Le elezioni locali in Macedonia: la sfida di Zaev per la democrazia

Il 15 ottobre si sono tenute in Macedonia le elezioni locali, che hanno confermato il gradimento nei confronti del governo socialdemocratico di Zoran Zaev, riformista e pro-Unione Europea. Questo voto è l’ultimo passaggio del lungo processo di democratizzazione del paese, iniziato con la caduta del governo autoritario di Nikola Gruevski.

Le elezioni locali

In qualunque Paese democratico le elezioni municipali sono un importante indicatore per quanto riguarda la situazione politica, la forza o debolezza del governo e la presa di determinati partiti sul territorio. Lo stesso vale per la Macedonia, piccolo Paese senza sbocco sul mare al centro dei Balcani Occidentali, la cui popolazione di circa due milioni di abitanti è divisa tra la componente slava e quella albanese. Un paese in apparenza poco significativo, ma la cui storia recente nasconde la volontà di lasciarsi alle spalle la povertà, la corruzione e lo strapotere dell’élite politica che da decenni lo caratterizzano. Tale volontà positiva è incarnata dal Primo Ministro Zoran Zaev, presidente dell’Unione Socialdemocratica di Macedonia (SDSM), il principale partito di centro-sinistra.

Il governo ha affrontato la prova delle elezioni locali il 15 ottobre, quando si è votato negli 81 comuni in cui il Paese è diviso. Un secondo turno, che porterà all’elezione del sindaco in circa 35 di questi, sarà tenuto il 29 ottobre. In una cinquantina di comuni lo scontro diretto era tra il partito di Zaev e il principale partito nazionalista, il VMRO-DPMNE (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Quest’ultimo, guidato da Nikola Guevski, è stato al governo in Macedonia per oltre un decennio e rappresenta, agli occhi di molti osservatori internazionali quanto, ormai, della maggioranza dei macedoni, quel tipo di politica nazionalistica, a tratti autocratica e piagata da altissimi livelli di corruzione interna, propria di diversi paesi balcanici. Il confronto tra Zaev e Gruesvki ha visto il primo nettamente vincitore, andando oltre i già ottimistici pronostici della vigilia: il centro-sinistra ha vinto in quasi quaranta comuni, tra cui la capitale Skopje, lasciandone ai rivali appena tre. Inoltre, nei rimanenti trenta comuni a maggioranza albanese, il SDSM è alleato con il principale partito etnico, l’Unione Democratica per l’Integrazione (DUI).

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Le riforme di Zaev

Grazie a questa vittoria così convincente, che a meno di sorprese dovrebbe essere confermata dal secondo turno, il giovane leader social-democratico si trova ora in una posizione di forza per poter implementare la serie di riforme che si prefigge. Tra queste spiccano la questione del nome, i rapporti con Grecia e Bulgaria e quelli con diverse organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea e la NATO.

Skopje non si trova infatti in ottimi rapporti con Atene e Sofia: quest’ultima ha tradizionalmente accusato la Macedonia di essere un Paese creato artificialmente, privo di una propria storia e reo di aver “rubato” elementi culturali ora all’uno e ora all’altro Paese. Questa percezione è particolarmente forte in Bulgaria: la zona macedone faceva storicamente parte dell’esteso Impero Bulgaro, e la progressiva influenza sulla regione da parte della Serbia – che portò in seguito all’inclusione della Macedonia nella Jugoslavia – è sempre stata percepita come un atto scorretto da parte di Sofia. Questa attitudine negativa è rimasta con la dichiarazione di indipendenza macedone del 1991. Nonostante questi trascorsi, Zaev sta cercando attivamente di migliorare i rapporti tra i due paesi, ed ha firmato in agosto uno storico trattato di amicizia: malgrado Sofia continui a non riconoscere il macedone come una vera e propria lingua, ma come un dialetto bulgaro contaminato dal serbo, è innegabile che i rapporti siano ora più distesi.

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Le relazioni con la Grecia sono invece minate dalla peculiare questione del nome: Atene sostiene che il nome “Macedonia” implichi una rivendicazione culturale e politica sulla regione greca con lo stesso nome. A causa di ciò, Atene ha sistematicamente posto il veto riguardo l’ingresso macedone tanto nell’Unione Europea quanto nella NATO. Inoltre, per evitare equivoci, molti paesi ONU utilizzano come denominazione ufficiale, ma provvisoria, “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”, proprio a causa di tale disputa sul nome. Anche nei riguardi di questo problema il governo social-democratico sta cercando di smuovere le acque: determinato ad iniziare il processo di ammissione nell’Unione quanto ad entrare nella NATO, Zaev sembra disposto a modificare il nome del proprio paese in modo da appianare le difficoltà nei rapporti con il vicino. Non a caso, nella campagna precedente le elezioni locali, il VMRO-DPMNE ha sottolineato più volte questa posizione del rivale, presentandola come un insulto nei confronti dell’orgoglio nazionalistico macedone. Ogni possibile nuovo nome sarebbe comunque oggetto di voto popolare, e probabilmente prevedrà l’aggiunta di un aggettivo come “superiore”, “nuova” o “settentrionale”.

