L’Organizzazione della Cooperazione Islamica e l’egemonia saudita

Con 57 Paesi membri, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) è la terza organizzazione transnazionale più grande del mondo, dopo le Nazioni Unite e il Movimento dei Paesi non-allineati. L’istituzione si propone di rappresentare la comunità musulmana a livello globale e proteggerne gli interessi. Una delle sue attività principali è la risoluzione dei conflitti che coinvolgono uno o più dei suoi membri. Tuttavia, l’impatto dell’Organizzazione è stato limitato dal prevalere degli interessi politici dei singoli Stati membri.

La fondazione dell’OIC e la sua attuale composizione

L’OIC è stata fondata in un periodo di svolta per il Medio Oriente. A seguito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, il nazionalismo arabo e il secolarismo che l’aveva contraddistinto iniziarono a perdere prestigio, mentre l’Islam riemerse come alternativa, attirando soprattutto i ceti più bassi e marginalizzati. Per ridimensionare la crescente importanza dei gruppi islamisti e guadagnare consenso, i governi di molti Paesi arabi e musulmani iniziarono a introdurre la religione nella sfera politica.

La spinta decisiva alla fondazione dell’OIC fu l’incendio appiccato alla moschea di al-Aqsa a Gerusalemme il 21 agosto 1969. L’evento indusse i capi di Stato di 24 Paesi musulmani a incontrarsi a Rabat, in Marocco, tra il 22 e il 25 settembre. I partecipanti espressero il proprio supporto ai palestinesi e concordarono sulla necessità di promuovere la cooperazione all’interno del mondo islamico.

L’anno successivo, il re saudita Faisal ibn Abdelaziz organizzò una nuova conferenza a Gedda. Il risultato di questo secondo incontro fu la fondazione dell’OIC. La nuova istituzione propose come suoi obiettivi principali l’incremento della solidarietà tra i membri, la lotta all’islamofobia, la tutela delle minoranze musulmane e la salvaguardia dell’autodeterminazione degli Stati membri. Inoltre, si dichiarò di voler dare un contributo decisivo alla tutela dei diritti umani e alla risoluzione dei conflitti. 

Ai fondatori si sono aggiunti negli anni nuovi Paesi. Qualsiasi Stato che si consideri musulmano o abbia un numero consistente di cittadini di fede islamica può fare richiesta di adesione. Attualmente, l’Organizzazione conta 57 membri, divisi in 4 continenti.

Oltre ai membri effettivi, l’OIC include alcuni osservatori: Bosnia Erzegovina, Repubblica Centrafricana, Thailandia, Russia, Cipro Nord e il filippino Fronte di Liberazione Nazionale Moro. Collabora inoltre con le Nazioni Unite, il Movimento dei Paesi non allineati, la Lega Araba, l’Unione Africana, l’Unione Europea e l’Organizzazione di Cooperazione Economica.

 

Fonte: Wikimedia Commons

Figura 1. Gli Stati membri dell’OIC. In verde i membri effettivi, in blu gli osservatori, in rosso i Paesi sospesi dall’Organizzazione

 

Si tratta quindi di un’organizzazione transnazionale altamente eterogenea, che raccoglie Paesi con culture, indici di ricchezza e forme di governo molto diverse tra loro. Il solo denominatore comune tra tutti i suoi membri è l’Islam, che a sua volta non costituisce un credo omogeneo, ma abbraccia una grande varietà di interpretazioni, che rende complicato delineare una visione islamica unitaria.

Come stipulato dalla Carta costitutiva (rinnovata nel 2018), le decisioni degli organi dell’OIC devono essere prese con il consenso generale dei partecipanti. Qualora questo fosse impossibile, si deve procedere a una votazione. Per essere convalidata, la proposta deve ottenere l’approvazione dei due terzi dei presenti, che a loro volta devono raggiungere il quorum dei due terzi degli Stati membri.

L’OIC e i diritti umani

La peculiarità dell’OIC nel contesto delle organizzazioni internazionali risiede nella sua connotazione religiosa. La Carta costitutiva sancisce l’adesione ai principi delle Nazioni Unite e al diritto internazionale. Allo stesso tempo, il documento ribadisce la priorità dei valori islamici. Questo approccio ha ripercussioni sul lavoro dell’Organizzazione, in particolare nel campo dell’enunciazione dei diritti umani.

Il primo documento dell’OIC sulla questione è stato la Dichiarazione del Cairo sui Diritti Umani nell’Islam del 1990. Il testo considera fonti giuridiche primarie il Corano e la Shari’a. Questo ha comportato una rielaborazione dei diritti umani considerati universali: essi sono riconosciuti a livello nominale, ma il loro contenuto è modificato per accordarsi alla Shari’a. Un esempio di questa interpretazione legislativa ci viene dato dal principio di uguaglianza. A tutti gli esseri umani viene riconosciuta pari dignità in quanto creature di Dio; tuttavia, a livello pratico l’attribuzione di diritti e doveri è fortemente condizionata dal genere e dalla religione – l’ateismo non è assolutamente contemplato – dei singoli individui.

