Spiegami le europee 2019: intervista a P. Lamberts, co-presidente del partito Verde europeo

Inviata a Bruxelles Yauheniya Dzemianchuk

A due mesi dalle elezioni europee continuiamo la nostra analisi dell’Unione parlandovi di quello che è un elemento fondamentale delle stesse elezioni: i gruppi politici del Parlamento. Abbiamo però pensato che, al posto di spiegarvelo noi, fosse meglio farvi capire chi sono questi gruppi e quali sono le loro idee politiche facendovelo spiegare direttamente da loro. Per questo motivo, tra Roma e Bruxelles, abbiamo intervistato esponenti di spicco dei gruppi nazionali, che ci hanno parlato di alcuni concetti chiave in vista delle Europee di maggio.

Parliamo oggi dei Verdi (The Greens), forza politica emersa negli anni Settanta e presente all’interno del Parlamento europeo dal 1984, anno in cui vennero eletti undici europarlamentari provenienti da Germania, Belgio e Paesi Bassi. Dal 1999, i Verdi compongono un gruppo politico unico assieme a European Free Alliance (EFA). Tra i temi principali che il partito si impegna a sostenere troviamo la protezione ambientale, la pace e la giustizia sociale e la difesa dei diritti umani.

 


Abbiamo avuto l’occasione di incontrare a Bruxelles Philippe Lamberts, politico belga, membro del partito ecologista Ecolo e vice presidente dei Verdi europei.

 

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Qual è la strategia dei Verdi  per queste elezioni?

L’Europa negli ultimi 30 anni è stata guidata da un programma che si adatta fondamentalmente ai Paesi con una versione neoliberale della globalizzazione. Quindi, in sostanza, la politica a livello europeo è di questo stampo perché le maggioranze a livello europeo sono neoliberali. Per politiche diverse a livello europeo, i Verdi sono l’alternativa. Perché abbiamo sempre difeso sia la giustizia sociale che la riduzione della nostra impronta ecologica e, soprattutto, la democrazia. Perché abbiamo sempre combattuto per una società più giusta, più sostenibile e più democratica.

Essere percepiti come alternativa non significa solo convincere la gente della bontà della nostra visione, ma anche dare loro la certezza che siamo in grado di assumerci la responsabilità di portare avanti le nostre proposte. Non siamo una sorta di sinistra radicale che si limita a criticare ciò che avviene in Europa, non chiediamo altre politiche senza pretendere di prendere parte alla loro formulazione. Come Verdi diciamo chiaramente: se i cittadini si fidano di noi, siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità nella guida dell’Unione.

Aumentare l’affluenza dovrebbe essere una priorità di ogni forza politica?

Per quanto ci riguarda è abbastanza ovvio che l’affluenza sia fondamentale, visto che molti elettori che vogliamo convincere sono attualmente non votanti. Sono tutte quelle persone che, credendo che la scelta sia tra Renzi con la difesa ortodossa della globalizzazione e la Lega, scelgono giustamente di rimanere a casa: detesto Renzi, ma non voterò mai per Salvini. Sono tutte quelle persone che trovandosi a dover scegliere tra Macron e la Le Pen decidono di non votare. È questa la fascia di elettorato che la nostra campagna vuole raggiungere e convincere a votare.

Come pensate di convincere questa fascia di elettorato a scegliere la vostra proposta?

Si tratta davvero di fare appello agli elettori e, a tal riguardo, ci sono in gioco fattori di spinta e fattori di attrazione. Il fattore di spinta, naturalmente, è l’emergenza ambientale. Il fattore di attrazione è invece il modo in cui dobbiamo apparire come la risposta giusta a una determinata emergenza. Siamo percepiti infatti come la migliore scelta per le questioni ambientali. Ma in realtà quando si guarda alla società l’urgenza sociale sembra essere molto più violenta dell’emergenza climatica. Sì, sicuramente i Verdi sono per la democrazia e per i diritti umani, ma sei sicuro che i Verdi siano le persone giuste a cui rivolgersi quando si tratta di giustizia sociale? Ed è qui che il nostro patrimonio di immagine, che ci dipinge come persone benestanti e altamente istruite, per cui i soldi non sono davvero un problema e con una buona posizione nella società, ci rende meno adatti agli occhi delle persone. La gente, infatti, a causa di ciò è portata a pensare che non ci interessi preoccuparci di loro. Questo non è assolutamente vero, ma ad essere onesti, i Verdi hanno spesso contribuito a questa immagine parlando troppo di emergenza ambientale piuttosto che di quella sociale. È da questa autocritica che stiamo ripartendo, raddoppiando i nostri sforzi per dimostrare che per noi giustizia sociale e questione ambientale devono andare di pari passo.

