Ricorda 2001: la crisi economica argentina

Crisi argentina
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Author Barcex - CC BY-SA 3.0

Il 23 dicembre 2001 il neoeletto presidente Adolfo Rodríguez Saá annunciò che l’Argentina avrebbe sospeso il pagamento del debito estero, confermando così il settimo default della sua storia (su nove in totale). Si aprirono con questa dichiarazione due anni di intensa crisi politica che si risolse solamente con l’elezione di Néstor Kirchner: lo stesso Rodríguez Saá fu costretto a dimettersi solamente otto giorni dopo la sua elezione, il 31 dicembre 2001.

Il default del 2001 si differenzia dalle altre crisi economiche vissute dall’Argentina. Gli altri sono stati per lo più interruzioni parziali dei pagamenti, a cui sono seguiti degli accordi per la ristrutturazione del debito estero del Paese, come è stato fatto anche da Fernández pochi mesi fa. La crisi economica del 2001 si distingue soprattutto per la sua magnitudine e per gli effetti politici, economici e sociali che ha avuto. Nel 2001, infatti, l’Argentina ha annunciato di non poter pagare circa 95 miliardi di dollari del suo debito, che è stato poi solo in parte ristrutturato diversi anni dopo dai governi di Néstor e Cristina Kirchner.

Come si arrivò alla crisi del 2001?

È impossibile comprendere la crisi economica argentina senza conoscere il nome di Carlos Saúl Menem. Eletto nel 1989, Menem ha guidato l’Argentina fino al 1999, prendendo il posto del radicale Raúl Ricardo Alfonsín, che aveva avuto il difficile compito di guidare il Paese nel suo ritorno alla democrazia.

Le criticità vissute da Alfonsín, che cercò di mediare tra la necessità di punire i responsabili della dittatura militare e la volontà di superare tale fase per far ripartire economicamente e politicamente il Paese, permisero a Menem di imporsi, riportando il peronismo al potere.

Per quanto esponente del peronismo, Menem si fece promotore di una serie di politiche neoliberali aprendo il Paese all’economia di mercato. Andando contro ai principi del proprio movimento, Menem portò avanti la privatizzazione di numerose aziende statali, tra cui Aerolíneas Argentinas, la compagnia aerea di bandiera del Paese, ed ENTel (Empresa Nacional de Telecomunicaciones), l’emittente televisiva pubblica.

Menem, insieme a Domingo Cavallo, ministro dell’Economia tra il 1991 e il 1996, promosse inoltre una dura politica di austerità economica, tagliando radicalmente le spese pubbliche. Queste misure colpirono duramente la classe media, riuscendo però a rallentare l’inflazione che era cresciuta rapidamente negli anni Ottanta.

Il Piano di convertibilità

Alla base di queste rigide politiche macroeconomiche si poneva il Piano di convertibilità (Ley de Convertibilidad) ideato da Cavallo. Questa misura prevedeva che il peso, la moneta argentina, avesse un tasso di cambio fisso 1:1 con il dollaro statunitense: questa decisione fu presa per impedire al valore della moneta di oscillare, ponendo così un freno all’inflazione. 

In effetti, questo provvedimento si rivelò inizialmente molto efficace: l’inflazione passò dal 4900% nel 1989 al 4% nel 1994. Tuttavia, tale misura generò anche una serie di problematiche: il tasso di cambio sopravvalutato rendeva molto più difficile esportare i prodotti argentini, causando un ampio deficit nella bilancia commerciale (l’Argentina importava molto di più di quanto non esportasse). 

Allo stesso tempo, l’apprezzamento della valuta aveva portato a un aumento dei prezzi che a loro volta avevano fatto crescere povertà e disoccupazione: con l’implementazione di queste misure,  circa la metà della classe media perse il suo status solamente nei primi anni Novanta.

Il secondo mandato di Menem e il preannunciarsi della crisi

A dispetto di queste criticità, nel 1995, Menem venne nuovamente eletto come presidente, con delle elezioni che in molti definirono corrotte e fraudolente. Il secondo mandato di Menem registrò in un primo momento una serie di successi: la riduzione dell’inflazione aveva portato una certa crescita e stabilità economica, grazie anche alla cosiddetta dollarizzazione dell’economia (data la semplicità con cui i pesos potevano essere convertiti in dollari, molti cittadini optavano per usare esclusivamente la valuta statunitense nella propria quotidianità). 

La situazione restava però drammatica per molti: continuavano a cresceva la povertà e la disoccupazione e il tasso di cambio fisso rendeva sempre più alti i costi della vita. Inoltre, il secondo mandato di Menem fu caratterizzato da numerose accuse di corruzione.

Proprio questi temi fecero sì che Menem scegliesse di non ricandidarsi per un terzo mandato. Di fronte ai peronisti divisi al loro interno, si impose Fernando de la Rúa, in rappresentanza dell’alleanza formata dagli oppositori di Menem, che fu costretto a pagare il prezzo dei dieci anni di austerità voluti dal suo predecessore.

Il default

In una situazione già caratterizzata da un’estrema crisi economica e sociale, fu la forza con cui Menem e Cavallo si rifiutarono di svalutare il peso a far crollare definitivamente l’economia argentina. 