Nel 2005, con la Convenzione sui Diritti del Bambino, la Shari’a è venuta meno come fonte interpretativa principale. Tuttavia, il focus sulla famiglia tradizionale, sulla collettività e sulle responsabilità (piuttosto che sui diritti) si riallaccia ai valori islamici conservatori, rimanendo in linea con la Dichiarazione del Cairo.

Il principale ostacolo alla tutela dei diritti umani rimane comunque il forte accento posto sulla non-interferenza negli affari interni dei singoli Stati. Questo principio, centrale all’interno dell’OIC, impedisce di evitare che nei contesti locali venga adottata un’interpretazione della legge islamica in contrasto con i diritti umani.

 

Il ruolo dell’OIC nella risoluzione dei conflitti

Fin dalla sua fondazione, l’OIC ha cercato di giocare un ruolo decisivo nella mediazione e risoluzione dei conflitti che vedevano coinvolto uno o più dei suoi membri. La connotazione religiosa dell’Organizzazione si è spesso rivelata un vantaggio in questo ambito. La comune fede islamica fornisce infatti un potere morale e un senso di prossimità culturale che altre istituzioni internazionali non possono garantire. La prima operazione per la risoluzione di un conflitto venne portata avanti nel 1972, durante la ribellione del Fronte musulmano di Liberazione Nazionale Moro contro il governo filippino. L’OIC contribuì fortemente alla firma degli accordi di pace nel 1996 e nel 2007.

Oltre al ruolo di mediatore, l’OIC ha assunto anche il compito di coordinatore dei soccorsi umanitari. Sotto la supervisione dell’Organizzazione, molte ONG musulmane e internazionali hanno prestato assistenza nel Corno d’Africa, colpito da una grave carestia nel 2011. La natura islamica dell’Organizzazione ha permesso di prestare aiuto anche nelle aree controllate dal gruppo al-Shabab, inaccessibili per altri gruppi di soccorso.

 

Cooperazione o realpolitik? I limiti dell’OIC

L’operato dell’OIC è limitato a mediazioni, dichiarazioni e aiuti umanitari. Infatti, l’Organizzazione non ricorre a risoluzioni basate sull’uso della forza e non si impone coercitivamente. Pertanto, la sua attività rimane vincolata all’accettazione delle parti in causa. Uno dei principali ostacoli è appunto l’inviolabilità del principio di sovranità nazionale, che impedisce all’OIC di mettere in atto politiche unitarie e di ottenere un potere sanzionatorio. Come si è visto, questa carenza è ravvisabile soprattutto nella tutela dei diritti umani: per quanto questi siano centrali nel lavoro dell’OIC, la loro gestione viene rimessa nelle mani dei singoli governi, che spesso sono i primi a violarli. Inoltre, il rispetto degli obiettivi enunciati nella Carta costitutiva rimane subordinato alla realpolitik.

L’evoluzione del sostegno alla Palestina, uno degli obiettivi chiave dell’OIC, è esemplificativa. A partire dal 1979, con l’accordo di pace tra Egitto e Israele, la questione palestinese è stata affrontata da ciascuno Stato membro secondo i propri bisogni e obiettivi. La precedenza degli interessi dei singoli Paesi sulla condanna incondizionata all’occupazione israeliana è stata riconfermata dalla recente normalizzazione dei rapporti di Emirati Arabi Uniti e Bahrein con Tel Aviv.

Un’ulteriore riprova di questa tendenza emerge dal paragone delle posizioni dell’Organizzazione rispetto al trattamento di due minoranze musulmane: i rohingya del Myanmar e gli uiguri dello Xinjiang (Cina). L’OIC non ha esitato a condannare le atrocità commesse dal governo birmano e ad accusare apertamente Naypyidaw di violazione dei diritti umani. Al contrario, riguardo ai “campi di rieducazione” creati da Pechino per la minoranza uigura, si è limitata a un comunicato nel 2015 in cui esprimeva la propria preoccupazione per l’impossibilità dei musulmani cinesi di celebrare il Ramadan. Molti dei Paesi membri hanno infatti interesse a mantenere rapporti cordiali con la Cina: per esempio, l’Arabia Saudita ha stabilito con Pechino importanti trattati commerciali, l’Egitto ha bisogno dei finanziamenti cinesi per le proprie infrastrutture e il Pakistan è uno dei Paesi più coinvolti nel progetto per la Nuova Via della Seta. La stessa Turchia, unico membro dell’OIC ad aver criticato apertamente i campi di concentramento dello Xinjiang, ha dovuto fare marcia indietro e arrendersi ai vantaggi politico-economici portati dai rapporti con la Cina.

