Filantrocapitalismo: possono i super-ricchi salvare il pianeta?

Negli ultimi anni la filantropia delle persone più facoltose si è evoluta ed è diventata strategicamente più strutturata e redditizia. Ma in un contesto in cui le disuguaglianze sono sempre più forti, e mentre gli Stati depotenziano i sistemi di protezione sociale, possiamo davvero fidarci dei super-ricchi per salvare le sorti di un pianeta sempre più ingiusto?

Definizione e nascita del fenomeno

Il philanthrocapitalism è la pratica sempre più corrente posta in essere dagli ultra high net worth individuals e diretta a coalizzarsi per devolvere ingenti somme di denaro al fine di rendere la filantropia più efficiente in termini di costi, impact-oriented e finanziariamente remunerativa. Nel massimo dell’efficienza, il filantrocapitalismo rinforza e amplifica lo sforzo economico e le capacità imprenditoriali verso le attività di beneficienza e al tempo stesso istruisce e incorpora le politiche governative.

Seppure la beneficenza esista da sempre, il filantrocapitalismo è un fenomeno relativamente moderno. Il termine si è diffuso con insistenza in occasione dell’evento che avrebbe sconvolto l’economia globale: la Grande Recessione. Proprio nel momento più buio per la ricchezza mondiale, si temeva che le grandi donazioni del decennio precedente sarebbero diminuite drasticamente, parallelamente al numero degli ultra-ricchi. Nel 2009 infatti, il numero di miliardari nel mondo era crollato di un terzo rispetto all’anno precedente.

La devozione alla beneficenza

Nonostante ciò, nel maggio 2009 la popolare trasmissione “Good Morning America” svegliava i cittadini statunitensi con il titolo “Super Rich Friends”, narrando di una cena a porte chiuse organizzata dai più grandi filantropi del mondo Bill Gates e Warren Buffet, avvenuta a New York qualche giorno prima. Se la cena è avvenuta non si può dire con certezza, tanto è però che, contrariamente alle previsioni, le donazioni non crollarono nel 2009 e nell’anno successivo, gli stessi Gates e Buffet hanno annunciato la nascita del “The Giving Pledge”, ovvero l’organizzazione caritatevole più grande del mondo. A quasi dieci anni dal suo lancio, The Giving Pledge conta 204 benefattori da 23 differenti Paesi che hanno donato circa 500 miliardi $ per sostenere diverse cause caritatevoli.

Philanthrocapitalism

Nell’ultimo decennio, la somma che gli americani hanno donato in beneficenza è cresciuta di anno in anno. In totale, le donazioni fatte nel solo 2018 hanno superato i 425 miliardi di $. All’incirca il 90% dei high net worth individuals statunitensi dona regolarmente una somma di 30’000 $ di media per attività caritatevoli. (Fonte: Giving USA)

Il business della bontà

Nonostante ciò, andando a guardare l’indice dei più ricchi del mondo fornito da Forbes, possiamo vedere come praticamente tutti i billionaires nei primi posti in classifica abbiano aumentato il proprio patrimonio nell’ultimo anno. Comparando gli indici degli ultra-ricchi e dei donatori si può infatti notare di come nonostante le donazioni, i primi tre filantropi mondiali del 2018, Warren Buffet (3,4 miliardi $ donati), i coniugi Gates (2,6 miliardi $) e Michael Bloomberg (767 milioni $), abbiano tutti incrementato il proprio patrimonio nel 2019 rispettivamente di 4,8; 10,3 e 2,1 miliardi $.  L’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos ha donato la notevole cifra di 131 milioni $ nel 2019, ovvero lo 0,12% del proprio patrimonio. A titolo di paragone, la somma sarebbe l’equivalente di nemmeno 5 $ di un salario medio mensile statunitense.

