Ricorda 1972: l’affare Watergate

Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Jordon Kalilich/Wikimedia Commons

«Non abbiamo mai fatto un colpo del genere». È il 31 luglio 1972, a parlare è Barry Sussman, il capocronista del Washington Post per il distretto della Columbia, dove ha sede la capitale degli Stati Uniti. Si rivolge a Bob Woodward, giovane giornalista della testata, che ha appena finito di scrivere un articolo per l’edizione del giorno dopo. Il colpo di cui parla Sussman invece diventerà famoso come l’affare Watergate, uno scandalo capace di influenzare l’immaginario collettivo internazionale al punto che il suffisso “-gate” sarebbe stato attribuito, d’ora in poi, a molti abusi di potere scoperti nei diversi continenti.

Il contesto storico

Qualche settimana prima del dialogo tra Sussman e Woodward, il 17 giugno, cinque uomini vengono fermati nella sede del Comitato nazionale democratico, nell’enorme complesso Watergate a Washington D.C. Hanno con loro parecchi congegni elettronici, non ha l’aria di un semplice furto con scasso. E in effetti non lo è: l’obiettivo dei cinque uomini è installare dei dispositivi con cui sorvegliare i democratici nel loro quartier generale. Ma le sorprese non sono finite. 

Quello che nelle settimane e nei mesi seguenti viene allo scoperto, grazie alle inchieste giornalistiche, in particolare quella del Washington Post, e alle indagini giudiziarie, è che gli uomini, tra cui come emerge ben presto sono presenti ex-funzionari di agenzie di intelligence, sono al servizio del GOP: o meglio, del Comitato per la rielezione di Richard Nixon, il presidente repubblicano in carica e prossimo alla conferma – in novembre avrebbe avuto la meglio sul candidato democratico McGovern in 49 Stati, primo nella storia. 

L’affare Watergate matura in uno scenario in ebollizione. Tra gli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti cresce la spinta dei movimenti sociali, che si schierano per i diritti delle minoranze, per i diritti delle donne, contro la guerra in Vietnam. Ma a vincere le elezioni nel 1968, l’anno della protesta, è la piattaforma “legge e ordine” di Nixon, che unisce la maggioranza silenziosa attorno al tema della sicurezza, declinato in una prospettiva smaccatamente reazionaria. 

I bombardamenti in Vietnam nel frattempo proseguono. Cesseranno solo nel 1973, quando il trattato di Parigi chiuderà un massacro durato 18 anni. Come evidenzieranno i cosiddetti Pentagon Papers, il report commissionato dal generale Robert McNamara e diffuso dal giugno 1971 dal New York Times, la distruzione del Paese asiatico era stata accompagnata da errori e menzogne, la cui rivelazione ad opera del prestigioso quotidiano rende ancora più intollerabile quanto sta accadendo.

L’affare Watergate

Anche se il report non riguarda direttamente l’amministrazione Nixon, dato che il periodo preso in esame si conclude prima della sua elezione, l’opinione pubblica a stelle e strisce non guarda più con gli stessi occhi alle proprie istituzioni. 

Tra marzo e aprile, arriva un fondamentale passo avanti nelle indagini del Watergate: uno dei ladri intrufolatisi nel complesso, James W. McCord jr, afferma che «c’è stata una pressione politica rivolta agli imputati», dichiaratisi colpevoli e rimasti in silenzio.

C’è di più. McCord comincia a tirare fuori nomi di assoluto rilievo, tra cui il vicedirettore della campagna per la rielezione di Nixon, Jeb S. Magruder, e il consigliere della Casa Bianca John W. Dean III, sostenendo che questi non solo fossero a conoscenza dell’operazione, ma l’avessero pianificata. A partire da queste dichiarazioni, pesci più grandi cominciano a sentire la rete sempre più vicina.

Nei mesi successivi vengono pertanto allo scoperto i tanti uomini del presidente che hanno partecipato o si sono resi complici dell’operazione e del tentativo di insabbiamento. Le loro testimonianze in aula, unite alle inchieste giornalistiche che vede la coppia formata da Carl Bernstein e dal già citato Bob Woodward mettere le mani su dettagli via via più spinosi, compongono un quadro denso e nitido a un tempo.

La fine di Nixon

Soldi che transitano verso un fantomatico fondo per la sicurezza della campagna, documenti potenzialmente incriminanti che vengono distrutti. Membri dell’amministrazione che si dimettono o che vengono fatti dimettere, come nel caso del “massacro del sabato sera”, quando Nixon ridisegna il Dipartimento della Giustizia, mettendo da parte le figure più pericolose – per lui, si intende.

Tra queste vi è il procuratore speciale Archibald Cox. Dopo che in luglio un altro importante membro dell’amministrazione confessa che la Casa Bianca ha un sistema di registrazione che lo stesso Nixon ha fatto installare, Cox chiede che i nastri delle conversazioni vengano inclusi negli elementi utilizzabili per le indagini. Nixon rifiuta, è disposto a concedere solo i riassunti, ma alla fine la spunta la linea Cox. 

Sebbene in seguito il presidente cerchi di nascondere parti decisive, l’intervento della Corte Suprema è risolutivo per fare uscire il nastro “pistola fumante”, il quale dimostra come il presidente, sei giorni dopo l’irruzione dei suoi uomini, abbia partecipato attivamente all’insabbiamento. L’8 agosto 1974, quando al Congresso si sta votando per il suo impeachment, Nixon si dimette dalla carica più alta degli USA. 

