UE-Turchia: un accordo sbagliato

Nel pomeriggio del 7 marzo, durante il Consiglio d’Europa, è stato raggiunto una sorta di accordo tra tutti i paesi europei e la Turchia. L’accordo prevede, principalmente, che la Turchia in cambio di altri 3 miliardi di euro, una facilitazione sui visti per i paesi europei e una riapertura del discorso di ammissione all’UE si riprenda tutti i migranti irregolari che adesso viaggiano sulla rotta balcanica. Alcuni tra i più preoccupati dall’immigrazione saranno felici di vedere questo barlume di accordo ma questo piano non risolverà i nostri problemi e anzi li aumenterà, portandoci su una rotta che nessuno di noi vorrebbe intraprendere.

L’accordo è sbagliato da tutti i punti di vista e questo dato è ancora più chiaro soprattutto se non si guarda in una previsione a pochi giorni ma a una di mesi ed anni, cosa che i nostri politici europei non sono, evidentemente, capaci di fare.

Analizziamo per prima cosa l’accordo nella sua parte più importante. La Turchia, in uno sforzo mastodontico, dovrebbe riaprire, insieme alla Grecia, un canale di immigrazione al contrario attraverso il quale ogni migrante (rifugiato o no) dovrebbe ritornare indietro per vivere probabilmente anni in un campo profughi in Turchia (un paese mal visto da tutti: siriani, iracheni e afghani). Questo è lo scenario che l’Europa si immagina e pensa che i migranti accetteranno con il sorriso. Persone che sono riuscite a scappare da una guerra, che hanno attraversato il mare e rischiato la propria vita solo per arrivare ad un passo dall’Europa. Lo scenario più probabile è che il mezzo milione di migranti che si dice stia gravitando tra le isole greche e la rotta balcanica incominci a ribellarsi creando disordini e resistendo ad una deportazione in Turchia.

La Turchia è un partner sbagliato con cui concludere un accordo per un’infinità di ragioni:

La prima ragione è la natura stessa della Turchia. La democratica e garantista Europa stringe un accordo con un paese che solo durante l’ ultima settimana ha chiuso un giornale perchè si opponeva al regime di Erdogan, ha bombardato con artiglieria le città turco/curde nella parte orientale (uccidendo moltissimi civili) e continua a passare armi ai combattenti in quei paesi da cui scappano i migranti. Dal punto di vista della credibilità internazionale questo è un attore con cui non bisognerebbe stringere neanche un accordo commerciale mentre invece l’Europa si sta legando a doppio nodo con la Turchia.

Le conseguenze poi di questo legame euro-turco nessuno le ha notate o non le ha volute notare. La Turchia non vede l’ora di firmare per un accordo del genere dato che può risolvere gran parte dei suoi problemi. Il problema più grande per Erdogan in questo momento è l’isolamento diplomatico a cui è condannato. L’Arabia Saudita resta l’unico dei suoi interlocutori ma sa di non potercisi avvicinare troppo a meno di non essere bollato ufficialmente come amico dell’ISIS, cosa che è già, ma in via ufficiosa. Gli USA sono troppo presi dalla campagna elettorale per essere un attore con cui dialogare e i rapporti con la Russia non sono mai stati così deteriorati come in questo periodo. L’accordo con l’Europa è una boccata di ossigeno e di credibilità per un governo criminale e liberticidà.

L’Europa è cieca a tutto questo e non riesce a capire che questo accordo influirà molto sugli altri tavoli su cui è presente. Difficilmente Putin si dimenticherà che l’Europa ha appoggiato l’unico paese che si è opposto direttamente a lui e gli ha abbattuto un aereo. La questione dell’Ucraina diventerà sempre più spinosa e non mi meraviglierei se il prezzo del gas e del petrolio che arrivano in Europa da Est dovesse improvvisamente salire, o che il rubinetto dovesse chiudersi per qualche strana ragione. Ma il legame con la Turchia influirà anche sui rapporti con l’Iran, che sicuramente non si chiuderanno, ma si raffredderanno dato che Erdogan e Rohani non sono decisamente buoni amici. Tappare un buco per aprirne altri dieci.

Tornando all’accordo. Il patto è incentrato sui siriani e il primo ministro turco Davutoglu ha affermato che per ogni siriano riammesso in Turchia, l’Unione Europea si impegna a portarne uno in Europa. Questo accordo sembra perfetto per molti dei primi ministri europei che si sentono soffocati dall’opinione pubblica avversa ai migranti, ma resta inevitabile il problema dei riallocamenti dei siriani. Orban (primo ministro ungherese) ha già detto che metterà il veto sui riallocamenti, come faranno la Danimarca, la Polonia e tutti gli altri stati con un governo xenofobo. Questo problema era presente prima e rimane ancora oggi, nessun accordo con la Turchia lo risolverà.

Serve un’Europa più forte. Serve un’Europa con una visione e che sappia prevedere quello che succederà domani ed essere protagonista reale. Gli attori statali europei continuano a leggere gli avvenimenti in una visione solitaria, pensando, grazie alle proprie storie passate, di poter contare qualcosa in una realtà così cambiata. I muri sono un frutto di questa visione. Le frontiere sono frutto di questa visione. Le politiche di lotta all’immigrazione e le minacce di abbandono dell’Europa sono frutto di questa visione sbagliata. L’Europa è una e deve essere un processo irreversibile se vogliamo quanto meno sopravvivere ad un mondo che da soli, inevitabilmente, ci ucciderà.

L’Europa sta sbagliando direzione. Le politiche devono essere coraggiose e per diventare un vero attore globale bisogna prendersi le proprie responsabilità. Con i sei miliardi di euro dati alla Turchia, si possono risolvere i problemi dell’immigrazione qui in Europa, fino ad arrivare a favorire un’integrazione totale di queste popolazioni. La prospettiva è il problema però più grande per un’Europa che non sa più dove va il mondo. La prospettiva è che i migranti sono un peso quando è l’esatto contrario. Risulta intuitivo che chi è potuto scappare dalla Siria verso l’Europa proviene dalla parte più alta della società siriana per questo troviamo avvocati, medici, ingegneri, professori e architetti nei campi profughi di Idomeni. Queste persone sono e devono essere un patrimonio per l’Europa che invece li lascia morire di fame e di stenti nella lunga rotta balcanica. La prospettiva sbagliata adesso guida un’Europa che non ha una mezza idea di come andare avanti. L’Europa sta morendo a Idomeni.

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