Ricorda 2011: Le grandi mobilitazioni studentesche del Cile

Grandi mobilitazioni studentesche cilene
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Pablo Fernández Burgueño - CC BY 2.0

Negli ultimi anni, il Cile ha vissuto a più riprese momenti di grande fervore sociale e critica al sistema. L’ultimo e il più famoso, l’estallido social degli ultimi mesi del 2019, ha dato inizio a una lunga serie di proteste ed è stato capace di innescare il processo che porterà alla scrittura di una nuova Costituzione. Quella che era iniziata come una rivolta degli studenti si è tradotta in un cambiamento politico di lunga gittata, le cui conseguenze si potranno valutare solo tra alcuni anni.

L’inizio di questa “rivoluzione” ha molto in comune con esperienze precedenti di espressione di radicale dissenso, organizzazione dal basso e sentite manifestazioni di piazza. Anche allora, il movimento studentesco rivestì un ruolo chiave e fu in grado di imporsi con sorprendente convinzione e maturità, costringendo i governi del Paese sudamericano ad affrontare questioni ben più complesse di una riforma dell’educazione.

Si può considerare che la coscienza politica del Cile di oggi abbia cominciato a formarsi proprio allora e in particolare durante la grande mobilitazione degli studenti del 2011. Per il suo carattere massivo e trasversale – oltre che per il mese in cui si cominciarono a convocare manifestazioni nazionali – questa fu paragonata al maggio francese del ‘68.

Gli attori in campo

Si trattò di un evento dalla portata eccezionale e che durò diversi mesi: tra maggio e dicembre 2011 si susseguirono in tutto il Paese occupazioni degli istituti superiori e delle università, scioperi e marce cittadine a cui partecipavano, in alcuni casi, più di un milione di persone. Le organizzazioni universitarie appartenenti alla CONFECH (Confederación de Estudiantes de Chile) giocarono un ruolo centrale. Non bisogna però dimenticare che agli studenti si unirono professori e rettori universitari con i relativi sindacati, accademici e dipendenti degli istituti scolastici. Spesso marciavano anche i genitori dei ragazzi.

Ampie fasce della popolazione sostenevano la richiesta di una riforma che migliorasse la qualità dell’offerta educativa e ne permettesse l’accesso attraverso un apparato pubblico, non più soggetto alla logica di lucro e al sistema di indebitamento che in Cile accomuna molti settori (compresi i servizi essenziali).

Elementi ricorrenti

Alcuni collegamenti con il presente sono particolarmente significativi. Le proteste del 2011 coincisero con un crollo della popolarità del presidente: lo stesso Sebastián Piñera attualmente in carica e allora al suo primo mandato. La portata del dissenso fu tale da costringere il ministro dell’Educazione alle dimissioni. Si trattava di Joaquín Lavín, ex membro della squadra di economisti con cui Pinochet si consultò per l’instaurazione del famoso modello cileno basato sul libero mercato. Lavín è ancora oggi una figura centrale della destra cilena: lo scorso luglio ha partecipato alle primarie puntando a rappresentare la coalizione Chile Vamos (ora al governo), ma si è classificato secondo dietro a Sebastián Sichel.

D’altra parte, proprio dopo l’esperienza del 2011, diverse e diversi giovani rappresentanti degli studenti e portavoce della CONFECH sono entrati in politica. Tra gli altri, Giorgio Jackson, Camila Vallejo e Karol Cariola rivestono ora la carica di deputati. Irací Hassler è stata eletta a maggio sindaca di Santiago per il Partito Comunista. Soprattutto, Gabriel Boric, presidente della FECH nel 2012, sarà il candidato della sinistra per la lista Apruebo Dignidad alle prossime elezioni presidenziali di novembre 2021.

