Road to referendum: intervista all’on. Ceccanti

Di Carlo Mongini e Sara Bianchi

Tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale c’è Stefano Ceccanti, deputato e capogruppo Pd nella Commissione Affari costituzionali e vice-presidente del Comitato per la Legislazione. In aspettativa dal 2018 dal suo incarico di professore ordinario a “La Sapienza”, l’on. Ceccanti è stato – negli anni Novanta – tra i promotori dei comitati per la riforma elettorale in senso maggioritario e per l’elezione diretta dei sindaci. Senatore della Repubblica dal 2008 al 2013, è stato inoltre componente della Commissione di esperti per le riforme nominata dal governo di Enrico Letta e in seguito animatore della campagna per il Sì al referendum costituzionale. Ha infine ricoperto il ruolo di relatore di minoranza sulla riforma costituzionale relativa al referendum propositivo.

1. Quasi 200 costituzionalisti hanno firmato un documento dal titolo “Le ragioni del nostro NO al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari”. Come nel 2016, Lei si distingue dalla maggior parte dei suoi colleghi. Quali sono le considerazioni alla base del suo “Sì” al quesito referendario?

La grande maggioranza dei colleghi costituzionalisti, allora come oggi, non si esprime perché ha un atteggiamento, a torto o ragione, più problematico. Io, insieme ad altri, sono meno timoroso delle innovazioni costituzionali. Mi sembra sia sbagliato attenersi a ciò che già si sa vedendo in ogni innovazione un pericolo più che un’opportunità. Nel 1963, il Parlamento nazionale era l’unico livello effettivo di rappresentanza politica generale, sia per l’approvazione di leggi sia come cerniera tra cittadini e istituzioni. Si passava direttamente dalla piccola scala dei Comuni fino a lì, senza niente sopra. Invece nel corso dei decenni abbiamo creato e rafforzato i Consigli regionali ed eleggiamo il Parlamento europeo. La sussidiarietà si è espansa sia sotto sia sopra lo Stato nazionale. Possiamo pensare che essa debba solo creare istituzioni aggiuntive senza toccare quelle che ci sono? Non credo.

2. La riduzione del numero di senatori rischia di concretizzarsi in una riduzione della rappresentanza delle minoranze a Palazzo Madama. Come potrebbero essere tutelate queste ultime in un Senato composto da 200 membri?

È vero che nelle Regioni da 3, 4 o 5 senatori si produrrebbe un effetto analogo a quello che avviene in Spagna, ossia che potrebbero essere rappresentate solo alcune delle minoranze. Cosa di per sé non antidemocratica. Non solo perché accade in Spagna, in modi più drastici avviene dove si usa l’uninominale maggioritario che può comportare anche il costo di zone monocolori. Tuttavia è bene pensarci. Per questa ragione la maggioranza, tra i cosiddetti correttivi, ha concordato la proposta costituzionale Fornaro, che va in Aula già il 25 e che consente al Senato di poter scegliere anche circoscrizioni pluriregionali. I seggi verrebbero quindi attribuiti per macro-aree, potendo rappresentare più forze. Altre innovazioni possono essere introdotte, ma se non vincesse il Sì nessuno oserebbe più rischiare di approvare altri testi in Parlamento che poi potrebbero essere smentiti solennemente dagli elettori.

3. La riduzione del numero dei parlamentari avrebbe indubbiamente un impatto sul lavoro delle Camere. Pensiamo ad esempio al lavoro delle Commissioni e alla formazione dei gruppi parlamentari. Quali soluzioni proporrete per far fronte a questi problemi organizzativi?

È  iniziato un lavoro istruttorio sia delle Giunte del Regolamento sia nelle singole forze politiche sia soprattutto a livello di studiosi di diritto parlamentare. I quorum previsti per i gruppi vanno evidentemente aggiornati numericamente e deve essere più chiara la scelta di far corrispondere i gruppi con le liste che si sono effettivamente presentate agli elettori, disincentivando le forme di trasformismo. Varie Commissioni possono essere unificate, del resto ricalcavano una vecchia ripartizione in Ministeri in larga parte superata a livello di governo. Evidentemente però tutto questo lavoro può entrare nel vivo solo dopo che gli elettori abbiano fatto prevalere il Sì.

