Grenada, una piccola isola per una grande nazione: Bishop e Coard, popolo e potere

di Giacomo Zito

La carriera politica di Maurice Bishop (1944 – 1983) è contrassegnata da una presenza costante nei movimenti attivi a Grenada. Iniziò militando nel National Action Front nel 1970, quindi divenne membro della sede grenadiana di FORUM, un gruppo di discussione di nazionalisti neri (‘black nationalist discussion group’), nato dal meeting a Rat Island. Nel 1972 partecipò alla fondazione del ‘Movement for Assemblies of the People’ (MAP), movimento interessato alle teorie socialiste di Nyerere in Tanzania, al New Beginning Movement di Trinidad e a forme emergenti di democrazia diretta e partecipata che si stavano formando negli USA. L’anno dopo, Bishop condusse la fusione del MAP con il JEWELJoint Endeavour for Welfare Education and Liberation’, movimento locale interessato alle necessità dei contadini, per fondare il New JEWEL Movement (NJM), importante assembramento di realtà rurali e ideologie cosmopolite.

Gli obiettivi principali del NJM erano rivolti al miglioramento della condizione economica e sociale di Grenada. A livello economico si proponeva di migliorare la produzione agricola e manifatturiera locale, per abbattere i costi di trasporto delle merci importate affinché fossero vendute a prezzi più abbordabili per la popolazione. Per fare ciò, era necessario che ai lavoratori venisse insegnato come svolgere la loro professione, sia che fossero pescatori, agricoltori o tessitori. In questa prima fase, il NJM era anche propenso alla nazionalizzazione delle industrie e dei mezzi di trasporto. Sul piano politico si proponeva la creazione di assemblee popolari a cui il cittadino avrebbe dovuto partecipare a seconda della sua residenza e del suo lavoro. Da queste assemblee, quindi, sarebbero dovute uscire delle proposte da sottoporre al governo. L’obiettivo era rendere i cittadini partecipi alla politica del loro stato, senza che si sentissero divisi e vittimizzati dal sistema partitico.

In pochi anni il NJM acquistò consensi in tutta l’isola e Bishop venne eletto come membro di opposizione nel Parlamento, grazie principalmente all’appoggio delle classi più disagiate e al grande carisma del leader. Bernard Coard, invece, si occupò della struttura del movimento a cui diede un’organizzazione migliore, grazie all’esperienza maturata in Giamaica.

L’avvicinamento e la collaborazione tra Bishop e Coard condusse il NJM a diventare una vera forza rivoluzionaria capace di prendere il potere e di governare il paese, cosa che avvenne nel marzo del 1979.

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Uno dei motti della rivoluzione: ‘Sempre avanti!! Mai indietro!’

Negli anni precedenti alla rivoluzione, Gairy non diede nessun segnale di voler rilassare la tensione. Nel biennio 73-74 si inasprirono i rapporti, le manifestazioni di protesta aumentarono arrivando a portare in piazza circa 25.000 persone. Il governo rispose ordinando di sparare sulla folla, decisione che portò a numerosi morti tra cui il padre di Maurice. Di tutta risposta il NJM decise di armarsi per potersi difendere e, nel caso, offendere.

Il colpo di stato, la seconda grande esplosione di Kick ‘em Jenny, avvenne il 13 marzo 1979 e iniziò di notte, alle 4.15. L’Operazione Apple (nome derivato dalla loro parola d’ordine, ‘apple juice’) ebbe un risoluzione rapida e quasi senza spargimento di sangue. Gairy venne deposto mentre era in soggiorno negli USA e alle 10.48 Bishop era alla stazione radio per pronunciare il discorso, conosciuto con il nome di ‘Bright New Dawn’, in cui invitava il popolo a scendere per le strade e dare il via alla rivoluzione. Il successo fu immediato. Furono gli stessi concittadini, senza armi, a convincere la forza di polizia a non intervenire.

Da quel giorno Grenada visse quattro anni di “rivoluzione nazional-democratica e anti-imperialista”, come descritta dallo stesso Bishop nel 1982, anche se, va detto, la realtà fu alquanto diversa dalle sue aspettative.

