Ricorda 2011: La strage di Utøya

La strage di Utoya
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone @Paalso - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0

Il 22 luglio 2011 la Norvegia venne sconvolta dall’attacco terroristico peggiore della sua storia. Anders Behring Breivik, neonazista norvegese e autore della strage, uccise 77 persone. Dopo dieci anni, le stragi di Oslo e Utøya restano una ferita aperta per la società norvegese. 

Cronaca della strage

Alle 15.30 del 22 luglio 2011, un’autobomba esplose nel centro di Oslo, fuori dall’ufficio del Primo ministro laburista Jens Stoltenberg e molto vicino ad altri uffici governativi e sedi di ministeri. L’esplosione provocò 8 vittime e dozzine di feriti. Molti dei coinvolti lavoravano proprio negli uffici governativi. Qualche ora più tardi, iniziarono ad arrivare notizie su una sparatoria in corso sull’isola di Utøya, isolotto di proprietà del Partito laburista a 40 chilometri dalla capitale, dove i Giovani laburisti stavano tenendo un campo estivo. 

Breivik, dopo aver piazzato l’autobomba al centro di Oslo, aveva preso un traghetto per raggiungere l’isola. Fingendosi poliziotto inviato per controllare la sicurezza del campo a seguito della bomba nella capitale, l’attentatore raggruppò gran parte dei 600 ragazzi presenti sull’isola per poi aprire il fuoco su di loro. La sparatoria durò circa novanta minuti. Breivik sparò con una pistola e un fucile automatico fino a consumare tutte le munizioni in suo possesso. Molti giovani cercarono di sfuggire all’attentatore scappando a nuoto, ma diversi sopravvissuti dichiararono successivamente che Breivik inseguiva le sue vittime fin sulla spiaggia. Alla fine i morti a Utøya furono 69, di cui 33 minorenniL’attentatore venne arrestato proprio a Utøya, senza opporre resistenza alle autorità.

Anders Breivik

All’epoca Breivik aveva 32 anni ed era incensurato. Poche ore prima dell’attacco pubblicò online un suo manifesto (sotto lo pseudonimo “Andrew Berwick”) di 1500 pagine intitolato 2083: A European Declaration of Independence. In questo testo Breivik spiegava come l’attacco era stato organizzato nel corso degli anni: dal mettere da parte i soldi necessari al comprare il fertilizzante per costruire l’ordigno in più volte e in piccole quantità per non destare sospetti. 

Nel manifesto, Breivik esponeva anche  la motivazione dell’attacco. Secondo il terrorista, molto vicino agli ambienti neonazisti, il Partito laburista era da colpire e punire perché responsabile di non aver in alcun modo arginato lo sviluppo del multiculturalismo e l’imposizione dei musulmani in Europa. Lo scopo dell’attacco al campo estivo dei Giovani laburisti era arginare il ricambio generazionale all’interno del partito. Durante l’attacco e la cattura da parte della polizia, Breivik si dimostrò sempre molto lucido. Nelle udienze preliminari al processo raccontò il suo scopo senza mai dichiararsi pentito.

Il processo e la condanna a pena massima

Il punto attorno al quale si sviluppò il processo ad Ander Breivik fu la sua sanità mentale. Proprio dalla perizia psichiatrica sul terrorista dipendeva il tipo di condanna: fosse stato dimostrato che aveva dei disturbi mentali, Breivick avrebbe passato il resto della sua vita in una struttura psichiatrica. In caso contrario, sarebbe stato condannato per terrorismo alla pena massima prevista dal sistema giudiziario norvegese.

Una prima perizia aveva riconosciuto Breivik affetto da schizofrenia paranoide, mentre la seconda l’aveva giudicato sano di mente. Il 24 agosto 2012, dopo esser stato giudicato capace di intendere e di volere, Breivik venne condannato a 21 anni di carcere. Il sistema giudiziario norvegese prevede la possibilità di prorogare, anche più volte, di cinque anni la pena per quei soggetti considerati ancora pericolosi per la società. 

L’accusa di detenzione disumana 

Negli anni successivi alla condanna si è ancora sentito parlare di Breivik. Nel 2015 fece causa alla Norvegia per detenzione disumana. Secondo i suoi legali, le autorità norvegesi avevano violato due articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il terzo, riguardante il rispetto della vita privata e della corrispondenza, e l’ottavo, che vieta la tortura e i trattamenti degradanti. Breivik accusò le autorità di averlo tenuto in uno stato di eccessivo isolamento, potendo ricevere solo delle visite attraverso un vetro, e di violare il diritto alla sua privacy. Successivamente, in una lettera scritta ai media nazionali, si lamentò della qualità del cibo della mensa e della vista della sua cella.

Ad aprile 2016 Breivik vinse la sua causa contro lo Stato. Il tribunale gli diede ragione per il trattamento disumano dovuto all’isolamento ma non per il punto riguardante la sua privacy. Lo stragista fu così risarcito con 330 mila corone norvegesi (circa 35 mila euro) per i cinque anni trascorsi in stretto isolamento.

Le vicende del 2016 hanno avuto un forte impatto sul dibattito politico e culturale norvegese. Con quella sentenza si è aperto il dibattito sempre attuale sul ruolo della pena detentiva, i diritti dei condannati e la sicurezza della popolazione. 

L’effetto degli attentati sulla società norvegese

D’altronde, la Norvegia è uscita sconvolta dall’attacco più feroce dai tempi della Seconda guerra mondiale e il suo difficile rapporto con il ricordo del 22 luglio è forse il segnale più evidente di quanto quelle ferite siano ancora aperte anche dopo dieci anniNe è la dimostrazione la lunghissima diatriba sviluppatasi attorno alla costruzione del memoriale nei pressi dell’isola di Utøya. L’idea del governo norvegese era quella di erigere un monumento sulla baia davanti all’isola con lo scopo di ricordare e onorare la vita delle giovani vittime della sparatoria.

Già nel 2014 la popolazione della zona si oppose legalmente a un primo progetto, in questo caso soprattutto, perché l’idea dell’artista svedese Jonas Dahlberg prevedeva un taglio nella roccia di circa tre metri su una penisola che avrebbe deturpato il paesaggio.

Una nuova contesa legale tra residenti della zona e autorità si è aperta nel 2020 per la realizzazione di un’altra installazione in memoria della strage. I legali del gruppo di residenti che si sono opposti alla costruzione del memoriale hanno affermato che una monumento del genere avrebbe potuto ledere la salute mentale della popolazione locale, già fortemente colpita dalla strage a causa della vicinanza all’isola. Alcuni di loro, infatti, hanno soccorso dei sopravvissuti e successivamente hanno sofferto di disturbi legati allo shock di quell’esperienza.

La diatriba avviata dai residenti della zona ha riacceso il dibattito in tutto il Paese sul significato del ricordo di quella giornata drammatica e la necessità o meno di un’installazione per non dimenticare quanto successo. La causa è stata vinta dalle autorità norvegesi, quindi anche Utøya avrà finalmente il suo memoriale in ricordo delle giovani vittime

Fonti e approfondimenti

Ray Michael, “Oslo and Utøya attacks of 2011”, Britannica, 23/7/2011.

BBC, “Breivik trial: Phone delay ’caused more Breivik deaths’”, 23/4/2012.

Pryser Libell Henrik, Specia Megan, “Memorial to massacre victims in Norway divides traumatized community”, New York Times, 9/1/2021.

Henley Jon, “Ander Breivik’s human rights violated in prison, Norway court rules”, The Guardian, 20/4/2016.   

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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