Migro perché sono: identità e parole

Nel primo incontro del Seminario “Migro perché sono” si sono poste le basi necessarie per comprendere meglio non solo il fenomeno dell’immigrazione LGBT, ma anche la costruzione della nostra identità. A partire dalla spiegazione della sigla LGBT, passando per la distinzione tra coming out e outing, fino alla definizione di cultura e di intersezionalità, questo primo appuntamento ha fornito strumenti essenziali per una comunicazione corretta delle tematiche di genere.

La prima parte dell’incontro è stata occupata dall’intervento di Jonathan Mastellari, Segretario dell’associazione MigraBO’ LGBTI, che ha fornito un’esaustiva panoramica delle parole e dei concetti da padroneggiare non solo per accogliere più consapevolmente i migranti LGBT, ma anche per fare una corretta informazione.

Prima di tutto, si è partiti da una precisazione doverosa: le definizioni che andremo ad analizzare sono tipiche di un approccio occidentale (in particolare anglofono) alle tematiche LGBT. Ciò implica che usiamo concetti che in altre parti del mondo potrebbero non esistere oppure non essere definiti allo stesso modo. Ciò potrebbe rendere necessaria la mediazione culturale in casi di accoglienza di migranti LGBT che non si riconoscono in tali categorie occidentali. Bisogna inoltre tenere bene in mente che queste definizioni sono frutto di semplificazioni, utili per poter iniziare ad affrontare lo studio delle tematiche LGBT (su cui si è scritto moltissimo e il cui dibattito intellettuale è ancora molto fervido).

Fatta questa premessa, il concetto basilare da conoscere e da scomporre in tutte le sue parti è quello di identità sessuale. L’identità sessuale appartiene a tutti noi ed è un complesso di più fattori:

  • Sesso biologico: corredo cromosomico (XX e XY) che definisce la fisiologia dei caratteri sessuali primari e secondari e che non può mai essere cambiato nel corso della vita;
  • Orientamento sessuale: direzione della sessualità e dell’affettività, che può essere verso le persone dello stesso sesso (omosessualità, L e G della sigla LGBT), di sesso opposto (eterosessualità), da entrambi i sessi (bisessualità, B della sigla) o da nessuno dei due sessi (asessualità, spesso indicata dalla lettera A della sigla);
  • Identità di genere: senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita. Si distingue l’identità di genere in base alla direzione verso cui si sviluppa rispetto al sesso biologico. L’identità di genere cisgender è un’identità di genere che si sviluppa nello stesso senso del sesso biologico (es. Mario nasce maschio e si percepisce come maschio), mentre l’identità di genere transgender è un’identità di genere che si sviluppa in verso opposto al sesso biologico (es. Mario nasce maschio ma si percepisce come donna);
  • Ruolo di genere: insieme delle caratteristiche (atteggiamenti, gesti, linguaggio, …) che sono riconosciuti in una data società e cultura in una data epoca come propri di uomini e donne.
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Bandiera simbolo dell’identità trans.

Andando avanti nell’analisi delle varie lettere che compongono la sigla “LGBT”, manca da definire l’ultima lettera. La T può stare ad indicare tre categorie:

  • Travestiti (o “crossdresser” in inglese): persone che per i motivi più diversi decidono di indossare vestiti del sesso opposto, senza che ciò definisca necessariamente la propria identità di genere o la propria identità sessuale;
  • Transgender: persone che hanno un’identità di genere trangernder e che, quindi, decidono di intraprendere una transizione (che può includere una terapia ormonale) per avvicinarsi al genere percepito come proprio. Le persone transgender si distinguono tra FtM (female to male) e MtF (male to female), in cui la prima lettera si riferisce al “punto di partenza” (sesso biologico) e l’ultima a quello “di arrivo” (identità di genere);
  • Transessuali: persone che, come le persone transgender, non sentono di appartenere al proprio sesso biologico di nascita e che quindi affrontano una transizione, decidendo però di concludere il percorso con un’operazione chirurgica di rassegnazione del sesso.

Nel contesto anglofono si sta affermando il concetto unitario di transgender (o semplicemente “trans”) per indicare sia chi ha completato la transizione sia chi sceglie di non farlo ma di compiere solo una terapia ormonale.

A queste prime definizioni è bene aggiungerne alcune altre. Innanzitutto è fondamentale distinguere tra sesso biologico e genere. Mentre il sesso biologico, come abbiamo detto, si riferisce ad un elemento anatomico e fisiologico, il genere è un complesso di elementi psicologici, sociali e culturali che determinano l’essere uomo o donna. Per questo motivo è necessario distinguere il sesso biologico dall’identità di genere all’interno dell’identità sessuale.

Sempre a proposito del sesso biologico, è importante conoscere cosa sia l’intersessualità (spesso indicata con la I nella sigla LGBTI). Le persone intersessualità sono persone che alla nascita non presentano organi genitali e/o caratteri sessuali secondari ben definibili come esclusivamente maschili o femminili. Questo fenomeno è ancora considerato in moltissimi paesi (tra cui l’Italia) come una patologia e come tale viene trattata dai medici alla nascita di una persona intersex, momento in cui i genitori e i medici decidono arbitrariamente come riassegnare il genere al neonato. Le stime riportano che circa 1 persona su 30.000 sia intersessuale.

