I volti delle donne d’Africa: il ruolo delle donne nella lotta all’epidemia di Ebola

Il volto tratteggiato di una donna, composto con i contorni dei confini dei Paesi dell'Africa
Foto di Armando D'Amaro - Lo Spiegone

Comparsa per la prima volta in Africa negli anni Settanta, Ebola è il virus che tra il 2014 e il 2016 ha scatenato una grave epidemia in alcuni Paesi dell’Africa occidentale, tra cui, in particolare, Liberia, Sierra Leone e Guinea. Se inizialmente si pensava fosse un fenomeno temporaneo e locale, circoscritto alla sola Guinea, dove si sono registrati i primissimi casi, l’epidemia è presto diventata un caso umanitario internazionale, che ha causato numerosi decessi ed emergenze sanitarie in tutta la regione.

Le donne, in prima linea nella lotta all’Ebola in termini di assistenza fornita ai malati, sono state particolarmente colpite dalla malattia. Infatti, la loro attiva partecipazione alle fasi di aiuto e soccorso agli infettati e di sepoltura le ha rese più vulnerabili al rischio di infezione dal virus. Ad aggravare la situazione è stata, oltre all’assenza di un vaccino, la scarsità di informazioni e conoscenze sul trattamento sanitario da seguire, soprattutto nelle vaste aree rurali della regione. Il coinvolgimento di diverse organizzazioni, internazionali e non – che hanno prestato supporto informativo e fornito medicinali, utili soprattutto nelle aree più marginali dei Paesi coinvolti nell’epidemia -, ha permesso di arginare solo in parte il problema.

L’epidemia di Ebola del 2014 in Africa occidentale

Nel marzo 2014, in alcuni Paesi dell’Africa occidentale, in particolare Guinea, Liberia, Sierra Leone e, in misura minore, Nigeria, Senegal e Mali, si è verificata l’epidemia di Ebola più grave mai registrata, sia in termini di persone contagiate sia in termini di mortalità. Il numero dei contagi, cresciuto esponenzialmente nel primo semestre del 2014, ha reso molto complicata la ricostruzione dei contatti, rendendo l’epidemia una crisi umanitaria transnazionale.  

L’epidemia è durata più di due anni, fino alla tarda primavera del 2016. Il bilancio finale è stato di oltre 28 mila casi e circa 11 mila morti, con un tasso di mortalità del 40% circa.

Le caratteristiche dell’Ebola

La malattia derivante dal virus Ebola è una febbre emorragica, che ha conseguenze molto gravi e spesso fatali per l’essere umano, con un tasso di mortalità che, a seconda dei sottotipi del virus e del contesto, va dal 25% al 90%.

Inizialmente i sintomi sono simili a una normale febbre, motivo per cui è difficile effettuare una diagnosi clinica specifica. Se, infatti, inizialmente la malattia si manifesta con una febbre improvvisa, accompagnata da debolezza, dolore muscolare, mal di testa e mal di gola, in un secondo momento possono comparire i sintomi più specifici dell’Ebola: vomito, diarrea, eritemi, funzioni renali ed epatiche compromesse e fenomeni emorragici, frequenti fino al 50% dei casi. I sintomi si presentano tra il secondo e il ventunesimo giorno dal contatto con un malato di Ebola, con picchi che si manifestano tra i sette e i quattordici giorni.  

Il virus Ebola viene trasmesso all’uomo da alcuni tipi di pipistrelli della frutta e altri piccoli mammiferi che vivono nella foresta africana, come istrici e primati. Tra gli esseri umani, il virus viene diffuso attraverso il contatto con sangue, organi, secrezioni, saliva, urina o vomito dei soggetti infetti, contagiosi anche dopo la morte, e attraverso il contatto con ambienti già contaminati da tali fluidi. A causa dell’elevata probabilità di contagio, questo è più frequente tra familiari, conviventi e negli ambienti sanitari. In Africa occidentale, dove si è verificata l’epidemia più grave, anche le cerimonie di sepoltura e il contatto diretto con i corpi infetti hanno avuto un ruolo importante nella diffusione della malattia.

La cura e il trattamento di un malato di Ebola

Di fatto non esiste ancora una cura specifica per trattare la malattia. Durante l’epidemia di Ebola in Africa, infatti, il trattamento standard riservato ai contagiati si limitava all’idratazione e all’ossigenazione del paziente, al mantenimento di una pressione arteriosa adeguata, oltre a un’alimentazione altamente nutritiva ed, eventualmente, un trattamento con antibiotici e antimalarici per prevenire ulteriori infezioni. Nel migliore dei casi, queste cure permettono al paziente di sviluppare una risposta immunitaria sufficiente per superare la malattia.

Tuttavia, dopo una lunga fase di ricerca clinica avvenuta sotto il coordinamento dell’Organizzazione mondiale della sanità e in collaborazione con il ministero della Salute della Guinea e altre organizzazioni internazionali, come ad esempio Medici senza frontiere, si è arrivati alla scoperta di un vaccino altamente protettivo contro l’infezione dal virus Ebola. 