Come in molte altre realtà, la strategia economica non fu quella di statalizzare i mezzi di produzione e trasporto, bensì di formare un’alleanza multi-classista con i borghesi progressisti per fornire un servizio pubblico in competizione con il privato. L’educazione primaria fu resa gratuita e venne aumentato l’accesso all’istruzione, difficoltoso nelle zone rurali, attraverso la riconversione di vecchi autobus in aule scolastiche. Le assemblee popolari, descritte nel manifesto del NJM, ebbero un successo immediato. Uno dei i tratti distintivi della rivoluzione, la più grande mancanza di quegli anni che tuttora i grenadiani sentono, fu proprio la grande partecipazione e il senso di comunità che si creò. L’intervento volontario era molto forte; in tanti prestavano le loro abilità per la causa, attraverso donazioni o lavori occasionali. Vennero ampliati i diritti e le garanzie delle donne e incrementate le loro possibilità lavorative e nel 1982 venne istituito il Ministry of Women’s Affairs. Aumentarono il numero di cliniche e di dottori, ma anche di musei e di convegni artistici e intellettuali. Si vennero a creare legami importanti con Cuba, Nicaragua e URSS, che collaborarono economicamente per supportare i progetti della rivoluzione, tra cui la creazione di un nuovo aeroporto, obiettivo caro a Bishop.

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Foto commemorativa dell’incontro tra Ortega, Castro e Bishop

L’informazione venne affidata a un solo giornale, il Free West Indian, manifestamente propagandistico, mentre tutte le altre testate vennero chiuse. Tra queste, merita una menzione il Torchlight chiuso nell’ottobre del 79, dopo aver supportato la rivoluzione, per aver espresso dei commenti a favore della comunità rasta, tradita dal governo rivoluzionario. Ad ogni modo il Free West Indian fu un fruttuoso laboratorio culturale, capace di supportare la scuola nell’insegnamento della lingua scritta, veicolo culturale per eccellenza, attraverso concorsi pubblici di letteratura.

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Un esempio dei pamphlet della rivoluzione

Dopo i primi anni di successo, entusiasmo e di grande partecipazione popolare, la rivoluzione cominciò a mostrare le sue debolezze.

Il movimento, sempre più simile a un partito, perse l’eterodossia che l’aveva caratterizzato dalla sua nascita. In un’intervista concessa a Ikael Tafari, pubblicata su Rastafari in Transition, Appendix II (2001), Prince Nna Nna, capo spirituale rastafariano e membro del PRA (People’s Revolutionary Army), descrisse bene questo aspetto. Parlando dei primi giorni della rivoluzione disse che il PRA era formato sia da cristiani che da rastafariani e musulmani i quali si riunivano per pregare insieme, secondo le loro tradizioni, e si confrontavano su ciò che i loro testi sacri insegnavano su Dio. Negli anni a seguire, invece, i membri del PRG (People’s Revolutionary Government) si iniziarono a distaccare dalle molte realtà con le quali avevano condotto la rivoluzione, creando una profonda spaccatura tra loro e la gente comune. Molti rastafariani venivano minacciati, altri venivano incarcerati o mandati in campi di lavoro, mentre ai bambini veniva richiesto di tagliarsi i capelli per poter andare a scuola. Secondo Prince Nna Nna il vero problema era che i rastafariani erano l’unica voce fuori dal coro nella rivoluzione, gli unici capaci di mantenere un contatto con la popolazione e di far aprire gli occhi al PRG su come stavano cambiando i rapporti tra il popolo e il partito. Il problema principale, per Prince Nna Nna, era che il PRG preferì cercare un appoggio dallo “straniero” (v. Cuba e Russia) e non capì l’importanza di mantenere buone relazioni con la comunità rasta, molto più presente nell’isola. Le altre religioni, nonostante ci fosse ampia libertà di culto, vennero, invece, velatamente osteggiate. Ad esempio, molti cristiani praticanti si lamentarono del fatto che la maggior parte degli eventi utili per dare il proprio contributo alla nazione -e per scalare le vette del partito- attraverso lavori e contributi volontari, venissero organizzati di domenica mattina, in concomitanza con la messa.

Anche molte donne si lamentarono di come operava il partito. Nonostante l’impegno per migliorare i loro diritti e le loro possibilità lavorative, quando provarono a denunciare membri del partito stesso per violenze sessuali subite, questo rispose con un imbarazzante silenzio.

