Donne che lottano: dalle suffragette a Time’s Up

Per la ricorrenza della Giornata Internazionale della Donna, quest’anno abbiamo deciso di fare qualcosa di diverso. Partiremo disegnando uno sfondo di cenni storici riguardanti la scelta dell’8 marzo come data mondiale per quella che viene comunemente definita “festa della donna” e lo sviluppo del movimento femminista nel mondo. In primo piano metteremo però gruppi e associazioni formate da donne in lotta, purtroppo ancora lontana dall’essere conclusa, per la libertà di scelta sul proprio corpo, per la parità di diritti nel campo del lavoro, per la salute e per la partecipazione politica, cercando di saltare da un continente all’altro.

Per iniziare in modo tradizionale una rassegna sulle donne, è doveroso citare colei che, per definizione, viene raffigurata come la prima femminista della storia, Olympe de Gouges. Scrittrice e attivista politica francese, partecipò alla rivoluzione e, rendendosi conto che non si era davvero combattuto per i diritti del cittadino, ma per quelli dell’uomo, scrisse La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, nel 1791.

La storia del femminismo procede con quella che viene chiamata “prima ondata”, il cui obiettivo principale è la concessione dei diritti politici alle donne. Il baluardo di questa lotta sono le suffragette inglesi: prima guidate della scrittrice Millicent Fawcett, poi da Emmeline Pankhurst, dopo anni di contestazione pacifica per l’ottenimento dell’agognato diritto di voto, il gruppo decise di passare alla disobbedienza civile. A seguito di anni di manifestazioni, scioperi della fame, donne incatenate ai cancelli degli uffici pubblici, lancio di pietre e piccoli incendi, nel 1918 una limitata porzione di signore inglesi potè votare per l’elezione dei Members of Parliament. Solo nel 1928 il diritto fu esteso a tutte le donne.

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Mentre le donne inglesi ottengono il diritto di voto, in Russia l’8 marzo 1917, le donne di San Pietroburgo scesero in piazza reclamando la fine della guerra e dello zarismo, attraverso la deposizione di Nicola II. Fu questo l’evento che diede origine alla ricorrenza annuale della Giornata Internazionale della Donna, fissato ufficialmente nel 1921 dalla Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, le quali la chiamarono, in principio, Giornata Internazionale dell’Operaia.

Qualche anno dopo, nel 1923, in Egitto nasceva l’Egyptian Feminist Union, il primo gruppo femminista del paese. Affiliata con l’International Women Suffrage Alliance e diretta fino al 1947 da Huda Sha’arawi, l’Unione spingeva per l’introduzione delle regole sociali europee all’interno della società egiziana, prevalentemente islamica. L’azione era scandita da gesti plateali, ma pacifici, come la rimozione dei veli alla stazione ferroviaria del Cairo nel 1923. Le richieste spaziavano dall’uguaglianza di diritti nel settore scolastico, traguardo raggiunto in pochi anni, alla parità di diritti all’interno del nucleo familiare, la lotta per la quale non si concluse entro 1950, anno in cui il gruppo si sciolse. 

Con un salto spazio temporale, passiamo ora al Sudafrica dell’apartheid. Nel continente africano era molto comune, durante il periodo delle lotte per l’indipendenza o, in Sudafrica e in Zimbabwe, contro la minority rule, che il movimento di liberazione nazionale creasse, come sua costola, il gruppo di rappresentanza femminile. In Sudafrica, in particolare, gruppi disorganizzati di donne si erano dimostrati particolarmente attivi nella lotta alla segregazione già prima della creazione dell’ANC, avvenuta nel 1912. Nei primi anni della sua esistenza l’Africa National Congress non accettava donne al suo interno e si registrò quindi un calo drastico della partecipazione femminile nello scontro con i dominatori bianchi. Le cose cambiarono nel 1942, le donne furono ammesse e, cinque anni dopo, nel 1948, formarono la Women League dell’ANC. La loro collaborazione fu dettata dalle regole degli uomini a capo del partito, che affidavano loro mansioni come l’educazione delle nuove leve o l’organizzazione dei pasti, almeno fino al 1956, l’anno della “marcia delle donne“: per protestare contro l’imposizione del passes (una sorta di passaporto che doveva essere utilizzato all’interno del paese) per le donne nere, più di 20000 donne marciarono per le strade di Pretoria, giovedì 9 agosto. La marcia era stata organizzata dalla Federation of South African Women, di cui anche la ANCWL faceva parte. La creazione della ANCWL fu utile alle donne sudafricane per farsi spazio nell’apparato politico del paese, anche se il processo fu bloccato nel periodo della latitanza del partito.