Uno degli strumenti messi in campo per convincere più cittadini a votare è lo Spitzenkandidat, cosa ne pensate?

Personalmente non sono sicuro che il modello dello Spitzenkandidat sia utile per aumentare la partecipazione elettorale, onestamente lo vedo come una preoccupazione tutta interna alla bolla di Bruxelles, che non tocca assolutamente i cittadini europei. Quello che intendo dire è che, se domandiamo alle persone comuni delle elezioni europee, difficilmente conosceranno lo Spitzenkandidat. Per quanto io creda in una politica a livello europeo è innegabile che le elezioni si svolgano all’interno di circoscrizioni nazionali, le persone vogliono sicuramente identificarsi in un leader, ma allo stesso tempo le barriere linguistico-culturali sono fondamentali. Il linguaggio è il veicolo della democrazia.

Per aumentare l’affluenza non ci sono ricette miracolose, bisogna stare sul territorio come facciamo in Olanda, Belgio e Germania dove riusciamo a fare campagna per strada e porta a porta. Lo strumento più efficace in democrazia è il dialogo diretto tra persone.

Cosa pensano i Verdi della questione dei migranti?

Quello dei migranti è un problema destinato a non scomparire dal dibattito politico: pensare di risolvere tale questione con risposte semplici genererà delusioni alla prova dei fatti. Quelli che promettono di costruire una fortezza-europa stanno semplicemente mentendo, in primis perché le persone troveranno sempre un modo per arrivare nel nostro continente. Ma se davvero qualcuno fosse seriamente convinto di voler chiudere l’Europa, si andrebbe incontro a dei costi enormi in termini di identità e si farebbe quello che l’Europa stessa è stata costruita per impedire, cioè condannare a morte le persone.

Dunque, non servono risposte semplicistiche, compresa la semplice volontà di aprire le porte senza criterio. La storia ci insegna che vivere in comunità quando vi sono differenze non è semplice, dunque dobbiamo accogliere ma dobbiamo anche governare il fenomeno. Per fare un esempio, un piccolo comune in Francia è riuscito ad accogliere per tre anni 50 rifugiati. Prendersi cura di queste persone era una grande sfida, ma ce l’hanno fatta, ogni migrante o ogni famiglia aveva una famiglia locale pronta ad accoglierli e a gestire la loro permanenza. Ma se fosse andata diversamente, se fossero stati imposti 500 migranti a quel villaggio la reazione sarebbe stata diversa, questo a dimostrazione che ci sono limiti insiti alla gestione dei rifugiati, gestendo la faccenda a livello europeo superiamo queste limitazioni, fermo restando che le nostre capacità non sono illimitate.

Quello che noi Verdi sosteniamo, esprimendo una posizione condivisa nel Parlamento Europeo è che dobbiamo governare il fenomeno a livello europeo, lasciare il problema ai confini italiani, spagnoli, greci e maltesi è profondamente scorretto in Europa. C’è libertà di circolazione: se lasciamo entrare dobbiamo anche lasciar circolare liberamente e gestire insieme la cosa, la competenza deve essere europea o almeno a livello Schengen. Dobbiamo organizzare percorsi legali di accesso, una procedura comune d’asilo e sostenere con lucidità che chi non ha diritto ad entrare non può farlo, ma chi ha i requisiti deve essere accolto.

Ed è qui che si gioca tutto: fare di più ciò che facciamo oggi e farlo in un modo che sia più organizzato.

Qual è la vostra posizione sul funzionamento dell’Unione Economica e Monetaria?

Non può andare avanti così. L’euro non avrà futuro se non rivisitiamo dalle fondamenta la sua architettura, un’unione economica e monetaria senza unione sociale e fiscale non può funzionare.

L’Italia si mantiene come Paese, nonostante le parti più povere, grazie alle parti più prospere. Quello che tiene in piedi il Paese è il budget comune, finanziato tramite tasse in maniera proporzionata alla ricchezza e speso dallo Stato, più che proporzionalmente rispetto alle tasse riscosse, nelle zone più svantaggiate. È in contraddizione a questa logica che la Lega ha costruito il suo consenso, ma c’è da tutelare il principio dell’unità nazionale.

Ora, è ovvio che i trasferimenti finanziari siano stati usati in maniera inefficace, ma il problema non è la logica di base ai trasferimenti. Anche in Germania il funzionamento è analogo, con regioni che sono contributori netti e regioni beneficiarie nette, anche in Francia è così. Se vogliamo perseguire l’unità dell’Eurozona abbiamo bisogno di questa dinamica, perché in assenza di interventi rimarranno solamente le crescenti diseguaglianze fra territori: una Germania arricchita dall’euro e un’Italia danneggiata. È un fatto concreto e non può continuare così a lungo.

