Ricorda 2011: Primavera araba libica e caduta di Gheddafi

Alcune persone in piedi su un carro armato durante la Primavera araba in Libia, che portò alla caduta del regime di Gheddafi
@Maher27777 - WikiMedia Commons - Public Domain Remix di Riccardo Barelli - Lo Spiegone

Nel febbraio 2011, durante le prime fasi delle proteste, poi evolutesi in insurrezioni, che coinvolsero diversi Paesi della regione e furono soprannominate “Primavere arabe”, il popolo libico diede voce al proprio malcontento. Quelle che iniziarono a Bengasi come proteste contro il sistema corrotto, inefficiente e repressivo orchestrato da Mu’ammar Gheddafi, sfociarono ben presto in una guerra civile

Le conseguenze del conflitto, durato fino a ottobre 2011, caratterizzano lo scenario libico ancora oggi ed è per questo che è importante ricordare quella che fu accolta da molti come la possibilità di una democratizzazione del Paese, ma che si rivelò la prima fase di un conflitto durato dieci anni.

Le prime proteste a Bengasi e la repressione di Gheddafi 

Il 16 febbraio, a poco più di un mese dall’immolazione di Mohamed Bouazizi (il pescatore tunisino che si diede fuoco in segno di protesta per le condizioni socio-economiche del Paese), alcune famiglie di Bengasi scesero in piazza chiedendo il rilascio di Fetih Tarbel. Quest’ultimo, avvocato e attivista, era coordinatore di un movimento che chiedeva verità e giustizia per delle esecuzioni avvenute in un carcere libico nel 1996, il “massacro di Abu Selim”. 

Al rifiuto di disperdersi dei manifestanti, le forze di polizia intervennero in maniera violenta, causando trentotto feriti. Tuttavia, il risultato ottenuto fu totalmente l’opposto di quello sperato e le strade della città cirenaica si riempirono di manifestanti intenzionati a mostrare la loro rabbia nei confronti del regime del raìs

Così, il 17 febbraio, grazie anche all’uso di Internet e social network, venne indetta la “Giornata della collera” e numerose manifestazioni furono organizzate in diverse città della Libia orientale, soprattutto a Bengasi e Beida. Preoccupato dalle possibili conseguenze delle proteste, che nei Paesi confinanti, Tunisia ed Egitto, avevano già portato al rovesciamento dei regimi al potere, Gheddafi decise di dispiegare le forze armate nelle città coinvolte. Il bilancio fu di quindici morti, ma le proteste non accennarono a fermarsi e, anzi, dilagarono nel resto della regione. Nonostante l’utilizzo delle forze armate, Beida, Bengasi, Derna e altri centri abitati caddero rapidamente sotto il controllo degli insorti, mentre membri dell’esercito e della politica iniziarono a disertare dalle fila del regime, sostenendo l’inutilità di tale violenza contro il loro stesso popolo.

L’insurrezione a Tripoli e l’inizio della prima guerra civile libica

Dopo cinque giorni di proteste e scontri in Cirenaica, l’insurrezione raggiunse anche Tripoli, capitale della Libia e storicamente centro del potere di Gheddafi. Ebbe inizio così la prima guerra civile libica. Infatti, la spaccatura in seno alle istituzioni politiche e militari del Paese pareva ormai insanabile. Parte delle forze armate disertanti l’esercito del regime si schierò al fianco dei rivoltosi, dando inizio a violenti scontri a fuoco con le forze fedeli al dittatore libico, in quel momento ancora in controllo della città. 

Constatato l’inizio dell’insurrezione anche nella capitale e preoccupato dalla perdita di elementi preziosi nei propri ranghi, Gheddafi ricorse all’aviazione militare pur di reprimere la rivolta. Nella sola Tripoli, i jet militari causarono all’incirca duecentocinquanta vittime. La brutalità di tale azione costò al raìs il sostegno dei suoi stessi rappresentanti alle Nazioni Unite, che accusarono il dittatore di genocidio e invocarono l’intervento della comunità internazionale. Tra il 22 e il 24 febbraio caddero in mano agli insorti anche diverse città del Fezzan e della Tripolitania. Misurata, città a pochi chilometri da Tripoli e snodo fondamentale per le infrastrutture del Paese, venne messa sotto assedio dalle forze ribelli, ormai dotate di armi e mezzi militari, ottenuti grazie al sostegno di parte delle forze armate, ma anche dei servizi segreti delle maggiori potenze occidentali (Stati Uniti, Regno Unito e Francia in primis).

La caduta in mano ribelle di importanti città e l’allargamento dell’insurrezione a tutta la nazione rappresentarono un punto di svolta nella storia del conflitto. Il 24 febbraio, infatti, nella città di Beida, ex ufficiali e politici del regime si riunirono per la prima volta fondando il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), autorità a capo delle forze rivoltose. Pochi giorni dopo la fondazione del CNT, Gheddafi apparì in pubblico per la prima volta dall’inizio della guerra civile, con un discorso che preannunciava un intervento ancora più deciso e violento:

«Chi attacca la costituzione merita la pena di morte. La meritano tutti coloro che cercano attraverso la forza o attraverso qualsiasi mezzo illegale di cambiare la forma di governo. Non ho dato l’ordine di sparare sulla gente, ma se sarà necessario lo farò e bruceremo tutto».