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Negli anni ’60 e ’70 il nord del mondo si affacciava verso la “seconda ondata” di femminismo: la parità di diritti politici era ormai, almeno sulla carta, un punto saldo e il movimento femminista voleva altro
. Le donne si mettevano in moto per far approvare leggi come l’aborto, il divorzio, la parità di diritti riguardo la custodia dei figli e le proprietà. Il sentimento di riscossa femminile si espanse a partire dagli Stati Uniti, dove venne ascoltato dal presidente Roosevelt, grazie anche alla spinta della moglie Eleanor.
Poco dopo, anche le Nazioni Unite fecero i primi, almeno simbolici, passi verso il riconoscimento dei diritti delle donne nel mondo. Si ebbe nel 1975 una conferenza a Città del Messico che inaugurò l’International Women’s Year e che preparò un piano di azione per l’emancipazione della donna che i 133 governi presenti erano tenuti a seguire. Da quel momento, simili iniziative si terranno ogni cinque anni, così da aggiornare l’agenda delle necessità e poter controllare i progressi fatti.

La diffusione delle idee della seconda ondata femminista arrivò lentamente ovunque e una quantità innumerevole di organizzazioni e associazioni con gli scopi più vari si formò grazie alle donne e alla loro forza di volontà. Per continuare il nostro giro del mondo andremo ora ad analizzare due associazioni, una nata in Sud America e una creata dalle donne islamiche sparse in tutto il mondo.

La Red de Salud de Las Mujeres Latinoamericanas y del Caribe è nata grazie alla spinta di numerosi gruppi che, nel 1984 avevano partecipato al Primero Encuentro Regional de Salud de las Mujeres a Tenia, in Colombia. Gli scopi della rete si basano su un’agenda politica che unisce la volontà di far rispettare i diritti umani con i postulati femministi sviluppatisi negli anni precedenti. Sono celebri le sue campagne, come quella del 28 maggio, lanciata nel 1987, quando è stato istituito, nella data appena citata, il Día Internacional de Acción para la Salud de la Mujer, o come quella del 28 settembre, lanciata nel 2011 per promuovere l’approvazione di leggi per la legalizzazione dell’aborto nei paesi sudamericani in cui è ancora totalmente proibito, nella fattispecie El Salvador e Nicaragua. L’interesse è anche rivolto a quei paesi in cui è possibile soltanto in limitati casi quando la vita della gestante è in pericolo a causa della gravidanza, cioè Honduras e Giamaica.

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Women Living Under Muslim Law è invece una rete internazionale che offre informazione e supporto alle donne che vivono in paesi in cui la negazione dei diritti e la loro posizione subordinata a quella degli uomini, viene giustificata attraverso le regole del diritto islamico
. Il gruppo, nato nel 1984 come Action Committee of Women Living Under Muslim Laws, grazie all’azione di nove donne provenienti da nove paesi diversi, e rinominatasi con il nome che porta ancora oggi due anni dopo, ha come obiettivo principale quello di smentire le interpretazioni dell’Islam secondo le quali la donna deve essere sottomessa all’uomo, per poi offrire alle vittime supporto. Si tratta di un’organizzazione ombrello che unisce associazioni di donne in tutto il mondo, sia nei paesi in cui vige la legge islamica, sia in quelli che, pur essendo laici, vedono la presenza di comunità islamiche nel loro territorio.

Siamo arrivati ora alla “terza ondata” di femminismo, che si è sviluppata a partire dagli Stati Uniti, e in generale, dal mondo occidentale, tra la metà gli anni ’90 e il primo decennio del 2000. Lo spirito che animava le donne a muoversi di nuovo era spinto dall’idea che la seconda ondata non si fosse mai conclusa, che le donne nel mondo non avevano ancora lo stesso “peso” socio-politico che gli uomini hanno da sempre. Pur avendo ottenuto, in teoria, almeno in alcune zone del mondo, i diritti per cui hanno lottato, spesso non riescono a farli valere a causa dei pregiudizi che sono difficili da eliminare in una società, quella del mondo intero, che ha per secoli disegnato sé stessa come patriarcale. Si accusavano anche i media, per la strumentalizzazione del corpo femminile come oggetto pubblicitario. Si protestava per la disparità di cariche, salari e stipendi nel mondo del lavoro.

