Grenada, una piccola isola per una grande nazione: l’invasione USA e il processo di transizione verso la realtà odierna

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DI GIACOMO ZITO

Grenada, 19 ottobre 1983: la rivoluzione era stata tradita, Maurice Bishop e dieci dei suoi più stretti collaboratori sono morti per mano dei loro stessi compagni di partito. Il giorno dopo arrivò da Cuba una denuncia lapidaria: “Nessuna dottrina, nessun principio o posizione dichiarata rivoluzionaria e nessuna divisione interna giustifica misure atroci quali l’eliminazione fisica di Bishop e l’eminente gruppo di onesti dirigenti morti ieri”. Morto Bishop e arrestato Coard, il partito si mosse affidando il governo a un Consiglio Militare Rivoluzionario, con a capo Hudson Austin, generale del PRA (People’s Revolutionary Army) e venne istituito il coprifuoco. Se prima il partito aveva condannato agli arresti domiciliari Bishop, ora lo aveva fatto con un intero stato.

Ma la situazione non era destinata a rimanere così a lungo. La posizione internazionale di Grenada aveva richiamato l’attenzione degli Stati Uniti, preoccupati che l’esperimento socialista del NJM potesse dare l’esempio ad altre realtà della zona, oltre che diventare un altro avamposto del comunismo in America. Per questo, secondo la visione del governo di Ronald Reagan (1981 – 1989), era necessario intervenire. Bisognava solo capire se si poteva farlo indirettamente, attraverso finanziamenti a gruppi reazionari o governi alleati, oppure apertamente, con un’azione incisiva, di rapida risoluzione, che non solo bloccasse qualsiasi tentativo d’emulazione nella regione, ma che funzionasse per esorcizzare la disfatta appena subita in Vietnam. Per decidere, servivano innanzitutto delle motivazioni che potessero risultare abbastanza convincenti per l’opinione pubblica e il Congresso.

Un primo movente fu presto trovato. La costruzione del nuovo aeroporto internazionale, progetto caro a Bishop per risollevare l’industria turistica del suo Paese, venne utilizzata da Reagan come scusa per accusare Cuba e l’Unione Sovietica di voler fare di Grenada ”una colonia cubano-sovietica che veniva resa operativa come un grande bastione militare per esportare terrore e minare la democrazia” (”a Soviet-Cuban colony being readied as a major military bastion to export terror and undermine democracy”). A Reagan non importò sapere che il progetto fosse stato, in realtà, pianificato dal governo britannico con il contributo di quello canadese, non ascoltò nemmeno quello che disse Ron Dellums (D-California) quando, tornato da un viaggio a Grenada per invito di Bishop, affermò che, dalle sue osservazioni, non c’era alcun motivo di pensare che il progetto avesse alcuno scopo militare. Il suo interesse era mostrare come la grandezza dell’aeroporto fosse sproporzionata rispetto alle necessità degli aerei turistici e che il suo scopo reale consisteva nel permettere agli aerei militari sovietici di atterrare e decollare.

 

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Prima pagina del Free West Indian sui lavori per la costruzione dell’aeroporto

Un secondo movente riguardava la possibilità che gli studenti statunitensi della St. George’s University di Grenada, circa 750, potessero essere presi in ostaggio e che le loro vite potessero essere messe in pericolo. In effetti, era stata da poco risolta la cosiddetta Crisi degli Ostaggi in Iran e la paura che si potesse ripetere una situazione simile era forte, nonostante non ci fossero delle prove effettive che confermassero tali timori. Dunque, una volta trovati dei moventi con cui poter convincere l’opinione pubblica, sulla quale Reagan stava già lavorando ben prima della morte di Bishop, bisognava solo aspettare il momento adatto per intervenire.

L’escalation di violenze del 19 ottobre, sicuramente, agitò le acque e permise di richiedere un intervento immediato. Secondo The Grenada Revolution dove è disponibile una timeline dettagliata dei movimenti di quei giorni, già il 18 ottobre gli Stati Uniti avevano richiesto a Eugenia Charles, Primo Ministro di Dominica, un aiuto per una valutazione formale della situazione, in quanto leader dell’Organization of Eastern Caribbean States (OECS). Charles, la ‘Dama dei Caraibi’, il 20 ottobre era a Washington, mentre il giorno dopo si sarebbe recata a Barbados per una conferenza straordinaria dell’OECS, durante la quale venne votata la richiesta formale per l’intervento statunitense. Il 22 ottobre, il gabinetto di Reagan venne informato che cinque stati membri dell’organizzazione, Antigua e Barbuda, St. Lucia, St. Vincent e Grenadine, Montserrat e Dominica, erano pronti a inviare le loro truppe. In aggiunta, Giamaica e Barbados confermarono la loro disponibilità e il loro sostegno all’invasione.