A queste mosse in politica estera si accompagna un tentativo di riforma generale delle istituzioni democratiche, da molti viste come indebolite dal decennio Gruevski. Questa è una battaglia di Zaev da prima che diventasse Primo Ministro, nel maggio del 2017.

La crisi politica macedone

Zaev è stato infatti la figura chiave che ha portato alle dimissioni di Nikola Gruevski nel 2015 e all’inizio della crisi politica interna in Macedonia, risoltasi nel maggio 2017 proprio con l’elezione di Zaev a Primo Ministro.

Già da tempo criticato per i metodi poco democratici e gli altissimi livelli di corruzione interna al partito e al Governo, Gruevski ha subito il colpo di grazia quando alcuni membri dei servizi segreti macedoni hanno deciso di divulgare centinaia di migliaia di registrazioni, che provavano come il governo spiasse da circa tre anni ministri, politici, giudici ed alti funzionari. Alcuni tra questi audio rivelavano insabbiamenti governativi di casi di corruzione, di arresti politici, di influenza dell’esecutivo sull’apparato giudiziario e, addirittura, di omicidi. Decisi a denunciare la situazione, che dimostrava come la Macedonia fosse inesorabilmente sulla strada verso una dittatura, ma timorosi per la propria vita e carriera, gli agenti giunsero fino a Zaev, che si occupò di divulgare la scoperta ai media nazionali tramite una serie di conferenze stampa.

 

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Rivelazioni di tale portata spinsero migliaia di macedoni nelle piazze, chi ha sostegno del governo – il quale insisteva sul fatto che le prove audio fossero state fabbricate dall’opposizione – e chi a favore del movimento di Zaev. Dato lo stallo politico e il perseverare della crisi, l’Unione Europea decise di intervenire come mediatore: il risultato prende il nome di accordo di Pržino. Siglato nell’estate 2015, questo ha permesso al SDSM di ottenere dei ministeri, ha dato inizio ad un’indagine nei confronti di Gruevski e ha portato alla nomina di un esecutivo provvisorio che fosse in grado di governare fino alle elezioni, previste nel 2016. La crisi non era ancora finita: scoppiarono nuove proteste, legate alla decisione del Presidente Ivanov, del VMRO-DPMNE, di sospendere le indagini nei confronti di Gruevski. Zaev fu il leader di quella che venne definita “rivoluzione colorata”, e fu nuovamente vincitore. Malgrado le resistenze di Ivanov, quindi, il leader del SDSM ha assunto nel maggio 2017 il ruolo di capo del governo.

 

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Le difficoltà interne

Il quadro generale è positivo, soprattutto dal punto di vista degli osservatori europei: un governo democratico ed europeista è ora instaurato in Macedonia, e sembra godere di un buon sostegno popolare. Malgrado ciò, Zaev si trova ad affrontare una difficile situazione interna. La sua politica estera viene criticata dai più convinti nazionalisti macedoni, che vedono le concessioni a Grecia e Bulgaria come una forma di debolezza. La serie di riforme istituzionali si preannuncia complessa, con il rischio di aver promesso troppo agli elettori e il VMRO-DPMNE disposto a tutto pur di fare ostruzionismo in Parlamento.

La questione etnica, da sempre delicata, vede da un lato la minoranza albanese determinata a giungere, come promesso, al riconoscimento della loro lingua come lingua di stato, e dall’altro le frange più fiere dell’identità macedone tanto violente da giungere ad azioni estreme. La più eclatante tra queste è stato l’assalto al Parlamento in aprile a causa della nomina dell’albanese Talat Xhaferi come Presidente della Camera, che ha portato al ferimento dello stesso Zaev.

Il percorso che il governo social-democratico dovrà affrontare non è semplice. Le istituzioni europee, su cui Zaev punta molto, giocheranno un ruolo importante nella riuscita di un progetto tanto ambizioso quanto importante, per mettere il piccolo stato balcanico nelle migliori condizioni possibili per allentare le tensioni interne. I Balcani sono uno scacchiere turbolento e complicato, ma l’ottimo risultato alle elezioni locali mostra come, con le giuste mosse, la Macedonia potrebbe compiere i passi necessari alla stabilizzazione interna e dell’intera area.

Fonti e approfondimenti:

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