronte delle ovvie critiche da parte di Usa e Israele, gli scenari ipotizzati all’interno del piano restano lontani. Hamas e Israele sono in conflitto riguardo all’estensione della tregua, con i media che segnalano un possibile ritorno alla guerra tra dieci giorni se non si raggiunge un accordo. Israele richiede la completa smilitarizzazione di Gaza, l’uscita di Hamas e del Jihad islamico, oltre al ritorno degli ostaggi. Tuttavia, i gruppi integralisti palestinesi considerano la smilitarizzazione una linea rossa. E sollecitano la Lega Araba a intervenire per prevenire l’espulsione dei palestinesi.

Uno dei temi più complessi riguarda chi avrà il controllo della Striscia di Gaza dopo la conclusione del conflitto. Anche durante i negoziati per il cessate il fuoco, questo argomento è stato trattato in modo molto superficiale. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidata da Mahmud Abbas, leader di Fatah — il principale partito laico e moderato palestinese — è da tempo in conflitto con Hamas. L’idea che l’ANP possa assumere il governo di Gaza appare poco credibile. L’Autorità è vista come un interlocutore debole, soprattutto a causa della sua cattiva gestione delle questioni pubbliche e di un atteggiamento verso Israele che molti palestinesi considerano troppo accondiscendente.

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