Il principale collante dell’OIC, l’Islam, è stato invece manipolato nelle rivalità geopolitiche; in particolare, la divisione sunniti-sciiti è divenuta uno strumento nella contesa per la leadership del Medio Oriente e del mondo musulmano che vede opporsi Arabia Saudita e Iran.

L’Arabia Saudita esercita un’influenza molto forte sull’Organizzazione. Non solo la sede dell’OIC si trova a Gedda, ma Riad è investita di uno status particolare, in quanto custode dei due luoghi più sacri dell’Islam, La Mecca e Medina. Inoltre, la monarchia saudita si è assicurata una posizione di rilievo finanziando sia l’OIC, di cui è la principale sostenitrice economica, che molti dei suoi Paesi membri. La posizione di primo piano così acquisita è sfruttata in funzione anti-iraniana. Molte delle decisioni prese dall’OIC favoriscono palesemente l’Arabia Saudita a scapito dell’Iran e dei suoi alleati.

La sospensione della Siria dall’OIC nel 2012 ne è un chiaro esempio. La decisione fu motivata come una punizione per la brutalità di Bashar al-Assad verso i suoi cittadini. Tuttavia, considerando il silenzio dell’Organizzazione in altrettanti casi di violazione dei diritti umani nei suoi Stati membri, la scelta sembra più che altro seguire la volontà di Riad di isolare politicamente un importante alleato di Teheran. Anche in questa occasione la realpolitik ha vinto sulla  cooperazione: escludendo Damasco, l’OIC ha infatti perso la possibilità di intervenire direttamente nel conflitto.

 

Paese Anno di adesione Paese Anno di adesione Paese Anno di adesione
Afghanistan 1969 – Fondatore Senegal 1969 – Fondatore Comore 1976
Algeria 1969 – Fondatore Sudan 1969 – Fondatore Iraq 1976
Arabia Saudita 1969 – Fondatore Somalia 1969 – Fondatore Maldive 1976
Chad 1969 – Fondatore Tunisia 1969 – Fondatore Gibuti 1978
Egitto 1969 – Fondatore Turchia 1969 – Fondatore Benin 1982
Giordania 1969 – Fondatore Yemen (Yemen del Nord fino al 1990) 1969 – Fondatore Brunei 1984
Guinea 1969 – Fondatore Bahrain 1970 Nigeria 1986
Indonesia 1969 – Fondatore Oman 1970 Azerbaijan 1991
Iran 1969 – Fondatore Qatar 1970 Albania 1992
Kuwait 1969 – Fondatore Siria 1970 – Sospesa dal 2012 Kirghizistan 1992
Libano 1969 – Fondatore Emirati Arabi Uniti 1971 Tajikistan 1992
Libia 1969 – Fondatore Sierra Leone 1972 Turkmenistan 1992
Malesia 1969 – Fondatore Bangladesh 1974 Mozambico 1994
Mali 1969 – Fondatore Gabon 1974 Kazakistan 1995
Marocco 1969 – Fondatore Gambia 1974 Uzbekistan 1995
Mauritania 1969 – Fondatore Guinea-Bissau 1974 Suriname 1996
Niger 1969 – Fondatore Uganda 1974 Togo 1997
Pakistan 1969 – Fondatore Burkina Faso 1975 Guyana 1998
Palestina (OLP fino al 1988) 1969 – Fondatore Camerun 1975 Costa d’Avorio 2001

 

 

Fonti e approfondimenti

Zahid Ahmed, Shahram Akbarzadeh, Impacts of Saudi Hegemony on the Organization of Islamic Cooperation (OIC), International Journal of Politics, Culture, and Society, n. 31, 2017, pp. 297-311

Zahid Ahmed, Shahram Akbarzadeh, Sectarianism and the Organization of Islamic Cooperation, Territory, Politics, Governance, 2019

Turan Kayaoğlu, A rights agenda for the Muslim world?, Brookings Doha Center Analysis Paper, n. 6, 2013

Victor Luis Gutiérrez Castillo, The Organization of Islamic Cooperation in contemporary international society, Revista Electronica de Estudios Internacionales, n. 27, 2014

Arwa Ibrahim, All you need to know about the OIC, Aljazeera, 31/05/2019

Sarah Leduc, Muslim countries’ silence on China’s repression of Uighurs, France24, 27/11/2019

Organization of Islamic Cooperation, Charter of the Organization of Islamic Cooperation (OIC), 14/03/2018

Organization of Islamic Cooperation, Report of the contact group on Rohingya Muslims of Myanmar, 25/09/2019

Ibrahim Sharqieh, Can the Organization of Islamic Cooperation (OIC) Resolve Conflicts?, Peace and Conflict Studies 19/2, 2012, pp. 219-236

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