La sperimentazione del vaccino, iniziata quasi alla fine dell’epidemia in Africa occidentale, ha dimostrato un’efficacia vicina al 100% tra la Guinea e la Sierra Leone. Ciononostante, il vaccino non era stato ancora convalidato per la distribuzione di massa. Di conseguenza, in mancanza di cure e vaccini autorizzati, la prevenzione della malattia, in quel periodo, faceva ancora affidamento sul rispetto delle misure igienicosanitarie, su una diagnosi rapida e sull’isolamento dei pazienti infettati. 

Le donne come punto di riferimento per l’assistenza ai malati

Durante l’epidemia del 2014-2016, sebbene i tassi di contagio tra uomini e donne fossero simili, queste ultime hanno sopportato il peso maggiore della gestione dell’emergenza. 

In primo luogo, le donne in Africa occidentale rappresentano le principali caregivers, le figure designate a prendersi cura di malati o dei bisognosi di assistenza, sia nelle famiglie sia nelle comunità, rurali e non. Allo stesso modo, anche l’assistenza medica professionale viene svolta perlopiù da donne, che, quindi, si trovano in prima linea nel trattare e combattere la malattia, fattore che aumenta il rischio di contrarla. Soprattutto nelle aree rurali, segnate dalla mancanza di ospedali attrezzati e servizi sanitari, le donne si trovano a essere i principali punti di riferimento per l’assistenza ai malati. Ad aggravare il problema è stata soprattutto la mancanza di dispositivi di protezione individuali, come ad esempio guanti, occhiali, mascherine e attrezzature monouso. Di conseguenza, semplici azioni, come dare da mangiare ai malati, lavarli e prendersene cura, rappresentavano degli enormi pericoli per le donne che non avevano modo di proteggere se stesse.

Inoltre, anche il coinvolgimento delle donne nelle tradizionali pratiche di sepoltura ha fatto sì che il rischio di contrarre la malattia fosse per loro esponenzialmente più alto rispetto agli uomini. Come accennato in precedenza, infatti, il contatto con i fluidi corporei rappresenta il motivo principale della trasmissione della malattia, anche se il malato è ormai deceduto.

Le organizzazioni in aiuto alle donne

A causa della marginalità di alcune aree rurali e della situazione di emergenza nei Paesi coinvolti nell’epidemia, i bisogni delle donne, in prima linea nella cura dei malati, sono stati trascurati dalle autorità centrali. A parziale compensazione, alcune organizzazioni, internazionali e non, hanno giocato un ruolo importante nel prestare soccorso alle donne, specialmente nelle aree più marginali, messe in crisi dal sovrappopolamento degli ospedali.

È il caso di WONGOSOL (Women’s NGO Secretariat of Liberia) che si è occupato di fornire assistenza tra le comunità delle zone rurali del Paese. Da un lato, l’organizzazione ha fatto da tramite per permettere alle comunità isolate di comunicare con l’esterno. Creare un rapporto di fiducia con la comunità ed evitare l’ingresso di persone dall’esterno ha avuto importanti risultati nel contrastare la diffusione del virus. Inoltre, la stessa organizzazione si è occupata di fornire materiali igienicosanitari di base, tra cui saponi e disinfettanti, e di organizzare delle aree adibite all’igiene personale.

Parallelamente, anche UN Women ha cercato di frenare la diffusione del virus, occupandosi perlopiù di informare e istruire le donne su come fronteggiare la malattia e trattare i pazienti malati. In particolare, nelle aree rurali dell’Africa occidentale, si è impegnata di sensibilizzare le comunità sull’impatto esercitato dalla malattia sulle donne. Per fare questo, sono stati prodotti materiali informativi nelle lingue locali e sono state lanciate campagne di sensibilizzazione, ad esempio via radio, sulle norme e sui comportamenti da seguire per contrastare la disinformazione e le credenze sbagliate sull’Ebola.

Conclusione

Nonostante la consapevolezza che le donne fossero effettivamente soggette a un maggior rischio di contagio rispetto agli uomini, durante l’epidemia ci sono state poche iniziative di comunicazione o campagne di educazione indirizzate direttamente alle donne e quelle che sono state realizzate sono tutte state intraprese da ONG locali e internazionali. Uno dei motivi della diffusione del virus, infatti, può essere ricondotto anche alla mancanza di informazioni e conoscenze sulla malattia e le sue modalità di trasmissione. 

Il ruolo delle donne nella cura e nell’assistenza dei malati, specialmente nelle zone più remote, e l’assenza di informazioni sul trattamento e la natura del virus, le hanno rese inevitabilmente più vulnerabili al contagio e alle sue conseguenze. Se si fosse investito di più in campagne di informazione, le donne avrebbero potuto ricoprire un ruolo importantissimo nel rallentare la diffusione del virus, specialmente nelle piccole comunità rurali. 

 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Centers for Disease Control and Prevention (CDC), 2019. 2014-2016 Ebola Outbreak in West Africa, CDC

Global Fund for Women, 2014, For the women of Liberia, a long road ahead to rebuild after Ebola crisis.  

Medici Senza Frontiere Italia, Ebola: cos’è, come si contrae e come curarla, MSF Italia. 

UN Women, 2014, Ebola outbreak takes its toll on women.  

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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