Perché la “Festa” della Donna è la lotta di tutte e tutti

Oggi è la Giornata internazionale della donna, in Italia spesso denominata come “Festa”. Una ricorrenza in cui vieni bersagliata da sconti speciali per qualsiasi cosa, dal profumo costosissimo che ti farà sentire una vera donna, alla t-shirt con scritto sopra “girl power” che invece ti renderà socialmente impegnata. I locali notturni si riempiono di eventi a tema, fatti apposta per invogliarti a uscire e “festeggiare”. La gente ti regala le mimose e ti fa gli auguri, come se fosse il tuo compleanno. Ma auguri di che? Cosa ci sarebbe esattamente da festeggiare, secondo voi?

Tutto questo turbinio di feste e consumi rischia di farci perdere di vista il vero significato di ricorrenza: destare attenzione e consapevolezza su una questione che tocca tutti molto da vicino. A me, personalmente, questa Giornata un po’ rattrista e un po’ fa arrabbiare. Sia perché i riti tribali del capitalismo edonista rischiano di oscurare questa opportunità di riflessione, sia perché al contempo i mass media e le istituzioni non mancano di ricordarci tutti i motivi per cui noi donne abbiamo bisogno di essere al centro di un’occasione del genere, in quanto categoria socialmente svantaggiata. Ci dipingono come una specie di panda del WWF, con l’unica differenza che noi donne non ci stiamo estinguendo, anzi.

Non che questo sia l’unico momento dell’anno in cui provare rabbia, se pensiamo alle cose che succedono continuamente a noi donne. Nel nostro Paese, la disuguaglianza e la violenza di genere sono all’ordine del giorno (ricordiamocelo, quando puntiamo il dito verso altre parti del mondo solo perché culturalmente diverse). Le italiane sono ancora fra le più disoccupate d’Europa e, anche quando trovano un lavoro, sono comunque pagate meno degli uomini (quasi 3000 euro all’anno in meno, nel settore privato), fanno molta più fatica a raggiungere posizioni apicali e devono ancora sobbarcarsi la maggior parte del lavoro domestico e familiare (10 ore in più a settimana, secondo i dati Ocse del 2010).

Lo Stato considera ancora gli assorbenti un bene di lusso al pari del tartufo e nemmeno l’accesso alla contraccezione è così facile ed economico. L’obiezione di coscienza di moltissimi medici impedisce ancora di esercitare il diritto all’aborto in maniera libera e priva di stigma in ogni parte d’Italia. Il sex work resta un argomento tabù, di cui le istituzioni politiche non vogliono davvero occuparsi, se non a fini propagandistici. In tutto questo, non mancano nemmeno le violenze fisiche e psicologiche, le molestie sessuali e gli stupri perpetrati dagli uomini sulle donne. A novembre 2019, il numero dei femminicidi era già 95: quasi una vittima ogni 3 giorni, la maggior parte delle quali uccise in ambito familiare o di coppia.

infograficaViolenzaDonne_1
I dati sulla violenza sono riferiti al 2014 (donne fra i 16 e 70 anni), i dati sui centri antiviolenza al 2017, mentre i dati sugli omicidi volontari sono stati raccolti dal Ministero dell’Interno in riferimento a donne di qualsiasi età. Fonte: Istat

È questo quello di cui si parla di solito durante la Festa della donna. È la realtà che ci circonda, di cui noi donne facciamo esperienza ogni giorno. Quindi, per quanto penosa possa essere, è importante che venga portata alla luce, che si denuncino certe situazioni per cercare di porvi rimedio. Si è perfino cominciato a riconoscere il ruolo pervasivo che gli stereotipi di genere rivestono nel funzionamento del sistema patriarcale.

L’Istat ha svolto una ricerca particolarmente significativa, nel 2018, in cui è emerso che il 58,8% della popolazione (senza particolari differenze tra uomini e donne) si ritrova in stereotipi come: “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro”, “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche”, oppure “è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia”.

infograficaViolenzaDonne_2
Dati riferiti all’anno 2018, a persone fra i 18 e i 74 anni. Fonte: Istat

Rispetto alla violenza di genere, di fronte alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne, il 77,7% degli intervistati ha risposto “perché le donne sono considerate oggetti di proprietà”, mentre il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti “perché non sopportano l’emancipazione femminile”. Inoltre, il 17,7% delle persone considera accettabile sempre, o “in alcune circostanze”, che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria compagna.

infograficaViolenzaDonne_3
Dati riferiti all’anno 2018, a persone fra i 18 e i 74 anni. Fonte: Istat

Per secoli, infatti, le donne sono state trattate dagli uomini come delle creature bisognose di protezione e di guida, troppo emotive e “isteriche” per partecipare alla vita pubblica e prendere decisioni autonome. Certi preconcetti mentali e culturali ci hanno vincolato a lungo all’autorità dei padri, e poi a quella dei mariti, senza diritti civili né politici. Oggi, che finalmente questi diritti ce li siamo conquistati con sangue e sudore, sembra quasi che la società occidentale stia tornando lentamente indietro, invece di proseguire sul cammino del progresso verso l’uguaglianza sostanziale.