Successivamente, nel tentativo di riguadagnare supporto, Gheddafi diede la colpa della rivolta ai servizi segreti delle potenze occidentali e ad al-Qaeda nel Maghreb. Tali accuse, usate per “inaugurare” la feroce controffensiva del regime, che per alcune settimane respinse le forze ribelli fino alla Cirenaica, rappresentarono un punto di non ritorno nelle relazioni tra i libici e Gheddafi. Quest’ultimo, infatti, declinò l’offerta di abbandonare il Paese e di non venir processato in cambio della fine del regime, pervenutagli proprio dagli insorti l’8 marzo. Pochi giorni dopo, la comunità internazionale ruppe il silenzio e Gheddafi parve avere i giorni contati, pur non rassegnandosi.

L’intervento delle Nazioni Unite e l’inizio della fine

Il 17 marzo, a fronte della sempre più brutale controffensiva gheddafiana, le Nazioni Unite dichiararono una no-fly zone sui cieli della Libia (risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Due giorni dopo, alcuni Paesi favorevoli all’intervento iniziarono, separatamente, le operazioni militari atte a far rispettare la no-fly zone (bombardamento di obiettivi strategici militari e abbattimento dei velivoli da guerra del regime). Il 25 marzo, le operazioni militari delle potenze occidentali verrano unite in “Unified Protector”, missione sotto egida NATO

Nei mesi successivi, le operazioni militari dei Paesi occidentali impedirono l’entrata in Libia di armi (embargo implementato da navi da guerra nei maggiori porti libici) e mercenari, soprattutto sudanesi e malesi, largamente utilizzati da Gheddafi. Tali operazioni favorirono le truppe ribelli, che durante l’estate riuscirono a respingere una seconda controffensiva dei lealisti e a conquistare Tripoli, forzando Gheddafi a nascondersi a Sirte, sua città natale.

Ad agosto, le forze ribelli erano ormai in controllo di tutta la Libia, fatta eccezione per alcune aree di Sirte e Bani Walid, storicamente leali a Gheddafi. Il 16 settembre, la bandiera del CNT sventolava sul palazzo del governo di Sirte, mentre Bani Walid cadde a ottobre. La conquista delle ultime città lealiste comportò, però, un’ondata di violenze generalizzate e diffuse: i ribelli, memori delle brutalità perpetrate dai mercenari sudanesi e subsahariani ingaggiati da Gheddafi nella prima parte del conflitto, giustiziarono tutti gli stranieri accusati di essere al soldo del regime, mentre le donne di origine subsahariana furono stuprate e torturate.

La morte di Gheddafi e la fine di quarantadue anni di regime

Il 21 ottobre, le ultime sacche di resistenza nella città di Sirte furono sconfitte. Gheddafi, che si era rifugiato nella città ad agosto, dopo la caduta di Tripoli, tentò di guadagnare il deserto con la sua scorta, nella speranza di continuare la lotta. Sbaragliati i posti di blocco dei ribelli, il convoglio fu intercettato e attaccato dall’aeronautica francese. Pochi minuti dopo, miliziani del CNT giunsero sul posto, catturando Gheddafi e uccidendolo brutalmente

Il corpo, prima di venire seppellito in una località ignota, fu esposto in pubblico. Le violenze e le brutalità commesse dai miliziani ribelli, facenti parte di tribù con interessi diversi e spesso in competizione tra loro, preannunciarono le violenze degli anni seguenti: il CNT non fu mai in grado di evitare la formazione di nuove milizie a base tribale, pronte a combattersi tra di loro per terreni e risorse. L’Occidente, temendo una situazione simile a quella in Iraq, maturata dopo l’intervento del 2003, rifiutò di esercitare il ruolo del “gendarme” schierando forze di terra sul territorio. Come risultato di un processo di democratizzazione lasciato in balia degli interessi di clan e milizie, nel 2014 scoppiò la seconda guerra civile libica, che vide lo scontro tra le forze di Serraj e quelle di Haftar per ben sei anni. Ancora oggi, il futuro della Libia appare poco chiaro, nuove tensioni potrebbero sfociare in conflitto da un momento all’altro.

 

 

Fonti e approfondimenti

Beaumont, Peter, “‘War weary’ Libya reflects ten years on from Gaddafi and Arab spring”, The Guardian, 26/4/2021.

Boduszyński, Mieczystaw, e Duncan Pickard. 2013. “Tracking the ‘Arab Spring’: Libya Starts from Scratch”. Journal of Democracy. 24(4): 86-96.

Erdag, Ramazan. 2017. “Libya in the Arab Spring. From Revolution to Insecurity”. Palgrave Macmillan.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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