Cambogia, il Regno dei diritti negati

Dopo aver descritto la drammatica storia contemporanea del Regno di Cambogia, è utile andare ad analizzare la vita politica e la situazione dei diritti umani nel piccolo Stato del sudest asiatico.

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI), la popolazione del Regno di Cambogia, nel 2018, contava 16,253 milioni di abitanti ed era composta quasi interamente da membri del gruppo etnico Khmer (97.6%), con minoranze Cham (1.2%), Vietnamiti (0.1%), Cinesi (0.2%) e di altri gruppi(0.9%).

La popolazione si concentra prevalentemente nelle campagne, circa l’80% vive in zone rurali e approssimativamente il 65% dei Khmer basa la propria sopravvivenza su attività agricole. Per quanto riguarda la composizione anagrafica della popolazione, il 65% dei Cambogiani ha meno di 30 anni e nel 2017 l’età media della popolazione era di 23,9 anni: questo rende la Cambogia un Paese estremamente giovane e pronto ad affrontare le sfide del futuro, se dotato dei giusti strumenti. “Fornire ai giovani educazione di qualità e competenze è cruciale per assicurare che la Cambogia si muova verso l’uguaglianza e la ricchezza per tutti i suoi cittadini”, ha dichiarato il governo stesso.

La chiusura forzata della stampa e delle associazioni cambogiane

La situazione riguardante i diritti umani presenta numerosi problemi e difficoltà, come confermato anche dalla risoluzione del Parlamento europeo del settembre 2017. Il Parlamento europeo ha cercato di mettere in luce le numerose violazioni di libertà e diritti umani, perpetrate sistematicamente, che rendono il Paese decisamente contestabile a livello internazionale. Per rendere più chiara la situazione si possono citare due casi. Il primo riguarda la chiusura forzata del The Cambodia Daily, una delle poche fonti di informazione indipendenti, nel giugno 2017.

L’altro concerne il caso dell’arresto, il 3 settembre 2017, e la successiva incarcerazione di Kem Sokha, leader dell’opposizione (il Cambodia National Rescue Party). In seguito venne bandito dalla vita politica del Paese per cinque anni, senza nessun rispetto per la garanzia di condurre un giusto processo, senza alcun mandato e senza nessun accesso a un avvocato e inottemperanza al rispetto per la sua immunità parlamentare. Questo ha indotto Kem Sokha a un esilio autoimposto.

Altre azioni del governo minacciano quotidianamente le libertà fondamentali: numerose stazioni radio sono state chiuse; in aprile 2016 cinque difensori dei diritti umani dell’Associazione per I Diritti Umani e lo Sviluppo in Cambogia sono stati detenuti per più di 400 giorni con l’accusa di corruzione e sono parecchi i casi di attivisti, oppositori e difensori dei diritti umani arbitrariamente arrestati, spesso senza un capo d’accusa valido.

Le statistiche preoccupanti sulla libertà individuale

Secondo i dati dell’UNDP nel 2018, la Cambogia risulta 146esima su 189 Paesi per quanto riguarda l’Indice di Sviluppo Umano. Sempre nel 2018 era al 101esimo posto su 186 dell’Indice delle Libertà Economiche, al di sotto della media asiatica e mondiale. La Cambogia risulta nella categoria di “economia per lo più non libera”, perdendo 0.8 punti rispetto al 2017. L’indice sottolinea lo stato preoccupante del Paese, e il peggioramento causato dal declino dei diritti di proprietà, le libertà di lavoro e la condizione fiscale.

Inoltre, si è classificata 138esima su 158 nel 2012 per l’Indice di Ineguaglianza di Genere. Nel 2015, risultò tra i Paesi peggiori a livello mondiale per quanto riguarda l’Indice dei Diritti Globali della Confederazione internazionale dei sindacati, classificata come Paese “senza garanzie per i diritti”. Nello stesso anno, l’Indice di Stato di Diritto del Progetto Americano per la Giustizia Mondiale, classificò la Cambogia al 99esimo posto su 102 a causa del potere giudiziario non indipendente, la mancata neutralità dei giudici, i frequenti fallimenti nell’implementazione delle leggi e la diffusa corruzione: risultò il peggior Paese della regione asiatica e del Pacifico.

Le leggi sulla (non) libertà di associazione

In un clima così ostile, il lavoro delle ONG e delle associazioni è ulteriormente limitato dalla Legge sulle Associazioni e le Organizzazioni Non-Governative (LANGO) del 2015, altamente criticata a livello internazionale. La legge, che promuove una maggiore collaborazione tra il governo e le ONG, in realtà è uno strumento di controllo per monitorare l’operato di attivisti e presunti oppositori. Secondo le leggi, le ONG devono essere registrate al ministro dell’interno, devono essere neutre, non avere alleati politici, rispettare le leggi e collaborare con le autorità.