Passarono pochi giorni e i grenadiani si ritrovarono sopra le loro teste i famigerati Black Hawks. Era il 25 ottobre del 1983, iniziava l’Operazione Urgent Fury, la quarta e ultima esplosione di Kick ’em Jenny. In quei giorni a Grenada si viveva in uno stato d’allerta. Radio Free Grenada, l’unica emittente radiofonica della rivoluzione, già aveva avvertito la popolazione di un possibile intervento statunitense. Quando, alle 5.30 del 25 ottobre, la radio annunciò l’invasione di forze imperialiste e incitò il popolo alla resistenza, la risposta di quest’ultimo fu ben diversa da ciò che si immaginava. Il fatto fu che, con la morte di Bishop, il PRG aveva perso il sostegno popolare, in quanto, come si è detto, era principalmente grazie al carismatico leader se esisteva ancora un forte contatto tra popolo e partito. La maggior parte della popolazione (l’88% secondo quanto scritto da S. Puri), era favorevole all’intervento, visto come una liberazione più che un’invasione.

Per gli Stati Uniti questa, in effetti, era una situazione ideale. Lo descrive bene S. Puri, nel libro già citato, quando scrive che ‘il governo degli Stati Uniti trovò in Urgent Fury una perfetta opportunità per la relazione con l’opinione pubblica: una guerra breve, una vittoria decisiva e appariscente, il minimo di vittime e il massimo di fanfare’. A questo va aggiunto, oltretutto, il favore della popolazione. Parafrasando ciò che disse Ron Dellums, gli USA non avrebbero mai trovato, se non a Grenada, una condizione tale da invadere uno stato, salvare degli studenti e ricevere la gratitudine dei cittadini invasi.

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La guerra fu, effettivamente, molto breve. Golia, con i suoi 7.355 soldati attivi nell’operazione e altri 20.000 appostati nelle basi oltremare e con i suoi 134,4 milioni di dollari investiti, schiacciò Davide e i suoi 300 soldati grenadiani (secondo i dati forniti da Mark Adkin in ‘Urgent Fury: the Battle for Grenada’), supportati da qualche decina di soldati cubani stanziati nell’isola, i quali avevano il comando di non rispondere al fuoco se non per difendersi. L’esito arrivò dopo poche settimane. Eppure, anche in un’operazione di tale semplicità non mancarono delle complicazioni. Il problema più grave fu la mancanza di mappe dettagliate dell’isola e la mancanza di coordinamento tra le varie task forces. In un documento firmato da Christopher McInnes della Royal Australian Air Force si descrive l’operazione come un insieme di attività scoordinate, senza una base operativa unica che coordinasse le operazioni dell’esercito, della marina e della aviazione. Questo comportò che, dei 36 morti tra le linee statunitensi, quasi la metà (17 persone) perse la vita per fuoco amico o per degli incidenti. A causa della documentazione insufficiente, invece, vennero colpiti alcuni obiettivi civili, come l’ospedale psichiatrico che si trovava vicino a Fort Friedrick, sede dell’esercito rivoluzionario.

Intanto, nonostante i numerosi errori, gli Stati Uniti avevano la loro vittoria da poter celebrare con il massimo delle fanfare. Vennero date 19.600 riconoscimenti, di cui 276 medaglie al valore, mentre in patria Reagan ne approfittò per pubblicizzare l’intervento come un’altra vittoria sul comunismo e una riuscita operazione di salvataggio. La foto di uno degli studenti di medicina che, inginocchiatosi, faceva le sue reverenze ai militari che erano venuti a salvarlo, fece la sua apparizione su tutti i media statunitensi.

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Lo stesso studente, quando vide arrivare gli aerei e gli elicotteri USA, esclamò: ‘E’ come in Apocalipse Now!’

Con l’Operazione Urgent Fury si mise definitivamente fine all’esperienza socialista di Grenada. Successivamente venne istituito un governo di transizione che conducesse lo stato alle elezioni, avvenute nel 1984 e vinte dal Grenada National Party. Nello stesso anno venne inaugurato l’aeroporto internazionale di Pointes Salines, dedicato a Maurice Bishop solo nel 2009.

Dagli anni 80 a oggi l’arcipelago ha conosciuto un lungo periodo di pace. Nei primi anni del 2000 l’argomento venne riportato all’attenzione del pubblico, con la nascita una Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Questa concluse, in un lungo report disponibile online, che, per molti, vi erano ancora delle ferite aperte.In effetti, stando alle parole e ai discorsi di molti grenadiani, la riconciliazione è ancora un boccone troppo amaro da digerire. La storia della nazione, per molti, è ancora un ricordo del proprio passato, il ricordo di tragedie che hanno fatto scomparire parenti stretti o amici e, come tale, di difficile dissimulazione. La sorte di Coard e dei suoi, da poco usciti dal carcere, le violenze di Gairy prima e del PRG poi, l’intervento statunitense e, soprattutto, il luogo di sepoltura dei corpi di Bishop e dei suoi collaboratori, tuttora sconosciuto, sono degli argomenti che ancora infiammano molti discorsi.

