“A day of national shame”: il governo May travolto dallo scandalo immigrazione

Lunedi 30 aprile, dopo settimane di proteste dell’opposizione, la Segretaria dell’Home Office britannico (Ministra dell’Interno) Amber Rudd ha presentato le proprie dimissioni a Theresa May. Tra i fatti che hanno portato Rudd a dimettersi vi è la disastrosa gestione del caso Windrush, emerso qualche mese fa grazie a rivelazioni del quotidiano The Guardian, ma portato sulle prime pagine con il recente summit del Commonwealth, tenutosi a Londra tra il 16 e il 20 aprile 2018.

In questa occasione, 12 capi di Stato e di Governo dei Paesi caraibici hanno chiesto un confronto con May sullo status della “generazione Windrush”: un gruppo d’immigrati arrivati nel Regno Unito tra il 1948 e il 1971 su esplicita richiesta del governo per soddisfare la richiesta di manodopera a basso costo, che oggi rischiano di perdere la casa, il lavoro, o addirittura di essere espulsi. Dopo aver inizialmente rifiutato l’incontro, May ha dovuto cedere alle pressioni del Parlamento e dell’opinione pubblica: tuttavia, le scuse ufficiali e la promessa di avviare un’indagine completa sull’accaduto non sono bastati a placare il malcontento.

Ma chi è la generazione Windrush e perché può influenzare il dibattito sulla Brexit?

Chi è la “generazione Windrush”?

La generazione Windrush prende il nome della HMT Empire Windrush, nave della Marina britannica, proveniente dalla Giamaica, che il 22 giugno 1948 attraccò a Tilbury Docks, nell’Essex, sbarcando il primo gruppo di immigrati provenienti dal Commonwealth, principalmente dai Paesi caraibici. Fu l’inizio di un’ondata d’immigrazione durata circa due decenni e agevolata dalla legge sulla cittadinanza del 1948, che istituiva la “Cittadinanza del Regno Unito e delle Colonie” e garantiva libertà di movimento all’interno del Commonwealth. Il flusso degli arrivi era eterogeneo: non solo lavoratori, ma anche – insieme a essi o in un momento successivo – le loro famiglie, tra cui molti bambini. Questi ultimi, non avendo ancora raggiunto la maggiore età, non avevano documenti propri ed erano registrati sul passaporto dei parenti maggiorenni (genitori o fratelli).

Nel 1971, una nuova legge sull’immigrazione più restrittiva stabilì che, a partire dal 1973, i cittadini del Commonwealth avrebbero avuto diritto solo a un permesso di soggiorno temporaneo; a tutti coloro che erano entrati nel Paese tra il 1948 e il 1971, invece, era garantito il right of abode, sostanzialmente un permesso di soggiorno permanente, che consentiva di risiedere stabilmente nel Paese e di entrare e uscire liberamente. Non equivaleva tuttavia alla cittadinanza: gli immigrati stessi dovevano farsi carico degli adempimenti necessari qualora volessero ottenerla.

La generazione Windrush, dunque, si radica stabilmente nel Regno Unito – una colonizzazione al contrario, come definita da molti – senza difficoltà fino al 2012, quando una nuova legge sull’immigrazione, promossa da Theresa May (alla guida dell’Home Office dal 2010 al 2016), studiata per creare un “ambiente ostile” all’immigrazione illegale, entra in vigore. In base alla nuova normativa, diventa obbligatorio presentare i propri documenti per stipulare un contratto di lavoro o di affitto, accedere al sistema sanitario nazionale o beneficiare di sussidi statali. È qui che inizia a crearsi il caso: alcuni cittadini della generazione Windrush iniziano a ricevere lettere di espulsione dall’Home Office, comunicazioni di sfratto, lettere di licenziamento, o vengono loro negate le prestazioni mediche.