4. Il dibattito tra i partiti si è concentrato sul tema dei costi della politica e sul potenziale risparmio economico della riforma. Pensa che, in un momento così importante per il futuro del politico del Paese, sarebbe stato opportuno concentrare le energie politiche su una riforma delle istituzioni più organica?

Partiamo dai costi per fare chiarezza, se proprio dobbiamo dare i numeri, a me convince la ricostruzione che fa il prof. Carlo Fusaro.
I risparmi immediati sono scarsi, ma in un paio di decenni, a regime, si può ipotizzare a un ridimensionamento di almeno il 25% dei costi: nell’ordine di 3-400 milioni all’anno e 1,5-2 miliardi per legislatura da cinque anni.
Per il resto dobbiamo prendere atto dei risultati del 2016: in quel referendum, come già nel 2006, gli elettori hanno bocciato le riforme organiche e ci impongono quindi di lavorare per tappe. Questo non vuol dire rinunciare a una visione d’insieme, ma bisogna procedere con gradualità. La maggioranza ha per esempio già concordato l’importante riforma che andrà in Aula l’8 al Senato per dare  ai cittadini e alle cittadine tra i 18 e i 25 anni il diritto di voto anche al Senato. A quel punto le due Camere saranno molto simili e sarà possibile col numero di 600 (anziché di 945) riunirle in seduta comune per vari compiti, tra cui quello di dare e togliere la fiducia al governo. Un altro modo per giungere al monocameralismo politico. Il rapporto Stato-Regioni potrà invece essere precisato costituzionalizzando la Conferenza Stato-Regioni.

5. L’Italia è tra i Paesi con il più alto numero di parlamentari al mondo. Il ministro Di Maio ha definito la riduzione come un adeguamento ai numeri europei. Per fare un confronto con altri Paesi europei basta solo il dato numerico o ci sono altri elementi da considerare?

Bisogna comparare solo i Paesi europei che hanno una grandezza analoga alla nostra. È ovvio che quelli più piccoli abbiano una media più bassa nel rapporto eletti-elettori, perché senza un numero minimo di alcune decine di componenti non ci sarebbe una vera assemblea rappresentativa. All’opposto è ovvio che altre assemblee di realtà più grandi, come il Parlamento europeo, abbiano una media molto più alta perché sopra 700-800 componenti non si può comunque andare anche se gli elettori sono molti, altrimenti sarebbe ingestibile.

Cosa sta succedendo nei Paesi simili al nostro?

La Francia ha 577 parlamentari eletti per dare la fiducia al governo, ha visto crescere anch’essa le Regioni oltre che il ruolo dell’Unione europea, e per questo sta pensando di scendere a 404. Il Regno Unito, che ha istituito i Parlamenti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, elegge 650 deputati che danno la fiducia e vuole scendere a 600. In Germania, dove la popolazione è un terzo maggiore della nostra, i seggi fissi dei parlamentari che danno la fiducia al governo sono 598; per una serie di problemi legati alla legge elettorale ora, alla fine, sono arrivati di fatto a eleggerne 700 e vogliono mettere un tetto. In Spagna sono eletti e danno la fiducia in 350. Tutto considerato, quindi, una certa discesa da 945 a 600 rientra in una tendenza generale. Lo spiega molto bene il prof. Delle Donne della Scuola S. Anna in un bel volume curato dal prof. Rossi per Pisa University Press.

6. L’eventuale vittoria del Sì comporterebbe un adeguamento della legge elettorale al nuovo assetto del Parlamento. Quali dovrebbero essere, secondo Lei, i requisiti fondamentali della futura legge elettorale?

Penso che dovremmo evitare nel giudicare come votare per una legge costituzionale di legare il giudizio a una legge ordinaria come quella elettorale, che può appunto cambiare. Il referendum ci chiede di valutare se preferiamo avere 945 eletti che danno la fiducia al governo o 600. Varie leggi elettorali sono compatibili con entrambi i numeri. È  chiaro che alle criticità già presenti sulla legge vigente, la riduzione pone il problema all’uso dei collegi uninominali che sono già grandi, specie al Senato, e che ora diverrebbero enormi. Ragioniamo quindi sulle possibili leggi elettorali, ma la valutazione del referendum avviene su altro, sul numero più ragionevole.

 

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