Grenada, una piccola isola per una grande nazione: storia di sofferenze e riscatti

di Giacomo Zito

Where is Grenada?’ si chiese ingenuamente un militare statunitense, in un giorno del 1983, quando gli venne comunicato che sarebbe stato inviato in un’azione di guerra con l’obiettivo di rovesciare un governo comunista. Ebbene, nonostante l’ignoranza del militare potrebbe far sorridere o indignare i più, in quanti, sia nel 1983 che oggi, sarebbero in grado di rispondergli? Perché, in effetti, chi saprebbe dire cos’è e dov’è Grenada?

Scoperta da Cristoforo Colombo durante il suo terzo viaggio alle americhe, Grenada è l’isola più grande (circa 310 kmq) del secondo stato indipendente più piccolo dei Caraibi (dopo St. Kitts e Nevis). Si trova nell’estremo sud dell’arco di isole conosciute come ‘piccole antille’ e dista un centinaio di miglia marine dalle coste del Venezuela. Lo stato omonimo è retto da una monarchia parlamentare (il capo di stato è, come in tutti i paesi del Commonwealth, la regina Elisabetta II), ed è abitato da circa 110 mila abitanti, la cui stragrande maggioranza discende dagli schiavi portati dalle navi negriere (prima francesi e poi inglesi) per soddisfare il fabbisogno di manodopera nelle piantagioni.

La sua colonizzazione fu molto complicata a causa della forte resistenza mostrata dai Kalinago, gli indigeni che si scontrarono con gli europei. Basti pensare che, nonostante fosse stata scoperta nel 1498, l’isola venne conquistata solo nel 1650, dopo numerosi tentativi, sia da parte degli inglesi che dei francesi. Non è un caso che Jean-Baptiste Labat, in Nouveau voyage aux isles de l’Amerique (1742), parlando dei Kalinago scrisse che “non ci sono persone nel mondo così gelose della loro libertà, o che risentono del più piccolo impedimento alla loro libertà”.

L’unico modo che i francesi trovarono, dunque, per conquistare l’isola, fu quello di sterminare i suoi abitanti. Nella notte del 30 maggio 1650 organizzarono un’imboscata e uccisero molti combattenti Kalinago. I sopravvissuti tra questi, capito di essere in minoranza, fuggirono verso il nord dell’isola dove vennero braccati. Pur di non farsi catturare, alla fine preferirono gettarsi da una scogliera, diretti verso una morte certa in mare. In loro ricordo, quella scogliera prese il nome di “Le Mourne des Sauteurs” (“La collina dei saltatori”).

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Murales in ricordo dell’evento avvenuto nel 1650

Passata sotto dominio inglese nel 1762, durante la guerra dei Sette Anni (1756 – 1763), Grenada continuò a essere una spina nel fianco per i suoi dominatori a causa delle numerose rivolte dei maroons, nome dato a tutti gli ex schiavi africani scappati dalle piantagioni. Tra queste, la più importante ci fu nel 1795, quando Julien Fédon, ispirandosi ai principi della Rivoluzione Francese e dell’esperienza di Haiti, guidò una rivoluzione di schiavi contro il potere britannico. La sua ‘Black Republic’ durò un anno, durante il quale circa la metà degli schiavi presenti sull’isola (12.000 su 24.000 persone) si autoproclamarono uomini liberi.

Nonostante questi episodi, a cui la Gran Bretagna rispose con violenta repressione, Grenada divenne un importante centro di raccolta di zucchero e cacao, come le altre isole dei Caraibi. Più tardi venne importata e piantata la noce moscata, ora un vanto dell’arcipelago (tanto da essere stata inserita nella bandiera nazionale), essendone il piccolo paese il secondo esportatore a livello mondiale (dopo l’Indonesia).

Indipendente dal Regno Unito dal 1974, negli ultimi anni Grenada sta conoscendo uno sviluppo turistico notevole, grazie soprattutto alla costruzione di infrastrutture per la ricezione di vacanzieri, oltre che per la sua posizione geografica che la rende, rispetto alle altre isole dei Caraibi, meno soggetta al passaggio di uragani. Gli ultimi che hanno colpito l’arcipelago sono stati Ivan nel 2004 ed Emily nel 2005, dopo una pausa di quasi cinquant’anni.

