Infrastrutture: un accordo a somma zero?

Nella mattinata del 30 aprile, una delegazione democratica, guidata dai due leader del Congresso Nancy Pelosi e Chuck Schumer, è stata ricevuta alla Casa Bianca. Considerando che negli ultimi mesi una delle parole più accostate a Trump è stata “impeachment”, già solo il fatto di essersi incontrati e di essersi riconosciuta pari legittimità sarebbe una notizia da prima pagina. Ma c’è dell’altro. 

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La speaker della Camera, Nancy Pelosi. Fonte: Flickr 

La ragione della convocazione (a porte chiuse, a testimoniare la rilevanza dell’evento) si cela in una delle “issue” più significative dell’agenda politica del presidente, anche se passata in secondo piano visto quanto accade in Venezuela e nei rapporti con la Cina: si tratta delle infrastrutture. Trump ha infatti proposto ai suoi avversari politici un accordo per un nuovo piano di investimenti. 

Una promessa che viene da lontano 

Nella campagna elettorale che lo vide trionfare tre anni fa, il tema delle infrastrutture era uno dei più ricorrenti e, probabilmente, uno di quelli su cui l’immagine del tycoon risultava più credibile. D’altronde, viste le radici familiari e il background professionale, non avrebbe potuto essere altrimenti. 

In ogni caso, l’attenzione sul tema viene confermata dalla rilettura di alcuni dei suoi discorsi più importanti. Prendiamo per esempio, il discorso sullo stato dell’Unione: nella versione del 2018, la cifra da destinare alle opere pubbliche sarebbe dovuta essere 1.500 miliardi. Nonostante la maggioranza repubblicana al Congresso, questo progetto non vide di fatto mai la luce.

Il 5 febbraio scorso, di fronte ai nuovi membri delle camere, il presidente ha ribadito la promessa. In un momento particolarmente delicato (lo stesso discorso venne rinviato a causa dello “shutdown”), Trump si augurava che “i partiti si unissero per ricostruire le fatiscenti infrastrutture degli Stati Uniti”, aggiungendo che questa “non fosse un’idea, ma una necessità”. 

Lo stato delle infrastrutture

L’idea pertanto non è nuova. Come d’altra parte non è una novità il bisogno di una riqualificazione delle opere distribuite sul territorio americano. Nel rapporto del 2017, la ASCE (American Society Civil Engineering), ha valutato le condizioni delle 16 diverse categorie di infrastrutture presenti su tutto il territorio nazionale, al fine di indicare le situazioni potenzialmente pericolose e di suggerire una linea di azione all’amministrazione.   

Secondo le stime della ASCE, sebbene la necessità di investimenti in questo campo sia uno dei temi più caldi in fase di campagna elettorale, nella pratica alle parole molto spesso sono seguiti degli interventi insufficienti. La mancata riqualificazione, oltre a non garantire il giusto livello di sicurezza, provocherebbe nel giro di dieci anni delle perdite significative sul versante economico, tra cui due milioni di posti di lavoro e 3900 miliardi di Pil. Senza considerare il costo per ogni famiglia americana, più di 3.400 dollari l’anno.

Per quanto riguarda l’analisi tecnica, l’ASCE ha attribuito dei voti sulla base di criteri quali la capacità dell’opera di sostenere il servizio e le condizioni di sicurezza, la resilienza e l’innovazione. In una scala da A (eccezionale, adatto per il futuro) a F (stato critico, inadatto allo scopo), la valutazione complessiva è stata D+.  

Stando al report, la maggior parte delle infrastrutture sono “in condizioni di scarsa qualità e in genere al di sotto degli standard, con molti elementi che si avvicinano alla fine della loro durata di servizio. Una gran parte del sistema mostra un deterioramento significativo”. 

L’era del restauro?

Della stessa idea è l’Istituto di ricerca Brookings; in un articolo pubblicato pochi giorni fa viene confermata l’idea secondo cui buona parte delle infrastrutture sta “invecchiando” e non è più in grado di sostenere le richieste”. Prendendo in esame la variazione della spesa nel settore delle opere pubbliche tra il 2007 e il 2017, emerge in maniera molto chiara la situazione che deve fronteggiare Trump. 

La spesa pubblica “reale” in infrastrutture è diminuita di quasi 10 miliardi negli ultimi dieci anni, scendendo da 450 milioni nel 2007 a 440 nel 2017. Se si esclude il biennio 2009-10, in cui i provvedimenti economici avanzati da Obama a seguito della crisi economica hanno alzato i livelli di investimento, la spesa per infrastrutture del 2007 non è mai stata eguagliata. 

Il dato è significativo, e lo diventa ancor più se accostato a quello che riguarda la spesa di manutenzione delle opere. Quest’ultima, contrariamente a quanto potrebbe suggerire il grafico precedente, è infatti notevolmente cresciuta, passando da 243 a 267 miliardi, diversamente dagli investimenti in nuovi progetti, che sono calati nel corso del tempo. 

Infine, lo studio dimostra come siano diminuite anche le spese in conto capitale, ovvero l’ammontare che le società investono nei beni che ritengono destinati a durare nel lungo periodo. Il governo, da parte sua, non ha riempito questa mancanza. 

Conclusioni

Sarà il presidente costruttore a colmare questo vuoto?

L’incontro di un mese fa ha avuto un esito tutto sommato positivo, con i leader di entrambi gli schieramenti che hanno parlato di un dialogo proficuo e abbastanza disteso. Al contrario, pochi giorni fa, un secondo incontro sul tema è saltato, ma la partita è ancora aperta. 

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La Trump Tower, a New York. Fonte: Wikipedia 

La cifra concordata tra le parti sarebbe 2.000 miliardi, peraltro superiore ai 1.500 miliardi promessi nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione. Vista la crescita del deficit federale sotto l’amministrazione Trump, l’ipotesi più realistica per il finanziamento sarebbe il ricorso a un’aliquota, probabilmente quella sulla benzina. 

Dal punto di vista di Trump, l’accordo sul nuovo piano per gli investimenti avrebbe due conseguenze positive: in primo luogo, contribuirebbe a calmare le acque in un dibattito pubblico sempre più polarizzato. In secondo luogo, porterebbe a delle ripercussioni favorevoli in uno dei campi in cui l’operato del presidente ottiene più apprezzamenti, quello della politica economica.

Dal punto di vista dei Dem, invece, riuscire a imporre le proprie condizioni sulle infrastrutture significherebbe portare a casa una vittoria concreta, ma anche simbolica contro un avversario che, in questo momento, si può continuare a colpire su più fronti.

 

Fonti e approfondimenti

ASCE, Infrastructure report 2017 

Gretchen Frazee, President Donald Trump’s full 2019 State of the Union address, PBS, 5/02/2019

Joseph W. Cane, Adie Tomer, Shifting into an era of repair, Brookings, 10/05/2019

 

 

 

 

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