Il controllo è diventato così forte da restringere nettamente lo spazio della società civile, limitandone diritti e libertà, come il diritto di assemblea. Concettualmente, la legge è positiva, promuove la cooperazione tra le diverse entità del Regno, ma il carattere vago dei suoi articoli rende la sua interpretazione arbitraria, lasciando libero potere di esecuzione alle autorità.

Le ONG non possono più lavorare apertamente: per ogni attività devono richiedere autorizzazioni, con almeno tre giorni di anticipo per le attività nelle comunità, e rendere tutto pubblico e conosciuto dalle autorità. “Questa non è collaborazione, questo è controllo”, ha dichiarato Ang Cheatlom, presidente dell’associazione Ponlok Khmer.

In novembre, il ministro degli interni Sar Kheng ha annunciato la volontà di eliminare la norma che prevede almeno tre giorni di preavviso per le ONG per svolgere attività sul campo: per ora rimane una dichiarazione, solo nei prossimi mesi sarà possibile giudicarne la veridicità.

La Commissione Internazionale dei Giuristi ha descritto la LANGO come una legge che “pone ostacoli e limitazioni alle attività delle ONG”, restringendo la libertà di associazione e di espressione, in opposizione agli standard e alle leggi internazionali. L’opinione della Commissione, non giuridicamente vincolante in nessun senso, non è mai stata presa in considerazione dal governo cambogiano.

Le contraddizioni cambogiane sulla tutela dei diritti

Nonostante la situazione catastrofica, è importante ricordare che la Cambogia ha firmato e ratificato numerose convenzioni e dichiarazioni sui diritti umani, tutte inserite nella Costituzione del 1993 all’art. 31: Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (1992), Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (1992), Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1992), Convenzione sui diritti dei bambini (1992), Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (1992), Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (1995), Convenzione sul bando delle mine anti-persona (1999), Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni (2007), Convenzione dei diritti delle persone con disabilità (2012). Già negli accordi di Parigi del 1991, la Cambogia dichiarò, tramite l’art 15, la sua intenzione e il suo impegno a supporto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Conclusioni

In gennaio 2019, a Ginevra, in occasione della terza Revisione Periodica Universale, la Cambogia ha ricevuto da 73 Stati membri dell’ONU ben 202 raccomandazioni per migliorare l’attuale situazione concernente i diritti umani all’interno del Regno. Le preoccupazioni sono diverse e provengono da numerosi Paesi, i quali criticano in particolare lo schieramento antidemocratico del governo contro l’opposizione di Kem Sokha e le limitazioni alla libertà di espressione e assemblea.

È necessario garantire un’estensione del raggio di azione di ONG, associazioni, politici ma anche dei cittadini stessi all’interno dello spazio politico del Paese, per permettere un reale cambiamento nella direzione della protezione dei diritti umani. Allo stesso tempo però, i delegati di alcuni Paesi, tra i quali Cina, Singapore e Russia, hanno invece voluto esprimere il loro supporto e riconoscimento al governo di Hun Sen che “sta facendo grandi sforzi per combattere la povertà estrema, promuovere uno sviluppo sostenibile, e migliorare educazione e salute”, come affermato dalla delegata russa Anastasia Bagdatieva.

Il governo cambogiano, tramite Keo Remy, ha poi espresso il suo rammarico nei confronti della comunità internazionale: “È davvero spiacevole vedere che le azioni legittime di uno Stato sovrano sono state politicizzate sotto la bandiera dei diritti umani e della democrazia a causa dell’interesse geopolitico di altri Stati”.

Fonti e Approfondimenti

Commissione Internazionale dei Giuristi, (2017), Cambodia and the Rule of Law: UN Statement

Fondo Monetario Internazionale, http://www.imf.org/en/Countries/KHM

Indice delle Libertà Economiche 2018, https://www.heritage.org/index/country/cambodia#rule-of-law

Indice di Sviluppo Umano, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo http://hdr.undp.org/en/countries/profiles/KHM

Indice di Stato di Diritto del Progetto Americano per la Giustizia Mondiale http://data.worldjusticeproject.org/#/groups/KHM

Niem Chheng, (2019) Cambodia receives UN human rights guidance, The Phnom Penh Post

Organizzazione delle Nazioni Unite in Cambogia, http://kh.one.un.org/content/unct/cambodia/en/home/who-we-are/about-cambodia.html

Parlamento Europeo (2017), European Parliament resolution of 14 September 2017 on Cambodia, notably the case of Kem Sokha

Pav Suy (2018) Interior Ministry expands freedoms for NGO, Khmer Times

Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Riguardo la Cambgia, http://www.kh.undp.org/content/cambodia/en/home/countryinfo/

Teehan, S. (2015), Kingdom ranked low in labour rights index, The Phnom Penh Post, 16th June 2015

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