L’Artico: la pattumiera radioattiva russa

Sebbene ci siano poche industrie nucleari nell’Artico, l’ambiente marino di cui è composto è stato contaminato dai radionuclidi degli scarichi di rifiuti provenienti da impianti che si occupano del combustibile esausto che arriva dall’Europa. Ad essere responsabile dell’inquinamento radioattivo è anche l’incidente accaduto nella centrale nucleare di Chernobyl nel 1986, oltre alle varie operazioni civili e militari condotte nel territorio da parte dei Paesi che si affacciano sull’Artico. Ciò ha portato oggi a sforzi di dimensioni internazionali per valutare le esposizioni radiologiche attuali e potenziali ed i rischi associati alla salute umana e all’ambiente nell’Artide, portato avanti da molti gruppi di studiosi e ricercatori come l’Arctic Monitoring and Assessment Programme, AMAP.

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Le maggiori sorgenti di inquinamento in Artico sono costituite dalle aree industrializzate della Penisola di Kola, del Mar Bianco e della Siberia settentrionale e dalle zone interessate dall’estrazione e dal trasporto di petrolio in Russia, Alaska e Canada. I contaminanti provenienti dalle aree urbanizzate e industriali sono trasportati in Artico dalle circolazioni atmosferiche e ne alterano l’integrità fisica. I maggiori contaminanti sono di origine industriale e sono costituiti da particelle di carbone, idrocarburi, solfati e metalli pesanti. La deposizione di tali particelle sulla neve ne provoca il più rapido discioglimento. La rottura del vortice polare artico avvenuta tra febbraio e marzo apre la strada all’arrivo di inquinanti in misura tale da generare il fenomeno noto come “Arctic Haze” (detto anche foschia artica).

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L’assottigliamento e la minore estensione del ghiaccio marino dovuti al cambiamento climatico rendono più appetibili i giacimenti sommersi di combustibili fossili e la gestione delle rotte polari. Ad emergere, però, oltre ai milioni di barili di gas e petrolio ci sono anche responsabilità per l’inquinamento dei mari artici usati per decenni come discariche “nascoste” di rifiuti tossici.

L’abbandono dei reattori nucleari dei sottomarini nei mari di Kara e Barents, avvenuto nel passato, nonché quantità significative di altri rifiuti radioattivi, nelle acque adiacenti gli Oceani Artici e il Nord Pacifico, è stato descritto in dettaglio dalla Federazione Russa in un Libro Bianco del 1993, chiamato anche “relazione Yablokov“.  Durante gli anni ’70 ed ’80 il mare di Kara era una discarica occulta per rompighiaccio, navi e sommergibili nucleari della flotta sovietica. In quelle acque si trovano reattori nucleari dismessi e “rifiuti pericolosi” abbandonati dai militari. Secondo l’Istituto Norvegese per la Ricerca Marina, il mare di Kara potrebbe contenere almeno 16 reattori e 17.000 containers di scorie tossiche, molte delle quali potrebbero essere radioattive.

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Durante l’epoca sovietica, la maggior parte delle informazioni sulle prove di esplosione nucleare è stata classificata. Oggi, il riscoperto interesse per quei rifiuti è dato dall’interesse per l’ambiente e gli effetti che si potrebbero manifestare nel tempo sulla salute pubblica. Data la sensibilità dell’opinione pubblica e le numerose campagne degli attivisti (Green Peace International), il governo russo ha deciso di effettuare il recupero di due sommergibili nucleari: il K-27 ed il K-159, abbandonati da vent’anni sui fondali dell’arcipelago di Novaya Zemla. Il K-27, con i suoi due reattori carichi di combustibile nucleare, si trova a 35 metri di profondità, ed una missione congiunta Russia-Norvegia, ha esaminato il sommergibile con un ROV (robot sottomarino) confermando che per il momento le condizioni del relitto sono perfette.

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Ma il disastro ambientale non ferma, ma anzi favorisce, la corsa alle risorse naturali che si celano nel sottosuolo dell’Artico. Per questo la Federazione Russa non ha abbandonato la storica dedizione all’uso del nucleare nella regione artica. Per esplorare il fondale artico e istituire piattaforme di foratura per estrarre petrolio e gas, tra pochi anni verranno utilizzate le centrali nucleari galleggianti, di cui futura operatività è stata annunciata da Rosenergoatom. Il costo di tali centrali è di 400 milioni di dollari, ma può fornire elettricità e riscaldamento per comunità fino a 45.000 persone e può rimanere in posizione per 12 anni prima di aver bisogno di essere riparato presso il cantiere navale di San Pietroburgo.

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La piattaforma, sulla quale saranno installati due reattori nucleari, è lunga 144 metri e larga 30, il suo peso è pari a 21 mila tonnellate. I reattori KLT-40SK, verranno utilizzati in contemporanea e saranno in grado di produrre 40MW. Inoltre tali centrali galleggianti verranno utilizzate anche per scopi di ricerca. La Russia ha bisogno di raccogliere campioni di terreno dal fondo marino per dimostrare che il crinale di Lomonosov fa parte della terraferma russa. Le centrali galleggianti verranno utilizzate come fonte di approviggionamento energetico a partire dal 2019.

BIBLIOGRAFIA:

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