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Il motto americano delle persone asessuali è “cake is better than sex”.

Un’altra precisazione riguarda l’asessualità, che è molto spesso un orientamento sessuale totalmente ignorato e sconosciuto dai più. Le persone asessuali non provano attrazione sessuale verso nessuno dei due sessi, ma ciò non vuol dire che non possano provare attrazione emotiva e costruire delle relazioni con persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.

Arrivati a questo punto, molto spesso nascono alcuni dubbi e si può generare molta confusione. Tra le domande più frequenti troviamo: “Ma quindi le persone transessuali sono automaticamente gay?” e “Come mi devo rivolgere a una persone transessuale? Al maschile o al femminile?”. Riguardo alla prima domanda la riposta è no, perché “transessuale” e “gay” fanno parte di due settori diversi e separati dell’identità sessuale. Infatti, la prima riguarda l’identità di genere, mentre la seconda l’orientamento sessuale. Il fatto che una persona abbia un’identità sessuale transgender, non esclude il fatto che essa possa essere eterosessuale, come chi ha un’identità di genere cisgender può essere omosessuale.

Riguardo alla seconda domanda, come principio è corretto utilizzare pronomi, articoli e aggettivi coerenti con l’appartenenza della persona e con la sua espressione di genere. Per esempio, se mi trovo a parlare con una persona FtM (e quindi con una persona transgender in transizione dal genere femminile a quello maschile), mi rivolgerò a questa persona utilizzando il maschile. In caso invece stessi parlando con una donna transessuale (ovvero con una persona che è nata biologicamente maschio ma che ha affrontato una transizione verso il genere maschile culminata con la rassegnazione del sesso), mi rivolgerò a lei al femminile. In caso di dubbio, è sempre cosa buona e giusta chiedere con cortesia quale sia la preferenza della persona con cui sto interagendo.

Come accennato all’inizio, tutte queste definizioni appartengono ad una semantica propriamente occidentale e in altre parti del mondo non è detto che si faccia ricorso a queste categorie per definire la propria identità. Per questo motivo, gli operatori che hanno a che fare con i migranti LGBT utilizzano molto spesso categorie più ampie che indicano un comportamento, che non necessariamente individuare un’identità. Queste categorie sono sintetizzate dagli acronimi WSW (women who have sex with women) e MSM (men who have sex with men). In molti casi, persone WSW e MSM subiscono forti discriminazioni o persecuzioni nei propri paesi di origine e per questo motivo possono fare richiesta di protezione internazionale.

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“Coming out” è un’abbreviazione che deriva dall’espressione americana “coming out of the closet”.

L’ultima distinzione utile da conoscere anche per la vita di tutti i giorni è quella tra coming out e outing. “Fare coming out” e “fare outing” sono due azioni ben diverse, perché se la prima indica l’atto volontario di rivelare un aspetto della propria identità, la seconda è l’atto di esporre pubblicamente aspetti dell’identità di qualcun altro, contro la sua volontà e/o senza il suo consenso e in quanto tale costituisce una violazione.

Tutte queste definizioni sono utili per comprendere la realtà che abbiamo intorno (oltre che noi stessi), ma creando delle categorie si corre il rischio di creare anche delle rigidità. Stefania Spada, antropologa e assegnista di ricerca dell’Università di Bologna, ha parlato di come il processo di antropopoiesi tipicamente occidentale abbia stabilito un certo binarismo tra “noi” e “loro”, tra “maschio” e “femmina”, così come tra tutto ciò che è considerato “umano” e “non-umano”. Questa logica implica che nel momento in cui un gruppo si riconosce come tale, esso finire per svalutare l’altro. È un processo che vediamo in atto tutti i giorni, soprattutto quando si parla di migranti.

Definire la cultura in termini riduzionisti ha portato al cosiddetto “mito identitario”, in cui l’identità è data come fissa, immutabile, data e identica a sé. Invece l’identità, così come la cultura, si plasma e si crea, è frutto di un processo in continuo movimento, e per questo ci riferiamo a identità plurali. È proprio il concetto di identità plurale ci porta al concetto di intersezionalità. Ognuno di noi è composto da intersezioni di più identità e, per questo motivo, si può arrivare a discriminazioni multiple. Purtroppo, l’approccio intersezionale fa ancora fatica ad affermarsi, perché significa avere a che fare con una complessità non sempre facile da categorizzare o da definire, soprattutto dal punto di vista giuridico, le cui categorie spesso sono escludenti.

Guardare la realtà con lenti intersezionali, ci permetterebbe di interpretare la realtà in termini inclusivi e di offrire soluzioni più adeguate e tutele più efficaci alle persone, che racchiudono in sé più sfumature.

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