Il secondo e forse più conosciuto aspetto da considerare sono le detrazioni fiscali.  Il sistema fiscale statunitense, rimodellato ad hoc dal TCJA, cavallo di battaglia delle passate elezioni presidenziali di Trump, combinato agli sgravi fiscali per i benefattori è sempre più incentivante. In effetti i multimiliardari americani pagano molte tasse in meno dei loro avi. Se nel 1950 i top 400 paperoni americani pagavano il 70% di aliquota fiscale, nel 2018 la stessa percentuale è scesa al 23%. Per assurdo, la situazione del 10% più povero della popolazione si è rovesciata nello stesso periodo, passando dal 16 al 26%. Inoltre, il TCJA ha aumentato il limite di deducibilità fiscale per opere caritatevoli, aumentando così ancor di più la nebulosità del confine tra carità ed elusione fiscale.

Ad ogni modo, gli ultra-ricchi investono obiettivamente una montagna di soldi che spesso ottengono risultati sbalorditivi.  La trickle-down theory che ci rimanda alle fondamenta della reaganomics considera infatti che, lo sviluppo economico generato da benefici elargiti alle classi più abbienti, produttrici di reddito, favorisca ipso facto l’aumento del welfare in tutta la società e perciò anche nelle classi meno abbienti, venendo  spesso considerata come il cavallo di battaglia dei venture philanthropists. La “teoria delle briciole” è stata ampiamente sdoganata negli scorsi decenni ed è risultata inefficiente nel ridurre le diseguaglianze che affliggono gli States. Bisogna comunque domandarsi se l’appellarci ai miliardari ed essere dipendenti da loro possa davvero rappresentare la soluzione dei problemi di disuguaglianza. Non si può prescindere infatti dagli aspetti fondamentali di una equa distribuzione del reddito e dall’ingenza dei trasferimenti garantiti da un welfare State che gli USA ambiscono a essere.

Inoltre le fondazioni caritatevoli business-friendly degli ultra-ricchi, si posizionano  come finanziatori principali, ma anche come competitors delle istituzioni statali o intergovernative. La presenza e la forza delle elargizioni dei donors in partenariati garantisce loro un considerevole potere nel disegnare le priorità sull’agenda delle politiche globali.  Ad esempio, la fondazione dei coniugi Gates è il secondo donatore in termini di danaro versato sui conti della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), secondo solo agli USA e davanti alla Gran Bretagna. Il 60% dei fondi del programma OMS diretto a debellare la polio viene dalle tasche della Gates Foundation. Il rischio di un’influenza o nel peggiore delle ipotesi di un controllo monopolistico del potere decisionale è concreto.

Conclusione

Riassumendo, di per sé, l’atto di fare beneficenza è e sempre sarà un gesto ammirevole e altruista, apprezzato e facente parte di molte culture e religioni. Anche considerando le sue possibili criticità, la filantropia strategica contribuisce in parte a rendere il mondo un posto migliore. Tuttavia, il filantrocapitalismo non è che un debole rimedio per le sistematiche ingiustizie generate dalle crescenti disuguaglianze economiche ed il rischio è che il fenomeno rappresenti solo una grande distrazione di massa o peggio ancora un deterrente per eventuali cambiamenti di politica economica. Per tentare di ridurre le disuguaglianze ed eliminare definitivamente la povertà, più che affidarsi ai paperoni, la soluzione dovrebbe  essere una sensibilizzazione dell’intera popolazione a investire su progetti responsabili, che perseguono gli obiettivi tipici della gestione finanziaria, tenendo in considerazione dettagliati aspetti di natura ambientale, sociale e di governance.

 

Fonti e approfondimenti

Huet, Natalie & Paun, Carmen, “Meet the world’s most powerful doctor: Bill Gates”, Politico, 05/04/2017.

Leonhardt, David, “The Rich Really Do Pay Lower Taxes Than You”, The New York Times, 06.10.2019.

Kroll, Luisa & Dolan, Kerry A., “The Forbes 400: The Definitive Ranking Of The Wealthiest Americans”, Forbes, 2.10.2019.

Wang, Jennifer, “America’s Top 50 Givers”, Forbes, 20.11.2019.

The Giving Pledge. 2019. More than 200 philanthropists have now joined The Giving Pledge, committing to give at least half their wealth to charitable causes. Press Release, May 28, 2019. Seattle, The Giving Pledge.

National Philanthropic Trust. 2018. Charitable Giving Statistics. Jenkintown, National Philanthropic Trust.

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