Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Per leggere il numero clicca qui. Per iscriverti alla newsletter invece clicca qui.
Alla fine di giugno 2024, sono tornata sul ghiacciaio dell’Adamello – il più grande d’Italia – a distanza di dieci anni dall’ultima volta. Il cielo era scuro e tutt’intorno la nebbia bassa avanzava, avvolgendo le cime rocciose. Eppure, mentre osservavo la massa glaciale di fronte a me, dalla terrazza a sbalzo del Rifugio ai caduti dell’Adamello a oltre 3.000 metri di altezza, mi rendevo conto di quanto quelli che per me erano “solo” dieci anni significassero per l’ambiente alpino che mi circondava.
Non riuscivo più a ritrovare i vecchi punti di riferimento. C’erano dislivelli che non ricordavo esistessero. Interi versanti – nella mia memoria bianchi, ricoperti di neve e ghiaccio – ora erano nudi e mostravano una roccia levigata, grigia e franosa. La fronte del ghiacciaio si era ritirata di centinaia di metri. Dove ricordavo la sua lingua, ora c’era un’enorme laghetto. Ne avevo letto, me lo aveva raccontato chi vi era tornato prima di me. Ma vederlo in prima persona è stato sconvolgente.
Ricordo il moto di stizza sulla terrazza del rifugio, mentre ripensavo a quanto, proprio in quegli stessi giorni, i media stessero celebrando le abbondanti nevicate di maggio e giugno, sostenendo che i ghiacciai di tutto l’arco alpino «avevano raggiunto livelli record». A smentire queste affermazioni ci avevano pensato subito i glaciologi: neve e ghiaccio non sono la stessa cosa. Perché la neve si trasformi in firn (neve ghiacciata) e poi in ghiaccio, contribuendo effettivamente a un incremento della massa glaciale, è necessaria una combinazione di fattori, tra cui buone precipitazioni nevose invernali e temperature estive nella media.
Una cosa che, a conti fatti, nel 2024 non si è verificata
I bilanci infatti non vanno stimati all’inizio della stagione estiva, ma alla fine, considerando precipitazioni e scioglimento. Sulle Alpi, l’innalzamento delle temperature è continuo e avviene a velocità doppia rispetto alla pianura e sono sempre più frequenti i periodi in cui lo zero termico supera i 5.000 metri. Da quarant’anni, il bilancio accumulo-scioglimento è negativo: durante l’estate, non solo si scioglie la neve dell’inverno, ma c’è anche una perdita di massa glaciale preesistente.
Nel 2024, secondo i ricercatori dell’Università di Brescia, la fronte del ghiacciaio dell’Adamello si è ritirata di 127 metri, uno dei peggiori arretramenti degli ultimi anni (nel 2022, erano stati 114 metri; nel 2021, 90). Da oltre un secolo, gli esperti ne monitorano la posizione, segnandola di anno in anno sulla roccia. In una sorta di museo a cielo aperto, questi tratti di vernice rossa sono una testimonianza ineluttabile dell’avanzare sempre più rapido del cambiamento climatico. Tra il 1957 e il 2020, l’Adamello ha perso il 30% della sua superficie. Su tutto l’arco alpino, sono 1.938 i ghiacciai completamente scomparsi e, tra il 2000 e il 2023, su Alpi e Pirenei è andato perso il 39% della massa glaciale.
Questo scioglimento ha un impatto sulla vita quotidiana
I fiumi che percorrono le valli, arrivando fino alla pianura, sono una fonte idrica fondamentale. Dall’agricoltura, alla generazione di energia, la scomparsa dei ghiacciai impone di ripensare e riorganizzare molti aspetti della vita umana. In tutto il mondo, la vita di oltre due miliardi di persone dipende direttamente dalla neve e dal ghiaccio che alimentano fiumi, laghi e falde acquifere. E noi, invece di preservare e gestire in modo sostenibile una risorsa sempre più preziosa, ne sprechiamo enormi quantità, ad esempio, per innevare impianti sciistici a quote troppo basse, dove le precipitazioni nevose sono una rarità e la durata dell’innevamento sempre minore.
Attraversato il ghiacciaio dell’Adamello, arriviamo nei pressi della lingua. Gli ultimi 700 metri sono un susseguirsi di larghi crepacci e spaccature circolari, sintomo della debolezza che erode il ghiacciaio dall’interno: l’acqua, che scorre sempre più abbondante sotto di esso, lo sta frammentando, determinando il collasso di ampie porzioni, la nascita di laghetti e un arretramento sempre maggiore della fronte. Lo slalom è continuo. Il ghiacciaio è sempre più scuro e la sua superficie è costellata di pietre di varie dimensioni.
La graduale riduzione di spessore – ogni anno, negli ultimi 15, secondo la Società degli alpinisti tridentini, l’Adamello ha perso 2,2 metri di spessore (1,4 nel quinquennio precedente) – ha privato i versanti delle montagne circostanti di un sostegno fondamentale. Tutto ciò, insieme allo scioglimento del permafrost (quel materiale che resta per almeno due anni consecutivi al di sotto degli 0°C), sta accelerando crolli, erosioni e scariche di detriti sul ghiacciaio sottostante.
Nel 2024, proprio lo scioglimento del permafrost e l’arretramento del ghiacciaio dell’Ortles-Cevedale hanno costretto il Club alpino italiano a vendere il Rifugio Casati all’ERSAF (che lo ricostruirà più in alto), dal momento che stava pian piano scivolando verso valle. Ma gli effetti di simili fenomeni sono visibili anche più in basso nelle valli: la caduta di grandi blocchi di roccia su quel che restava del ghiacciaio di Birch in Svizzera, ad esempio, ha causato, nel maggio 2025, scariche che hanno distrutto il sottostante paese di Blatten.
Precipitazioni brevi, ma violente innescano colate detritiche e frane su tutto l’arco alpino (nel 2025, sulle Alpi, è stato registrato il 38% di tutte quelle avvenute in Italia, con una densità media di 200 frane per chilometro lineare). Ne sono colpiti le strade, con interruzioni della viabilità e disagi, ma anche i centri abitati, invasi da fango e detriti.
Vivere nelle valli è sempre meno sostenibile
Mancano i servizi essenziali, la sicurezza degli abitanti è messa a repentaglio da disastri naturali improvvisi, le piccole realtà economiche faticano a sopravvivere. La contrazione delle attività agricole riduce il presidio territoriale, aumentando la fragilità dei territori e la perdita di biodiversità. Lo spopolamento è ormai diffuso su tutto l’arco alpino: il 90% delle abitazioni a Cortina d’Ampezzo, ad esempio, sono seconde case.
Ma, grazie ai Giochi, Cortina ha guadagnato una pista da bob da oltre 130 milioni di euro, che taglia la montagna, e una cabinovia (l’Apollonio-Socrepes) ancora in costruzione su un territorio franoso e instabile. A Livigno, il monte Sponda è stato ricoperto di cemento per creare un bacino di stoccaggio dell’acqua per l’innevamento delle piste di freestyle e snowboard. Gallerie e viadotti sul fiume Boite hanno sfigurato 2,3 chilometri di paesaggio, devastato coltivazioni, vigneti e l’alveo fluviale. Ad Anterselva, invece, per costruire lo stadio di biathlon sono andati persi 2.500 metri quadrati di bosco.
Questo è quello che resterà in questi territori dopo la conclusione dei Giochi: ferite aperte, infrastrutture impattanti e inutili, danni ambientali e nessun servizio a vantaggio dei cittadini.