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Il ‘Maurice Bishop Trial’ fu un approfondimento del Free West Indian su quello che avvenne il 19 ottobre. In questa pagina si può vedere la foto del luogo in cui Bishop e i suoi vennero giustiziati

Allo stesso tempo, oltre che tra il partito e il popolo, si venne a creare una grande spaccatura tra le diverse visioni politiche di Bishop e Coard. Da una parte l’esperimento delle assemblee popolari e gli insegnamenti di Nyerere, dall’altra l’impronta del sistema partitico e del socialismo paternalistico di Coard. Probabilmente di natura più personale che ideologica, le discrepanze tra i due leader rispecchiavano proprio quella crepa tra popolo e potere di cui si è scritto. Nel 1983 venne fatta una votazione per creare una doppia leadership congiunta tra Bishop e Coard (rispettivamente Primo e Vice Primo Ministro), in cui molti sostenitori di Bishop, contrari alla proposta, furono costretti e minacciati a votare a favore. La proposta passò ma Bishop non la accettò e per questo venne messo agli arresti domiciliari. Poco sopportato dal partito, Bishop era, invece, molto supportato dal popolo che, venuto a conoscenza degli arresti domiciliari, scese in piazza per liberarlo. Secondo Shalini Puri, nel suo ‘The Grenada Revolution in the Caribbean Present – Operation Urgent Memory’, la liberazione non fu un atto di una folla ciecamente fedele al suo leader, ma un atto volontario, voluto e criticamente deciso.

Il 19 ottobre del 1983 Bishop venne liberato dagli arresti domiciliari e si recò con i suoi sostenitori a Fort Rupert, ora Fort St. George’s, per comunicare ciò che era successo e per distribuire le armi per organizzare la resistenza. Da Fort Friederick, base del PRA, venne emesso l’ordine di riprendere il controllo di Fort Rupert. L’esercito rivoluzionario arrivò al forte e iniziò a sparare sulla folla. Tra i morti in quell’incidente ci furono anche Bishop e i suoi più stretti collaboratori, al suo fianco fino all’ultimo, giustiziati quando ormai erano senza armi, arresi. La verità e l’esatta cronologia di ciò che accadde quel giorno non è chiara, ma sicuramente  fu chiaro chi fossero i mandanti. I ‘Grenada 17’, così rinominati, vennero arrestati e condannati a morte, condanna che venne poi alleviata al punto che l’ultimo tra loro, Bernard Coard, uscì dal carcere il 5 settembre del 2009, dopo 30 anni di prigione.

In ricordo di quel 19 ottobre, momento tumultuoso e difficile, venne posta una targa a Forte St George’s, nel luogo dell’esecuzione, che le guide mostrano ai turisti delle navi da crociera, mentre cercano di raccontare, ancora adesso con rabbia, cosa accadde in quel giorno di 34 anni fa, quando ci fu la terza esplosione di Kick ‘em Jenny, la fine della rivoluzione di Grenada.

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I 18 accusati, divenuti i ‘Grenada 17’ dal momento in cui Raeburn Nelson, tenente del PRA, venne scagionato. La tabella a doppia entrata dove sono scritti i verdetti è molto chiara: in alto i nomi dei morti, a sinistra quelli degli imputati. Per ogni omicidio sono riportati i giudizi: G (‘guilty’, colpevole), NG (‘not guilty’, non colpevole) o M (‘manslaughter’, omicidio colposo)

 

 

Fonti e Approfondimenti:

– https://lospiegone.com/2018/01/15/grenada-una-piccola-isola-una-grande-nazione-storia-di-sofferenze-e-riscatti/

–     S. Puri, “The Grenadian Revolution in the Caribbean Present: Operation Urgent Memory” nella collana “New Caribbean Studies”, ed Palgrave Macmillan, 2014

–     G. Lewis, “Grenada, the Jewel Despoiled”, ed.  The John Hopkins University Press, Baltimore e Londra, 1987

–     B. Meeks, “Caribbean Revolutions and Revolutionary Theory: An Assessment of Cuba, Nicaragua and Grenada”, ed. University of the West Indies Press, Barbados, Jamaica e Trinidad e Tobago, 2001

–     www.thegrenadarevolutiononline.com

–     www.urgentmemory.com

–     www.pdcnet.org/clrjames

–     www.nacla.org/blog/2012/10/22/bitter-anniversary-remembering-invasion-grenada

 

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