Il ruolo della stampa

Le dimissioni del presidente segnano la fine della sua carriera politica e segnano anche il punto più basso mai rilevato fino a questo momento per quanto concerne la fiducia dell’opinione pubblica nel governo. Questo perché grazie all’elevata mediaticità dello scandalo, i cittadini e le cittadine statunitensi sono riusciti a maturare una visione critica degli eventi. Nell’aprile del 1973, ben l’83% della popolazione aveva sentito o letto dell’affare Watergate. Di fatto, si è trattato di un trionfo per il giornalismo investigativo: negli anni che precedono lo scandalo, infatti, la stampa ha ricoperto un ruolo meno watchdog nei confronti del potere, circoscrivendo la messa in discussione degli apparati istituzionali e del loro operato. 

La combinazione tra la minor deferenza del giornalismo nei confronti della classe politica e il declino della fiducia della popolazione registrato per tutti gli anni Settanta potrebbe sembrare paradossale, se pensiamo a quest’ultimo come a uno degli esiti delle inchieste giornalistiche. Tuttavia, sarebbe profondamente sbagliato vederla in questo modo. 

La capacità di mettere insieme ed elaborare le notizie dell’opinione pubblica è al contrario uno dei principali indicatori del grado di democraticità di un Paese, proprio perché di fronte a un “pubblico” ben informato il potere, per non perdere il proprio consenso, si vede costretto a rigare dritto. E non ci sono dubbi sul fatto che, in questo periodo, la carta stampata si sia dimostrata centrale nel raccontare le evoluzioni dello scandalo. 

Se allarghiamo la prospettiva, il fatto che da decenni i giornali non smettano di perdere colpi non può che generare forti perplessità sullo stato di salute degli Stati Uniti come dei molti altri Paesi accomunati da questo trend. Dal 2004 al 2020, le redazioni hanno visto dimezzarsi il numero dei dipendenti. E non è certo l’unico dato che traduce le difficoltà vissute dal settore.

Un altro numero, che riguarda stavolta la stampa locale, risulta tanto significativo quanto allarmante: più di un quinto della cittadinanza vive nei cosiddetti deserti informativi, ovvero zone caratterizzate un accesso molto limitato alle notizie locali, o nelle comunità a rischio di diventare un deserto informativo. Senza contare, elemento che ha sempre condizionato il valore delle notizie non trattandosi di una novità, che le grandi compagnie che possiedono le testate più autorevoli rappresentano centri di potere economico che, proprio come per il potere politico, dovrebbero idealmente rientrare tra i primi bersagli di un giornalismo realmente indipendente.

Watergate: un affare unico?

I dati sul giornalismo negli Stati Uniti parlano chiaro. Al tempo stesso, non si deve correre il rischio di equivocare il problema sollevato da una lettura più complessiva dell’affare Watergate nella storia statunitense. 

Come dimostra la recente esperienza di Donald Trump, dall’affare Watergate politici e partiti non hanno smesso di vedere nell’amministrazione della cosa pubblica un affare privato. Al contrario, l’ex-presidente ha cercato in tutti i modi di normalizzare l’abuso di potere, lavorando alacremente per rendere la società statunitense più permeabile alle tentazioni autoritarie. Ma se è vero che lo scalpore destato nel mandato di Trump non ha eguali per la grande attenzione che ha riscosso anche al di fuori dei confini nazionali, è altrettanto interessante guardare alla storia che precede l’affare Watergate. 

Dal secondo dopoguerra, tutte le amministrazioni statunitensi hanno fatto un uso politico dell’intelligence, abusando della propria posizione per sorvegliare individui ed entità collettive che in questo arco temporale erano ritenute avversi allo status quo, soprattutto gruppi e movimenti di sinistra. La preoccupazione di Harry Truman (presidente dal 1945 al 1953) che l’FBI, frequentemente implicata in queste operazioni di “sicurezza nazionale”, stesse diventando la Gestapo americana la dice lunga sulle pulsioni autoritarie della super potenza.

In questa cornice, come ha rilevato il prof. Barton Bernstein, l’affare Watergate è unico non solo come esempio positivo di inchiesta giornalistica. Perché, si chiedeva lo storico, nonostante tutte le fughe di notizie è stato dato così poco rilievo alle vessazioni ai danni di  gruppi e movimenti sociali dissidenti, spesso marginalizzati o esclusi dal circuito mainstream, a partire da quelli in prima linea per i diritti civili, laddove l’irruzione nel centro democratico ha dato vita allo scandalo “più clamoroso” del secolo?  In un momento in cui le agenzie governative dedicano enormi risorse alla sorveglianza di gruppi non violenti, l’eco del dubbio si conferma uno dei più importanti lasciti del Watergate.

 

Fonti e approfondimenti

Abernathy, P. 2022. The State of Local News. Northwestern University.  

Balz, Dan, “Watergate happened 50 years ago. Its legacies are still with us.”, The Washington Post, 12/06/2022.

Bernstein, B. J. (1976). The road to Watergate and beyond: The growth and abuse of executive authority since 1940. Law & Contemp. Probs., 40, 58.  

Bernstein, C., Woodward, B., (1974). L’affare Watergate. Garzanti.

Brownstein, Ronald, “Just How Far Will Trump Go”, The Atlantic, 14/08/2020. 

Gibbons, Chip. 2019. Still Spying on Dissent: The Enduring Problem of FBI First Amendment Abuse. Defending Rights & Dissent.  

Lepore, Jill, “The Invention—and Reinvention—of Impeachment”, The New Yorker, 28/12/2019.

Pew Research Center. 2021. Newspapers Fact Sheet.   

Pew Research Center. 2022. Public Trust in Government: 1958-2022

Walton, C. (2021). Spying on Americans: US Intelligence, Race Protests, and Dissident Movements: An Applied History Analysis. Journal of Applied History, 3(1-2), 47-71.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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