Ad ogni modo, nel corso degli anni, lo Stato ha cercato di trasportare la riconciliazione attraverso una fuorviante propaganda nazionalista. Le strade sono tappezzate dai colori della bandiera di Grenada che fanno da sfondo a scritte che celebrano il 43° anno d’indipendenza. Gli stessi colori fungono da sfondo a murales che ritraggono i volti dei personaggi storici della nazione, dove spesso al volto di Bishop viene affiancato quello di Gairy.

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Fermata dell’autobus nella via tra St. George’s e Guyave. A sinistra Eric Gairy e a destra Maurice Bishop, sotto una stessa bandiera.

Allo stesso tempo, nell’aeroporto, è stato posto un banner, impossibile da non vedere quando si scende dall’aereo, che fa sapere ai turisti che sono atterrati nello stato di Kirani James, il vincitore dei 400m maschili alle Olimpiadi di Londra. Per celebrare il giovane eroe nazionale, grazie al quale, per la prima volta, l’inno di Grenada venne ascoltato da tutto il mondo, gli è stato dedicato il boulevard che collega la capitale, St. George’s, con Grand Anse, la zona più turistica dell’isola. Mentre la società, con fatica, cerca di guardare al futuro, la politica rimane ben ancorata al presente, in una situazione economica molto simile al passato. La classe politica, interessata agli investimenti stranieri, visti come ricavi utili e immediati, non sa mantenere le proprie risorse per il futuro, svendendosi al miglior offerente.

Sia dopo l’invasione del 1983 che dopo il passaggio dell’uragano Ivan, gli Stati Uniti hanno concesso numerosi aiuti economici a Grenada. L’ingresso di liquidità nelle banche ha permesso a molti grenadiani di ricevere ingenti prestiti, attraverso altrettanti ingenti debiti. C’è chi si è indebitato per aggiungere un piano alla propria casa e chi per comprarsi un’automobile, spesso e volentieri di modelli costosissimi. Il trasporto continua a essere completamente in mano ai privati e l’autoproduzione non riesce affatto a soddisfare la domanda della popolazione. Tutto questo accade mentre l’industria turistica sta trasformando, negli anni, le coste dell’isola. Le spiagge vengono accerchiate da resort paradisiaci, dove gli stessi grenadiani spendono interi patrimoni per poter organizzare i loro ricevimenti di matrimonio, mentre intere isole vengono privatizzate – come quella di Calivigny, il cui esclusivissimo resort ha visto, tra gli altri, l’approdo dello yacht di Silvio Berlusconi.

Per la maggior parte dei grenadiani il costo della vita è molto elevato: se vent’anni fa erano costretti a pagar caro le carni surgelate neozelandesi, ora sono costretti a fare lo stesso con quelle statunitensi. Tutto questo mentre gli stipendi vengono pagati con una valuta (l’Eastern Caribbean Dollar) che dal 1976 ha un tasso di cambio fisso con il dollaro statunitense. Le aragoste, di cui Grenada e le altre isole dei Caraibi abbondano, sono scomparse dai mercati locali per soddisfare la richiesta dei ristoranti. Lo stesso, nei periodi di festa, accade per tutto il pescato più pregiato.

Ci sarebbe da chiedersi, come fanno alcuni grenadiani, se gli aiuti economici forniti dagli USA dopo il 1983, così come quelli forniti dagli stessi dopo l’uragano Ivan, siano o meno mossi da sentimenti puramente assistenzialistici. Ma, forse ancora più importante, ci sarebbe da chiedersi da cosa Grenada si sia davvero resa indipendente e a che costo, ora, accetti di vivere in pace.

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FONTI E APPROFONDIMENTI

–     S. Puri, “The Grenadian Revolution in the Caribbean Present: Operation Urgent Memory” nella collana “New Caribbean Studies”, ed Palgrave Macmillan, 2014

–     G. Lewis, “Grenada, the Jewel Despoiled”, ed.  The John Hopkins University Press, Baltimore e Londra, 1987

–     B. Meeks, “Caribbean Revolutions and Revolutionary Theory: An Assessment of Cuba, Nicaragua and Grenada”, ed. University of the West Indies Press, Barbados, Jamaica e Trinidad e Tobago, 2001

–     www.thegrenadarevolutiononline.com

–     www.urgentmemory.com

–     www.pdcnet.org/clrjames

–     www.nacla.org/blog/2012/10/22/bitter-anniversary-remembering-invasion-grenada

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