Theresa May: la premier che gestirà il Brexit

Theresa May è diventata oggi Primo Ministro e leader del Partito Conservatore, cariche appartenute fino a poche settimane fa a David Cameron. L’ormai ex premier aveva infatti annuciato le proprie dimissioni già il giorno successivo alla vittoria del Brexit, avendo condotto la campagna per la permanenza nell’UE e non ritenendosi quindi adatto a gestirne gli effetti. Candidato di punta a succedergli era Boris Johnson , già sindaco di Londra e paladino del Brexit, che però ha incredibilmente declinato l’offerta.

Già definita come una “nuova lady di ferro” la May avrà il compito di trattare le condizioni dell’uscita del suo paese dall’Unione Europea, negoziando direttamente con i dirigenti delle istituzioni che la compongono. Ma chi è davvero Theresa May? Ripercorriamo la sua carriera per tracciare un profilo del nuovo leader della politica britannica.

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Originaria di Eastburn (East Sussex), figlia di un pastore della Chiesa d’Inghilterra, oggi ha 59 anni ed è in politica dal 1986, quando entrò come volontaria presso la sezione del Partito Conservatore del municipio londinese di Merton. Studia ad Oxford e inizia a lavorare per la Banca d’Inghilterra, diventando presto un brilante consulente finanziario. Lascia l’incarico quando diventa consigliere municipale proprio a Merton.

Tenta di guadagnarsi un posto in Parlamento nel 1992 e nelle elezioni suppletive del 1994, mancando però il risultato. Viene finalmente eletta nel 1997 vincendo con margine nella circoscrizione di Maidenhead, situata a ovest di Londra, che da allora è suo “feudo” affezionato. La sua carriera nel partito è rapidissima.

Dal 1999 al 2010, quando al governo sono i laburisti di Blair e Brown, è sempre “Ministro ombra”, la carica parallela dell’opposizione che vigila e collabora con il Ministro vero e proprio, in vari ambiti come i Trasporti e l’Istruzione. Nel 2010, quando i conservatori vanno al governo, viene a lei assegnato l’Home Office, il Ministero dell’Interno, che ha mantenuto fino all’11 luglio 2016.

“Brexit Significa Brexit. La campagna è stata combattuta. Le votazioni si sono tenute. L’affluenza è stata alta e il popolo ha dato il suo verdetto”, con queste parole la May si è espressa bocciando la possibilità di ulteriori votazioni sul tema nel post-voto. Durante la campagna referendaria ha tenuto un basso profilo: pur essendo contraria al Brexit non nasconde la sua sfiducia in alcuni aspetti del progetto europeo, in particolar modo della libera circolazione dei cittadini.

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Appena ricevuta la comunicazione di aver ottenuto la guida del Partito Conservatore, Theresa May ha tenuto un discorso in diretta in cui assicurava il suo impegno secondo tre direttrici fondamentali:

Innanzitutto intende riunire il partito e il Paese, entrambi esantemente divisi dal referendum che ha spaccato quasi a metà il popolo britannico. Starà a lei riportare armonia tra le correnti dei conservatori, ricucire la rottura tra la campagna inglese e le grandi città e soprattutto prevenire il possibile allontanamento della Scozia e dell’Irlanda del Nord, fortemente europeiste.

In secondo luogo assicura l’impegno nel garantire una leadership forte, necessaria a traghettare il paese fuori dal periodo di incertezza politica ed economica che lo attende nei prossimi anni. Per far questo ha assicurato il suo massimo impegno nell’ottenere il miglior accordo per l’uscita dall’UE e forgiare un nuovo ruolo internazionale per il Regno Unito.

Infine ha ribadito come il Regno Unito post-Brexit necessiti di una nuova visione del futuro, positiva e coraggiosa. Questo sarà possibile, ha detto, solo se tutti si impegneranno per avere un paese che funziona bene per tutti, non solo per pochi privilegiati.

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Viene ritenuta una persona in grado di gestire responsabilmente tanto l’impegno istituzionale quanto la guida del partito, che oggi vive una stagione tesa e potenzialmente distruttiva della sua unità. Sui giornali la May viene descritta come una conservatrice molto moderata e aperta, spesso paragonata alla cancelliera tedesca Angela Merkel, anche se l’atteggiamento verso l’immigrazione divide profondamente le due donne.

Come ministro dell’interno è stata la firmataria di una discussa legge del 2012 che permetteva il ricongiungimento familiare per gli immigrati solo a patto che avessero un reddito superiore alle 18.000 sterline. Nonostante la sua dura posizione nei confronti dei migranti extra-europei ha assicurato il massimo impegno per garantire i diritti dei cittadini comunitari rsidenti nel Regno Unito, anche se ritiene il Brexit il segnale di un deisiderio della compressione della libertà di movimento nel continente.

Non sono solo alcune sue posizioni drastiche a rischiare di colpire cil suo mandato: nel 2007 Gordon Brown divenne Primo Ministro dopo le dimissioni di Tony Blair, e la May non perse occasione di definirlo “privo di mandato democratico in quanto non eletto”, definizione che rischia di sentirsi rivolgere a sua volta trovandosi nella stessa situazione.

La May è una fervente sostenitrice della parità dei sessi e per i diritti degli omosessuali.

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La nuova leader britannica è sicuramente la più indicata a trattare con l’Europa tra le personalità candidate a succedere a Cameron: non si è resa responsabile del Brexit, conosce le esigenze del paese grazie ai suoi 6 anni come Ministro dell’Interno e possiede l’inflessibilità necessaria a non soccombere alle varie istanze provenienti dal governo, necessaria se si vuole condurre una trattativa vantaggiosa con Bruxelles. Una guida critica dello strapotere dei mercati potrebbe inoltre rendere la transizione del Regno Unito più favorevole al paese reale piuttosto che alla sola grande finanza, contenendo il grande malcontento  che le conseguenze economiche del Brexit porteranno nel paese nel prossimo futuro.

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