L’eredità di Pinochet nell’ambito dell’istruzione

Nel quadro del Cile post-dittatura, il tema dell’educazione è stato più volte al centro del dibattito pubblico e causa di scontro sul piano sociale. La ragione fondamentale è che il ritorno alla democrazia non coincise con la messa in discussione dell’impianto instaurato durante gli anni Ottanta. Fu allora che, con l’appoggio dello Stato e in parallelo all’avanzata della privatizzazione delle università, cominciò ad aumentare anche il numero degli istituti privati di educazione primaria e secondaria.

Appena prima di essere destituito, il governo di Pinochet fece in tempo a promulgare la Ley Orgánica Constitucional de Enseñanza (LOCE, 1990). Questa è considerata il culmine del processo di applicazione del neoliberalismo all’ambito dell’istruzione: la legge, infatti, abbassava i requisiti minimi per la fondazione di università private, che di conseguenza si moltiplicarono in tutto il Paese secondo una logica analoga a quella dell’autoregolazione del mercato.

Il libero mercato applicato al sistema educativo

Dopo il referendum del 1988, la Concertación – la coalizione di partiti di centro-destra e centro-sinistra che ha guidato il Cile durante la transizione alla democrazia – non si incaricò di una ristrutturazione del sistema educativo.

Come risultato, l’istruzione superiore cilena divenne gradualmente tra le più care del mondo, soprattutto in rapporto agli ingressi economici delle famiglie. Prima dello scoppio delle proteste del 2011, il costo dell’educazione era sostenuto dallo Stato solo per il 15%, mentre le famiglie si indebitavano pesantemente per apportare il resto.

Nonostante la difficoltà di permettersi gli studi, il numero degli universitari crebbe nel giro di vent’anni da 100.000 a 1 milione di studenti. In vista di un mercato del lavoro estremamente competitivo, il titolo universitario era considerato il passaporto per una vita migliore e per l’ambito status di appartenenza alla “classe media”. Per la grande maggioranza dei ragazzi, poter impersonare la prima generazione universitaria del proprio contesto familiare era (ed è) possibile solo appoggiandosi a dei sistemi di credito. Sebbene la legge lo proibisse, la massificazione del diploma universitario si stava trasformando a tutti gli effetti in una fonte di lucro.

La Prueba de Selección Universitaria (PSU) è un altro degli spartiacque della società cilena. Sempre durante gli ultimi anni della dittatura, gli istituti pubblici primari e secondari passarono alla competenza delle Municipalidades, un cambio che influì negativamente sulla qualità della loro offerta. L’assurda conseguenza era che proprio agli studenti con alle spalle famiglie non particolarmente agiate – avendo ottenuto i punteggi più bassi alle PSU – non restava altra opzione che iscriversi alle università private, senza che questo coincidesse necessariamente con migliori prospettive lavorative.

Lo storico Mario Garcés Durán sintetizza così questo paradosso: L’istruzione, da meccanismo di mobilità sociale, si trasformò in Cile nel suo contrario: un sistema di riproduzione della disuguaglianza”.

Le esperienze di protesta precedenti

Due momenti in particolare possono essere considerati il prologo di quanto sarebbe avvenuto nel 2011: il “Mochilazo” del 2001 e la “Revolución pingüina” del 2006.

Entrambi interessarono soprattutto estudiantes secundarios, vale a dire ancora più giovani degli universitari. All’inizio dell’anno scolastico 2001 questi mostrarono un coinvolgimento politico inedito manifestando di fronte al Ministerio de la Educación per rivendicare la validità del pase escolar, ovvero la riduzione sul prezzo del trasporto pubblico.

Questo evento fu sottovalutato dagli esperti di educazione e dalla classe politica. Pertanto, cinque anni dopo, il primo governo di Michelle Bachelet (centro-sinistra), da poco entrato in carica, fu preso alla sprovvista dalla vastissima portata di una nuova rivoluzione, il cui nome ricalca l’immagine delle divise bianche e nere degli studenti.