Il problema interessa principalmente coloro che avevano fatto ingresso nel Paese senza un passaporto proprio, bensì registrati su quello dei parenti maggiorenni: l’Home Office non ha mai conservato tracce del loro arrivo e dunque non ha mai riconosciuto loro il right of abode. Pertanto, pur risiedendo nel Paese da decenni,  questi sono improvvisamente diventati immigrati illegali. Alcuni, peraltro, non avevano mai fatto richiesta di cittadinanza perché credevano di essere già cittadini britannici: erano infatti entrati nel Paese negli anni Sessanta, quando ancora i propri Paesi di provenienza facevano parte dell’Impero britannico, beneficiando dunque dello status di “Cittadino del Regno Unito e delle Colonie”.

Una risposta deludente

Lo scandalo che ha travolto il governo May è sintomo di un malessere più profondo: il mancato riconoscimento del contributo che gli immigrati del Commonwealth hanno portato all’economia e alla società britanniche, e l’ostinazione a perseguire una politica anti-immigrazione a tutti i costi, senza considerare l’impatto sugli individui. Intervenendo di fronte alla Camera dei Comuni il 23 aprile, Amber Rudd ha dettato la linea del governo: il riconoscimento della cittadinanza a tutti i membri della generazione Windrush. A tal scopo, sono state istituite una linea telefonica e un sito web dove gli interessati troveranno il supporto e le informazioni necessarie a regolarizzare la propria condizione; è stata inoltre creata una procedura accelerata, eccezionalmente gratuita e con requisiti meno stringenti, per ottenere la cittadinanza. Molti, tuttavia, considerano questa risposta tardiva e insufficiente.

Rimangono molte perplessità su uno scandalo che non si sarebbe mai dovuto verificare. Stando a un’intervista rilasciata a The Guardian da un ex dipendente, nel 2010, durante un trasloco, l’Home Office distrusse gran parte della documentazione risalente agli anni Cinquanta e Sessanta, che avrebbe potuto dimostrare il diritto della generazione Windrush al permesso di soggiorno permanente. Inoltre, la questione ha assunto contorni sempre meno chiari, quando si è scoperto che, nei mesi successivi all’introduzione della legge May sull’immigrazione, fonti interne al ministero avevano segnalato il rischio che si verificassero casi come quello attuale. Peraltro, ancora non si è stabilito in quanti si trovino in questa condizione: il Migration Observatory dell’Università di Oxford stima che ci siano 57 mila persone coinvolte (principalmente dai Paesi caraibici, ma non solo): questo dato, tuttavia, include tutti coloro che non hanno la cittadinanza britannica, ma non indica quanti tra questi non possiedano un Indefinite Leave to Remain, ossia il permesso di soggiorno permanente.

 

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Dettagli poco chiari

Altrettanto preoccupante è che il governo stesso sembra non avere idea delle proporzioni del problema. David Lidington, Ministro dell’Ufficio di Gabinetto (analogo a un vice-primo ministro) ha affermato che il governo non è a conoscenza di casi di espulsione, ma diverse testimonianze sembrano mettere in dubbio quest’affermazione: da mesi, membri della generazione Windrush si trovano confinati in centri per l’immigrazione o hanno ricevuto lettere dall’Home Office che notificano l’espulsione dal Paese. Altri hanno perso la casa e sono costretti a dormire per strada o da amici, o rischiano la vita perché non possono accedere a cure essenziali. Una tragedia di proporzioni difficilmente misurabili, vista la mancanza di documenti ufficiali e i maldestri tentativi da parte del governo di occultarne le reali dimensioni.

Non è stato tuttavia questo fatto, benché grave, che ha spinto Amber Rudd a rassegnare le proprie dimissioni, bensì la scoperta che esistevano dei veri e propri obiettivi annuali per le espulsioni. Inizialmente, la Segretaria aveva negato l’esistenza di un programma simile; successivamente l’aveva ammesso, ma aveva dichiarato di non esserne stata informata. È stata presto smentita dalla pubblicazione di un memo interno al ministero (risalente al luglio 2017), che fissava dei target annuali di espulsioni (12.800 per il 2017-2018) e puntava a un incremento del 10 per cento, “come assicurato al ministro”. Il documento dava dunque a intendere che Rudd fosse a conoscenza di questi obiettivi e anzi li avesse promossi personalmente. Con una credibilità ormai totalmente compromessa, sottoposta ai costanti attacchi dell’opposizione, Amber Rudd si è infine dimessa.