La risposta può essere duplice, dal momento in cui abbiamo bisogno di coerenza tra politica monetaria e fiscale. Federalizzando la politica monetaria, ma non quella fiscale si producono divergenze, ma a che livello vanno ri-armonizzate?

I populisti affermano che tornando a una politica monetaria nazionale si gestirebbero in modo coerente moneta e fiscalità. Noi diciamo che bisogna ricostruire, o meglio costruire, una coerenza a livello europeo. È su questo punto che siamo in accordo con Macon, abbiamo bisogno di un cospicuo budget dell’Eurozona, finanziato attraverso tassazione e speso nell’eurozona per ribilanciare gli squilibri economici. Noi Verdi puntiamo a questo.

Dunque, quali riforme proponete per quanto riguarda la governance dell’Eurozona e le regole di bilancio?

Sulle regole di bilancio dobbiamo riconoscere che queste sono, come disse Romano Prodi, “stupide”. Nonostante siano sancite dai trattati non vi è nessuna base scientifica che certifichi la bontà di un deficit al 3% o di un debito pubblico al 60%. La fissazione di questi limiti è ideologicamente neoliberista e puramente arbitraria, volta al ridimensionamento del ruolo dello Stato in favore del mercato. Sicuramente le finanze pubbliche vanno gestite correttamente, ma quello che conta è la qualità della spesa. Uno Stato può innalzare il deficit al 3% per investire su lotta al cambiamento climatico, ricerca e sviluppo di tecnologie ed educazione, così come investire a deficit in aeroporti inutili. Solo nel primo caso saremo davanti a un investimento sensato con un uso accurato delle risorse pubbliche. Dovremmo, inoltre, dotarci di regole di bilancio più intelligenti e ovviamente più complesse da rispettare, che mirino ad equilibrare le diverse necessità con la disponibilità di risorse finanziarie.

Pensiamo alle diseguaglianze, che sono distruttive per l’economia stessa. Ecco io vorrei che ci fossero linee guida su questo tema nelle stesse regole di bilancio europee. Vorrei che fosse assicurato che la tassazione vada effettivamente a ridurre le diseguaglianze più che ad aumentarle; è sotto questa prospettiva che il dibattito può diventare interessante.

Possiamo cambiare i trattati? Personalmente non spenderei energie politiche per cambiarli e vi spiego il perché. Leggendo il report del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, abbiamo 12 anni di tempo per combattere efficacemente il cambiamento climatico. Spenderei così i prossimi 12 anni e non cercando di riformare i trattati, perché ci sono svariate cose che possiamo ancora fare a trattati immutati.

Quali priorità e quali strategie dovrebbero ispirare il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale?

Per noi è chiaro che bisogna mettere in moto non solo il Quadro Finanziario Pluriennale, ma tutti gli strumenti regolatori dell’Unione Europea verso una transizione ecologica. Intendo dire che il nostro obbiettivo deve essere quello di far convivere la nostra società con le logiche e le limitazioni che la natura impone e, per di più, farlo in maniera socialmente sostenibile. Queste dovrebbero essere le line guida del Quadro Finanziario Pluriennale e dell’intero ciclo di policy europeo. Sul QFP, in particolare, vorrei insistere sulla necessità di un approccio diverso rispetto a quello tradizionale. Si è sempre ragionato in questo modo: “Sicuramente l’ambiente è importante, quindi destiniamo il 25% del QFP alla lotta al cambiamento climatico” lasciando, tuttavia, che il restante 75% continuasse a contribuire al cambiamento climatico stesso, pazzesco!

La differenza tra un approccio “distributivo”, che dedica una porzione di budget al cambiamento climatico, e il nostro approccio sta nel fatto che per noi neanche un singolo euro vada investito in attività che danneggino l’ambiente. Dobbiamo finanziare attività climaticamente neutre e, ovviamente, investire di più in attività che riducano l’inquinamento e smettere di finanziare qualsiasi attività dannosa per l’ambiente.

Come vedono i Verdi il futuro dell’Unione?

Potrebbe essere destinata a una morte lenta e non dobbiamo ignorare questa possibilità. Ciò che mi preoccupa di più, però, non sono i populismi nazionalisti, ma i segnali contraddittori che provengono dal Consiglio Europeo. Per quanto riguarda Brexit assistiamo a un grado di coesione tra Stati europei molto forte, che dimostra l’esistenza di una unità intra-europea, di una volontà di lottare per l’Unione Europea e di non distruggere il contratto che ci lega a seguito della decisione britannica. Ma sulle migrazioni, uno dei dossier ritenuti fondamentali, non si trova accordo e sussistono rischi di disintegrazione. Dobbiamo tornare a indirizzare le decisioni europee a tutela della dignità umana, solo così potremo salvare l’Unione Europea stessa.

 

Foto di copertina: sito di Philippe Lamberts

 

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