Iniziata come una denuncia delle cattive condizioni degli edifici scolastici, la mobilitazione “pinguina” fece propria una modalità di protesta ancora più incisiva e articolò una serie di richieste ancora più specifiche. La sua conquista più importante fu proprio la sostituzione della LOCE con la nuova Ley General de Educación, promulgata al termine di un lungo processo di negoziazione nel 2009.

Le richieste del movimento del 2011

Il merito di queste due esperienze fu mettere in luce le analogie fra la crisi di un modello educativo e uno spettro di disuguaglianze sociali ancora più ampio. La gravità delle problematiche richiedeva un approccio radicale e interventi politici da perseguire con coerenza.

Per questo anche l’eliminazione della LOCE non bastò, le soluzioni attuate dalle amministrazioni Bachelet e Piñera furono considerate insufficienti dal movimento, più orientate alla “facciata” dei problemi che alla loro sostanza. Nel 2011 i rappresentanti della CONFECH tornarono a concentrarsi sui cardini della protesta.

Al centro della critica continuava a esserci la sproporzione dell’offerta educativa tra il monopolio del settore privato e la carente “appendice” pubblica (come venne definita). Il movimento, inoltre, condannava gli alti tassi di interesse e le clausole insidiose del prestito conosciuto come Crédito con Aval del Estado (CAE).

Invece che investire fondi pubblici in questo sistema, si sarebbero potuti usare per il finanziamento degli istituti pubblici. Di più, si sarebbero potute sbloccare risorse ancora più sostanziose da investire nelle nuove generazioni implementando la nazionalizzazione del rame e delle altre ricchezze naturali del Cile. L’obiettivo irrinunciabile, seppur da raggiungere gradualmente, era racchiuso nello slogan “Educazione pubblica, gratuita, di qualità!”.

Gli agenti del cambiamento, un bilancio

Nonostante la sua importanza sia fuori discussione, nemmeno la mobilitazione del 2011 riuscì a pieno nell’intento che si proponeva: per questo, molte delle sue istanze sono tornate a riproporsi ciclicamente nel decennio successivo.

Ciò che veramente portò sotto i riflettori e la vera novità rispetto ad altre esperienze di protesta fu la politicizzazione del malessere sociale giovanile. Per la prima volta, le richieste degli studenti arrivavano a interessare concretamente un ambito molto più vasto di quello dell’istruzione: divenne difficile negare l’esistenza su scala nazionale di criticità più profonde legate ai finanziamenti e di un diffuso senso di sfiducia nella politica.

Per il Cile, il movimento del 2011 corrisponde alla nascita di un nuovo soggetto politico. Come è stato osservato da alcuni analisti, i giovani che lo fecero sorgere non avevano vissuto il trauma della dittatura. A differenza della generazione precedente, non avevano nessuna spiccata vocazione per l’ordine costituito. Per questo riuscirono a vedere la conflittualità sociale in un’ottica costruttiva e a portarla avanti con inedita convinzione.

 

 

Fonti e approfondimenti

Arrué, Michèle, «El movimiento estudiantil en Chile (2011-2012): Una lucha contra la discriminación», Amérique Latine Histoire et Mémoire. Les Cahiers ALHIM [En línea], 24 | 2012, Publicado el 08 febrero 2013, consultado el 22 mayo 2021.

Brieger, Pedro, Bienvenido el nuevo Chile, Nodal, 21/05/2021.

Donoso, Sophia, La reconstrucción de la acción colectiva en el Chile post-transición: el caso del movimiento estudiantil. Buenos Aires: Clacso, 2014.

Durán, Mario Garcés, El movimiento estudiantil y la crisis de legitimidad de la política chilena. Pensar Historia, 2013, 2.

Flores, Matias, Motivos para radicalizar: ¿Cuáles son los 5 puntos del movimiento estudiantil?, El Desconcierto, 07/06/2017.

Penaglia, Francesco, & Mejías, Silvania, EL CONFLICTO ESTUDIANTIL CHILENO Y SUS EFECTOS POLÍTICOS. Polis, 15(2), 7-38. Epub 11 de septiembre de 2020.

 

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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