In questa Giornata, quindi, dovremmo interrogarci se quello che stiamo facendo per cambiare il sistema sia veramente efficace e se il nostro approccio per contrastare gli stereotipi non si stia rivelando, esso stesso, stereotipato. Stereotipi e pregiudizi sono componenti ineliminabili della vita umana: li costruiamo inconsciamente attraverso un processo di categorizzazione e generalizzazione, nel tentativo di semplificare la realtà per potercisi orientare. Rappresentano la nostra esigenza di certezze in un mondo che di certo non ha proprio niente.

Pertanto, questi stereotipi possono essere sia negativi che positivi. Sostenere che una donna è più debole di un uomo è uno stereotipo negativo; sostenere che una donna è più forte/brava/bella/multitasking di un uomo, invece, è uno stereotipo positivo. A prima vista, uno stereotipo positivo può sembrare innocuo, soprattutto se confrontato con uno negativo, ma non lo è affatto. Anzi, forse è lo stereotipo più pericoloso di tutti, perché viene subdolamente mascherato dalla lusinga e dalla benevolenza.

In quanto autrice, non posso fare a meno di riflettere sul ruolo degli stereotipi all’interno della narrazione dei media e del dibattito pubblico, in grado di generare e rinforzare rappresentazioni potenti nell’immaginario sociale. In questo senso, ultimamente, c’è una domanda che mi pongo in modo sempre più urgente: siamo in grado di considerare la soggettività femminile per quello che è realmente, al di fuori di certi schemi?

Che sia positivo o negativo, lo stereotipo finisce col dare una lettura estremamente parziale della realtà, in questo caso femminile. Il punto che sembra sfuggire a molti commentatori è: la donna non è fragile e non è nemmeno forte, ma è un essere umano capace di atti orribili e incredibili tanto quanto l’uomo. Capace anche di esercitare violenza fisica e psicologica, o quantomeno di negoziare il proprio ruolo all’interno di un contesto violento.

I media hanno la generale tendenza a porre il focus delle notizie sull’uomo, su quello che pensa e quello che fa. Anche la ricerca dell’Istat sopracitata, per dire, ha messo l’uomo al centro della formulazione dei suoi quesiti – e quindi dell’azione. La donna di solito è rappresentata come vittima, a volte da colpevolizzare, molto più spesso da compatire. Eppure, le donne sono molto più resilienti e reattive di come vengono descritte, perfino nei casi di violenza nell’ambito della coppia che i giornali amano tanto mettere in prima pagina. Ma questa vittimizzazione costante veicola un senso di passività e impotenza che, a volte, mi sembra quasi più schiacciante della sopraffazione maschile.

Inoltre, in questo modo, vengono completamente oscurati i modi in cui anche le donne interiorizzano gli stereotipi e i valori del patriarcato, diventando ingranaggio dello status quo invece di sovvertirlo. D’altronde, adeguarsi al modello maschile è un requisito fortemente richiesto al giorno d’oggi per farsi strada nel mondo, anche agli uomini stessi. La mascolinità è un peso tanto quanto la femminilità, in senso tradizionale. Per questo è altrettanto indispensabile che gli uomini partecipino al nostro fianco nella lotta contro il patriarcato, se vogliamo dare vita a una società più equa in cui tutti siano veramente liberi e uguali. Molti hanno già iniziato a farlo, ma non sono abbastanza per fare una reale differenza.

È importante puntare i riflettori su questi meccanismi, non tanto per colpevolizzare ancora una volta le donne, per puntarci il dito contro a vicenda, ma per mettere seriamente in discussione il nostro intero sistema di genere. Obiettivo che, prima di tutto, richiede di mettere in discussione noi stessi, uomini e donne, e di creare un movimento che sia solidale e inclusivo verso tutti, a livello nazionale quanto globale.

È terribilmente sconfortante vedere alcune sedicenti femministe che ostracizzano dalla lotta le donne transgender perché non sono donne “naturali”, o addirittura altre donne cisgender (ossia che si riconoscono nel sesso con il quale sono nate) perché non si conformano alla loro idea di attivismo. L’oppressione patriarcale è trasversale a qualsiasi altra divisione sociale, che sia di classe, cultura, religione o etnia. Chi ha il diritto di tracciare una linea fra il dentro e il fuori del movimento femminista, fintantoché gli obiettivi comuni sono chiari e condivisi? La risposta giusta dovrebbe essere: nessun*.

 

Rispondi