Ripensare le politiche migratorie

Sajid Javid, il nuovo Segretario, è figlio d’immigrati pakistani: un segnale di riconciliazione da parte di Theresa May, sia nei confronti dell’elettorato, sia verso il resto del Commonwealth, con il quale i rapporti sono sempre più tesi. Sembra però improbabile che questa mossa riesca a salvare dalla crisi il governo, indebolito da scandali, dimissioni e da un Parlamento ostile sulla Brexit. Il caso Windrush, tra l’altro, preoccupa Bruxelles: in molti, tra cui l’europarlamentare dell’Alde Guy Verhofstadt, avvertono che, dopo la Brexit, i cittadini dell’Unione residenti nel Regno Unito potrebbero trovarsi nella stessa drammatica condizione.

Con lo scandalo Windrush, Theresa May ha perso un’occasione importante per rilanciare i rapporti con il Commonwealth e dare nuova linfa all’economia britannica, le cui prospettive, con l’incombere della Brexit, sono sempre meno rosee. Ciò che più preoccupa, però, è l’incapacità del Paese di ammettere le proprie responsabilità storiche e il debito nei confronti delle ex-colonie e dei cittadini della generazione Windrush. Il 16 aprile, data del primo confronto tra Amber Rudd e la Camera dei Comuni, era stato definito dal parlamentare laburista David Lammy una “giornata di vergogna nazionale”.

Le dimensioni dello scandalo, tuttavia, suggeriscono l’esistenza di una crisi sistemica: politiche anti-immigrazione ossessionate da target e proclami populisti e dimentiche del proprio impatto sugli individui, e un’incapacità di fare i conti con il proprio controverso passato coloniale. Per risolvere questa crisi, non basterà una sola giornata di vergogna. 

 

Fonti e approfondimenti:

BBC, “Amber Rudd: Windrush generation treatment ‘appalling’”, 16/04/2018

BBC, “Windrush generation: Dozens of new cases investigated”, 17/04/2018

BBC, “Windrush generation: Theresa May apologises to Caribbean Leaders”, 17/04/2018

Business Insider, “No known cases of deported ‘Windrush’ residents, Britain says”, 17/04/2018

Intervento di Amber Rudd alla Camera dei Comuni sul caso Windrush, 23/04/2018

Linee guida per i cittadini del Commonwealth privi di documenti (generazione Windrush) pubblicate dall’Home Office

Politico EU, “Immigration scandal takes shine off Commonwealth summit”, 18/04/2018

The Atlantic, “When Even Legal Residents Face Deportation”, 19/04/2018

The Guardian, “Caribbean nations demand solution to illegal immigrants’ anomaly”, 12/04/2018

The Guardian, “Home Office destroyed Windrush landing cards, says ex-staffer”, 17/04/2018

The Guardian, “Home secretary Amber Rudd quits as immigration crisis grows – as it happened”, 30/04/2018

The Guardian, “Immigration bill: Theresa May defends plans to create ‘hostile environment’”, 1/10/2013

The Guardian, “Man who moved from Antigua 59 years ago told he is in UK illegally”, 30/03/2018

The Guardian, “Windrush-era citizens row: timeline of key events”, 16/04/2018

The Independent, “Government threatening UK residents with deportation on charter flight to Jamaica, despite Windrush assurances”, 29/04/2018

The Independent, “Windrush scandal ‘deeply worrying’ for EU citizens who fear similar post-Brexit treatment, says Guy Verhofstadt”, 16/04/2018

The Migration Observatory, “Commonwealth Migrants arriving before 1971, year ending June 2017

 

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