Tempo da vivere, corpi da spremere

editoriale grecia
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

La nuova settimana lavorativa in Grecia, entrata in vigore all’inizio di luglio, riporta indietro le lancette della storia. 

Il passaggio dalle cinque alle sei giornate, previsto per impianti industriali, manifatturieri e aziende dei servizi, è infatti in chiara controtendenza. Da due secoli a questa parte, infatti, nei Paesi europei, l’ammontare delle ore di lavoro grazie alle lotte popolari è stato continuamente rivisto al ribasso. E così anche venendo agli anni più recenti. 

La settimana lavorativa corta

Già negli anni Novanta alcuni economisti avevano proposto di ridurre la settimana lavorativa per garantire un maggiore accesso ai posti di lavoro. Questa richiesta si è poi accompagnata, ancor più con la pandemia da Covid-19, a quella di un migliore bilanciamento tra tempi di lavoro e di vita. In tanti Paesi il dibattito è diventato centrale, condizionando anche le scelte delle aziende che hanno così deciso di avviare dei tentativi in questa direzione. 

Le prime analisi sulle sperimentazioni hanno dato risultati più che incoraggianti, da interpretare positivamente su più fronti.    

Per esempio, uno studio sui quattro giorni di lavoro in Spagna ha mostrato come sia migliorata la salute fisica e mentale dei lavoratori, oltre alla loro produttività. Senza dimenticare gli effetti positivi sul fronte ambientale, con la forte riduzione delle emissioni di CO2. Sulla stessa linea, uno studio sulle aziende britanniche ha rilevato che il nuovo regime ha avuto un impatto positivo sulla vita per il 96% dei lavoratori. 

La riprova è offerta da Ilo e Oms, che mettono in luce come al contrario lavorare troppo ha conseguenze devastanti sulla salute, concorrendo a contrarre malattie potenzialmente letali. Non dovrebbero esserci più dubbi, lavorare di meno fa vivere meglio.

La distopia greca

In questo panorama di orari ridotti, il caso greco rappresenta quindi un’anomalia. Anzi, più che un’anomalia, una distopia. La legge porta infatti avanti l’offensiva che, dalle politiche di austerità, si scaglia contro la classe lavoratrice. 

I lavoratori greci infatti erano già, a livello temporale, i più “occupati” in Europa, prima della nuova normativa. Tuttavia, questo non ha impedito al governo guidato da Kyriakos Mītsotakīs di vedere nell’ipertensione della settimana lavorativa una risposta alle necessità delle aziende. Ovvero alla carenza di personale qualificato, uno dei tanti effetti della crisi. Più di 500mila greci, perlopiù giovani dall’alto titolo di studio, hanno fatto i bagagli dopo il 2009. 

Presentando la proposta in Parlamento, il premier ha fatto leva sul mantra del favorire la crescita. Nel 2022, il Paese ha segnato un +4%, superiore alla media della zona euro ferma al +2,6%. Questo ha portato le agenzie di rating a rivalutare la posizione del Paese e i media internazionali a costruire un frame di rinnovato ottimismo. Un punto di vista che però tende a scambiare la realtà in primo piano con quella sullo sfondo.

A uno sguardo più attento, all’ombra del Partenone le cose non vanno affatto bene. Gli ultimi dati parlano di una persona su quattro a rischio povertà. I numeri sulla privazione materiale e sociale restituiscono un ulteriore elemento al ritratto di un Paese che soffre. Più del 13% della popolazione manca di almeno 7 dei 13 servizi di base, quelli ritenuti necessari dalle autorità elleniche per vivere dignitosamente. 

Quando Mītsotakīs sostiene di voler alimentare l’economia – il cui stato comunque si trova ancora ben al di sotto del periodo pre-crisi –  è a questo modello che guarda. Un modello che si fonda sul divario sociale. 

Crescite e spremute

Per riprendersi dalla crisi e dalla linea imposta dalle istituzioni europee, la Grecia ha puntato molto sul settore turistico. La classe dirigente nazionale ha visto nelle bellezze storico-artistiche e naturali una fonte sicura di profitto, nelle migliori intenzioni un volano per trascinare anche gli altri settori. 

L’industria del turismo, nella quale lavora circa il 20% delle persone occupate, può essere considerata di fatto l’emblema del modello greco. 

Una faccia della medaglia è quella che illumina i meravigliosi itinerari proposti ai turisti. L’altra, quella che scopre turni degli impiegati stagionali, costretti a far circolare l’economia in condizioni a volte ai limiti della sopravvivenza. «Ho avuto un colpo di calore, così come il mio collega dall’altra parte della spiaggia», racconta un cameriere di Hydra al Guardian. «Il proprietario è venuto, ci ha portato alcuni Gatorades e ha detto: “purtroppo, dovete lavorare”». 

La nuova settimana estende proprio questo scenario all’intero mercato del lavoro. Dove la ricetta per alimentare la crescita economica sarà sempre di più quella di spremere corpi, fin quando è possibile

L’austerità democratica     

La distopia greca non sarebbe potuta diventare realtà senza le politiche di austerità. Per ricevere i salvataggi europei, Atene ha sacrificato il proprio welfare State, distribuendo i costi della crisi lungo la piramide sociale, partendo però dal versante sbagliato. Una spirale che tutt’oggi avvolge la società greca: la recente offensiva contro il lavoro ne è solo l’ultima curva. La fine, non si vede. 

Infatti, oltre a smantellare il Welfare e ad alimentare le disuguaglianze, l’intervento delle istituzioni europee ha avuto tra i propri effetti anche lo svuotamento delle alternative politiche. I sindacati hanno preso una posizione netta contro la riforma, definendola una barbarie e protestando di fronte al ministero del Lavoro. Ma le forze del lavoro sono state, al pari di altri attori, profondamente indebolite nel contesto della crisi. Dovendo, tra l’altro, ancora scontare le accuse della società civile per non essersi sapute opporre con successo all’austerità. 

I segnali di questo più profondo ristagno democratico non mancano. Truthout, per esempio, sottolinea come anche la bassa affluenza nelle elezioni del Parlamento europeo possa tranquillamente inserirsi in questa cornice. Secondo il politologo C.J. Polychroniou, «i greci sembrano sentirsi impotenti di fronte alla cruda consapevolezza che l’establishment politico pone gli interessi dell’élite economica al di sopra di quelli dei lavoratori».

La distopia sullo sfondo     

Con tutte le sue peculiarità, lo scenario greco raffigura allo stesso tempo un orizzonte che in tanti, in altri Paesi europei, vorrebbero replicare. 

Basta dare un’occhiata alla narrazione e alle politiche della destra italiana, dal reddito di cittadinanza alla crescita economica che continua a sbandierare il governo. Nella quale, alla pari della Grecia, i working poors si candidano a spina dorsale di una nuova austerità democratica. Il risveglio, come nelle spiagge di Hydra, potrebbe essere ancora peggio del colpo di calore. 

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