Per il traffico aereo Grenada è servita da un aeroporto internazionale, finito di costruire nel 1984 e dedicato a Maurice Bishop. Probabilmente, questa dedica lascia indifferente la maggior parte dei turisti che vi transitano, più interessati a immergersi nelle spiagge tropicali e desiderosi di provare le numerose spezie con cui sono condite le pietanze dell’isola. Eppure, se si informassero sulla sua vita, legata per tredici anni a quella dell’arcipelago, scoprirebbero un’incredibile passato che, quasi invisibile agli occhi, è ancora vivido nei ricordi dei grenadiani.

Icona del movimento Black Power e del socialismo internazionale, leader carismatico e amato dal popolo, Maurice Bishop (1944 – 1983) governò il paese dal 1979 al 1983, anno in cui venne deposto e ucciso dai suoi stessi compagni di partito, dopo aver guidato una rivoluzione contro il governo di Eric Gairy, portando la piccola ex colonia inglese al centro dell’attenzione internazionale.

Prima di parlare di Bishop, però, conviene fare un passo indietro di almeno 30 anni, quando Gairy non era ancora presidente e Grenada era ancora una colonia del Regno Unito.

Secondo la ricostruzione di Gordon Lewis in Grenada, the Jewel Despoiled (1987), la storia contemporanea di Grenada è stata sconvolta da quattro eventi, paragonati a delle esplosioni di Kick ‘em Jenny, il vulcano sottomarino al largo della costa settentrionale dell’isola maggiore. La prima di queste esplosioni avvenne nel 1950, quando i lavoratori, guidati da Eric Matthew Gairy (1922 – 1997), fecero scoppiare delle violente rivendicazioni sindacali, arrivando a bruciare fabbriche e piantagioni. Il periodo, a causa del colore assunto dal cielo per i numerosi incendi, viene ricordato con il nome di Sky Red. Grazie al suo attivismo nel sindacato, Eric Gairy ottenne consensi sempre più ampi, fino a quando venne eletto Chief Minister (un capo di governo sotto controllo del Governatore del Regno Unito) nel 1954. Deposto e interdetto dai pubblici uffici per dei finanziamenti illeciti, Gairy venne successivamente ri-eletto nel 1967 e guidò il paese nel processo di indipendenza, concessa nel 1974. Da quell’anno rimase al potere, come Primo Ministro, fino al 1979, quando venne definitivamente deposto dal movimento rivoluzionario.

I suoi primi anni di governo furono contrassegnati da un periodo di crescita e di emancipazione dei lavoratori, tanto da essersi meritato un posto nell’olimpo di Grenada. Poi, però, le cose cambiarono. La sua credibilità cominciò a vacillare quando iniziò a finanziare imponenti progetti per la ricerca degli UFO, argomento di cui trattava continuamente in incontri ufficiali a livello internazionale (per avere un esempio basta cercare il discorso rivolto alle Nazioni Unite del 27 novembre 1978).

Allo stesso tempo, in patria, il governo non riusciva a rispondere, se non con una violenza inaudita, a manifestazioni di protesta al suo operato, capeggiate da giovani laureati che, tornati dopo un periodo di studio all’estero, convogliarono a Grenada le pretese e le ideologie di un movimento che in quegli anni stava cambiando le sorti del mondo.

La composizione del suddetto era molto eterogenea. Vi confluirono, a seconda delle realtà in cui si sviluppò, le teorie socialiste e comuniste europee, la filosofia della religione rastafariana e l’ideologia del Panafricanesimo. Il suo obiettivo era di combattere la povertà e la disuguaglianza tra bianchi e neri nell’accesso all’istruzione e alle istituzioni, di richiamare i neri a riconoscere e a essere fieri della loro eredità, con il fine di costruire una comunità, di definire i suoi obiettivi e di rigettare le istituzioni razziste. Dal 1976 venne chiamato Black Power Movement, prendendo spunto dal titolo del libro, pubblicato in quell’anno, di Strokely Carmichael (poi conosciuto come Kwame Toure) e Charles V. Hamilton, intitolato Black Power, The Politics of Liberation.