In generale, svalutare la propria moneta permette di esportare i beni locali più facilmente: le esportazioni aiutano un Paese ad attrarre il capitale straniero necessario per importare altri beni e per ripagare il debito con i creditori esteri. La mancata svalutazione del peso fece sì, invece, che il capitale abbandonasse il Paese: gli altri non compravano più dall’Argentina e gli argentini stessi spesso sceglievano di comprare beni dall’estero grazie al potere di acquisto che l’alto valore del peso garantiva loro.

A peggiorare questo quadro, a fine anni Novanta, si unirono una svalutazione della moneta brasiliana e una rivalutazione del dollaro: questi due elementi causarono una ulteriore perdita di competitività delle merci argentine sul mercato internazionale, rendendo sempre più scarse le riserve in valuta estera del Paese. 

Questa fase fu complicata ulteriormente dalla crisi finanziaria asiatica del 1997-1998, che ridusse la fiducia degli investitori internazionali nei confronti dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo e che generò una contrazione dei prezzi delle esportazioni argentine.

Tra i cittadini si diffuse il panico: in moltissimi, temendo una massiccia svalutazione del peso, convertirono i propri risparmi in dollari e trasferirono grandi cifre di denaro all’estero. In un disperato tentativo di evitare il default, il governo argentino tentò di reagire a questo fenomeno con una misura nota come corralito, un provvedimento che congelò tutti i conti bancari dei cittadini argentini per dodici mesi, permettendo unicamente il prelievo di piccole somme di denaro, generando proteste sociali e duri scontri.

Data la profondità di questa crisi, il FMI – che in altre occasioni aveva sostenuto il Paese – decise di non intervenire, sancendo l’inevitabilità del default argentino. 

Le conseguenze della crisi del 2001

La crisi che colpì l’Argentina in seguito al default fu una delle più gravi della storia del Paese. Nel 2001 il prodotto interno lordo argentino cadde del 12% e le banche persero in un solo anno circa il 24% dei propri depositi. La disoccupazione crebbe fino al 20% e moltissimi di coloro che avevano utilizzato il cambio 1:1 per convertire i propri risparmi in dollari videro i propri conti bancari congelati dal coralito

La cessazione dei pagamenti per il debito e la svalutazione obbligata del peso portarono sotto la linea della povertà circa metà della popolazione argentina. Le proteste dei mesi successivi misero in ginocchio diverse città del Paese.

Dopo quasi due anni di caos politico ed economico, le elezioni del 2003 furono vinte da Néstor Kirchner. Grazie a una nuova crescita nelle esportazioni, in particolare nel settore agricolo, Néstor, e poi sua moglie Cristina, riuscirono a ristrutturare parte del debito pubblico argentino e a far rientrare il Paese nella comunità finanziaria internazionale.

Perché l’Argentina vive da sempre queste crisi economiche?

Circa cento anni fa, l’Argentina era uno dei Paesi più ricchi del mondo, con un PIL procapite paragonabile a quello di Francia e Germania. Oggi l’Argentina è il Paese che ha dichiarato più default al mondo e il principale debitore del FMI, con un debito di 44 miliardi di dollari.

Uno dei fattori all’origine delle croniche difficoltà economiche dell’Argentina è stata la sua incapacità di adattarsi al cambiamento dei tempi: il Paese non ha mai saputo modernizzarsi e industrializzarsi in modo da diventare competitivo sul mercato internazionale.

Un momento cruciale di questo percorso è stato il governo di Perón (1946-55) che ha proposto una politica autarchica che ha reso il nascente settore manifatturiero argentino particolarmente debole. 

Da allora si sono susseguiti (e si susseguono) alla Casa Rosada una serie di governi che continuano a ribaltare la politica economica del Paese. A periodi di generosissime ed economicamente insostenibili politiche sociali seguono fasi di rigida austerità che colpiscono duramente la fascia più povera della popolazione, che ciclicamente deve rinunciare ai sussidi e i benefici che le erano stati garantiti dai governi precedenti.

Inoltre, Marcello Carmagnani illustra come l’Argentina – esattamente come gli altri Paesi della regione – registri cicli acuti e alternati di entusiasmo e di panico finanziario, in cui i flussi di capitali in ingresso nel Paese tendono prima a crescere per poi contrarsi rapidamente. Nel caso argentino questa tendenza è stata accentuata negli anni Novanta dalla semplicità con cui – grazie all’ondata di privatizzazioni delle industrie e alla dollarizzazione dell’economia – era possibile per gli investitori entrare e uscire dall’economia argentina. 

La crisi del 2001 ha quindi certamente rappresentato un unicum nella storia del Paese, ma ciò non significa che essa debba essere letta come un caso atipico. Diego Sánchez-Ancochea, professore di Politica economica dell’Università di Oxford, intervistato da El País, ha spiegato come le crisi economiche argentine siano da vedere come un unico insieme: “È un accumulo di crisi (…) L’Argentina non è mai riuscita a uscire dalla sua crisi. Ci sono stati periodi di calma, ma i problemi strutturali non sono mai stati risolti. La crisi continua a tornare perché non è mai andata via”.

Fonti e approfondimenti

Beatriz Armendáriz e Felipe Larraín, The Economics of Contemporary Latin America, MIT Press, 2017

Enric Gonzalez, Argentina’s perpetual crisis, El País, 05/03/2021

Loris Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea, Editori Laterza, 2017

Marcello Carmagnani, L’altro Occidente, Einaudi Editore, 2002

Peter Smith, Talons of the Eagle, Oxford University Press, 2013

Thomas E. Skidmore, Peter H. Smith e James N. green, Modern Latin America, Oxford University Press, 2014

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