Anche l’India ha un forte movimento femminile, con gruppi che si creano spesso per caso, spontaneamente, a causa di un avvenimento che è in grado di indignare le donne al punto di spingerle ad agire concretamente. Un esempio è la Gulabi Gang, la gang rosa, che nasce in risposta alle numerose violenze contro le donne, domestiche e non. Nel 2004, Sampat Pal Devi, venne a conoscenza del fatto che una sua amica era stata picchiata dal marito e, andando a denunciare il fatto alla polizia, era stata ignorata dagli agenti. Così, riunendo un gruppo di una trentina di donne del villaggio, si era recata davanti a casa della vittima e aveva umiliato pubblicamente il marito violento. La gang è ora formata da donne di tutte le età, che solitamente indossano sari rosa, e dal 2010 ha fatto sentire la propria voce in gran parte del nord dell’India, insediandosi nelle strade e nelle istituzioni.

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La questione della violenza sulla donne, degli stupri e dei femminicidi non era stata finora toccata, ma è una delle ragioni che ha spinto ognuno dei gruppi sopracitati a formarsi, a partire dalle suffragette inglesi. Nella tragicità degli eventi violenti contro le donne, c’è un accenno di positività: l’uomo usa la violenza quando non ha altre armi, quando la donna ha già vinto, quando ha già iniziato il suo processo di emancipazione e, nel caso in cui volesse, potrebbe fare a meno dello stereotipo della coppia uomo-donna, della famiglia e dei figli. Questo sono i numeri a testimoniarlo, nelle società occidentali la quantità di violenze e femminicidi supera l’immaginabile.

La rassegna si conclude con la “quarta ondata”, che si collega perfettamente con l’argomento della violenza sulle donne, appena trattato. I media rivestono un ruolo particolarmente importante e spesso figure di spicco, come cantanti o attrici, sponsorizzano i nuovi movimenti femministi. Qui, come nell’esempio della Gulabi Gang indiana, spesso i movimenti si creano in risposta a specifici eventi, come le accuse a Bill Cosby o ad Harvey Weinstein. L’ultima creazione scaturita dalle idee della “quarta ondata”, ancora in corso, è l’organizzazione Time’s Up, sponsorizzata, tra le tante, anche da Emma Watson. Il gruppo, formatosi per volere di centinaia di donne dello spettacolo, ha l’obiettivo di sensibilizzare le donne, di ogni classe sociale, a denunciare le violenze subite, a non avere paura e a collaborare per fermare il fenomeno.

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In questo percorso abbiamo esaminato esempi di gruppi di donne virtuose, che vedendo lesi i propri diritti hanno deciso di tirarsi su le maniche e decidere di fare qualcosa. Questo è il lato positivo. Nel frattempo in alcune zone del mondo la situazione femminile sembra rimasta a qualche centinaio di anni fa. In altre si ha un benessere femminile di facciata, si creano i numeri che servono per raggiungere le vette del Gender Gap Index del World Economic Forum, ma poi si lasciano in piedi credenze sociali che impediscono alle donne di usufruire dei diritti che uno stato poco attento concede loro.

Come già accennato, nemmeno nel super evoluto mondo occidentale violenze, discriminazioni e fattori di subordinazione sono assenti. Le donne nel 2018 lottano per molti dei diritti per cui lottavano le suffragette tra ‘800 e ‘900: pari rappresentanza a livello politico, uguali trattamenti sul posto di lavoro e la possibilità di poter decidere ciò che fare del proprio corpo e della propria sessualità, senza doversi sentire etichettate con epiteti poco simpatici. Se per ottenere questo servono quote rosa, leggi che obblighino i datori di lavoro ad evitare discriminazioni di genere e l’inasprimento delle pene per spaventare chi usa la violenza contro il genere femminile, significa che ancora, purtroppo, la società non è pronta ad un vero cambiamento.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-40677494

28 de Septiembre

http://www.lasociedadcivil.org/wp-content/uploads/2014/11/alop_informe_regional_00_pp_mujeres_al_txt_completo11.pdf

http://womensleague.anc.org.za/show.php?id=3038

https://www.wilsoncenter.org/sites/default/files/islamicfeminism.pdf

https://www.opendemocracy.net/north-africa-west-asia/rana-magdy/egyptian-feminist-movement-brief-history

http://www.efuegypt.org/en/About.aspx

International Women’s Day 2018: Five mass movements spearheaded by women in India

8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna: la vera storia

https://www.timesupnow.com

 

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