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‘Ancestors in Conference’ di Kolongi Brathwhite Da sinistra: Fredrick Douglas, Bob Marley, Haile Salassie, Adam Clayton Powell, Malcolm X, Patrice La Mumba, Nelson Mandela, Elijah Muhammad, Marcus Garvey, Dr. Martin Luther King Jr., Maurice Bishop, Kwame Nkrumah, Unknown Soldier

Nell’area dei Caraibi ci furono vari esperimenti legati al movimento Black Power. Del 1970 è la Black Rat Conference a Rat Island, St. Lucia, in cui si incontrarono i rappresentanti di vari movimenti provenienti da tutti i Caraibi inglesi per organizzare una piattaforma comune di lotta e cambiamento. Nel 1972, invece, venne organizzata a Martinica una conferenza con 4 obiettivi principali: la proprietà popolare delle risorse dei Caraibi, la distruzione delle vecchie strutture classiste, l’eguale distribuzione delle risorse e l’eguale accesso a istruzione e sanità. Nel frattempo Trinidad viveva anni d’alta tensione a causa della Black Power Revolution, una serie di rivolte e di violente rivendicazioni sindacali avvenute tra il 1968 e il 1970. Fu da queste che sorse, nel 1971, il New Beginning Movement, un consiglio per il coordinamento delle alternative rivoluzionarie per Trinidad e per i Caraibi. L’esperimento, ispirato dalle teorie di C. L. R James, durò fino al 1978 e funzionò come piattaforma di democrazia diretta e di autogestione dei lavoratori, con l’obiettivo d’esporre i limiti dei partiti politici e dei governi rappresentativi.

A Grenada, per supportare la rivolta a Trinidad, venne fondato il National Action Front, piattaforma organizzatrice di varie proteste nell’estate del 1970. Oltre a questo, sorsero numerosissimi gruppi e organizzazioni di discussione politica, economica, sociale e religiosa. Tra questi va citata l’ ‘Organization for Revolutionary Education and Liberation’ (OREL), sorto come propaggine del movimento Black Power.  Di stampo marxista, tra i suoi membri figurò anche un certo Bernard Coard. Anche lui studente espatriato, tornò a Grenada nel 1976, dopo aver maturato una certa esperienza politica grazie ai suoi legami con la sinistra leninista giamaicana.

Alle manifestazioni dell’estate del 1970 Gairy rispose con inaudita violenza, grazie al supporto di nuovi corpi paramilitari fondati da lui e finanziati da fondi pubblici: la Mongoose Gang e The Green Beasts (rispettivamente, la ‘Banda della Mangusta’ e ‘Le Bestie Verdi’). In poco tempo l’atmosfera divenne molto tesa. Il clima intimidatorio e l’interesse spasmodico di Gairy per mantenere il controllo comportò una risposta ancora più forte da parte dei suoi oppositori. Tra questi, spiccò un giovane neolaureato in legge a Londra, tornato in patria nel 1970 e divenuto orfano di padre, di lì a poco, proprio a causa della violenza perpetuata dalle squadracce di Gairy: il suo nome era Maurice Bishop.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

–     S. Puri, “The Grenadian Revolution in the Caribbean Present: Operation Urgent Memory” nella collana “New Caribbean Studies”, ed Palgrave Macmillan, 2014

–     G. Lewis, “Grenada, the Jewel Despoiled”, ed.  The John Hopkins University Press, Baltimore e Londra, 1987

–     B. Meeks, “Caribbean Revolutions and Revolutionary Theory: An Assessment of Cuba, Nicaragua and Grenada”, ed. University of the West Indies Press, Barbados, Jamaica e Trinidad e Tobago, 2001

–     www.thegrenadarevolutiononline.com

–     www.urgentmemory.com

–     www.pdcnet.org/clrjames

–     www.nacla.org/blog/2012/10/22/bitter-anniversary-remembering-invasion-grenada

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