Balkans in arms: il mercato delle armi in Montenegro

Il traffico illegale di armi è un fenomeno tipico dei Balcani Occidentali. La criminalità organizzata è forte, soprattutto in Stati deboli e corrotti come il Montenegro, e sarà estremamente difficile debellarla. Inoltre la situazione politica montenegrina, così come quella socio-culturale, contribuisce ad aggravare ulteriormente il problema.

Il traffico di armi in Montenegro

A seguito della dissoluzione della Repubblica di Jugoslavia nel 1992, i destini delle allora province autonome hanno preso strade diverse. Questo è vero anche per quanto riguarda la diffusione e il traffico di armi, nonostante si tenda a vedere i Balcani Occidentali come un’unica entità, caratterizzata da scarsa sicurezza e da numerosi traffici illeciti. Sebbene il problema sia innegabile, occorre distinguere tra i vari Stati, data l’unicità di ciascuna delle loro parabole storiche. Nel caso del Montenegro, ad aver giocato un ruolo di primo piano è la sua relazione con la Serbia.

In effetti, come già descritto in un altro articolo, al collasso della Jugoslavia non era conseguita un’immediata divisione tra Serbia e Montenegro, che hanno costituito un singolo Stato sino al 21 maggio del 2006. Risale a quella data un referendum popolare, il cui risultato era poco scontato, che ha sancito la divisione tra Belgrado e Podgorica. Ciò è stato in parte dovuto all’evidente disparità di trattamento riservata dalle autorità centrali alla regione montenegrina piuttosto che a quella serba, considerata più importante.

La situazione aveva reso il Montenegro una zona dalla forte attrattiva in termini di traffici illeciti, comprese le armi, già prima del 2006. Infatti la legislazione vigente al riguardo, controllata da Belgrado, era molto mal implementata in Montenegro, rendendolo un snodo naturale per svariate attività della criminalità organizzata. In particolare, il Paese risultava un luogo di passaggio di armi illegali, componendo insieme a Bosnia Erzegovina e Kosovo il cosiddetto shadow triangle (triangolo d’ombra) da cui transitavano armi da o per la Russia, la Libia e altri Paesi africani. A seguito dell’indipendenza, invece, il problema principale si è rivelato essere quello del vuoto legislativo, proprio a causa del mancato ruolo avuto dalle autorità montenegrine durante la convivenza con la Serbia.

Le cause economiche e culturali

Vi sono svariate ragioni dietro al successo del traffico di armi nei Balcani e in Montenegro. Fra di esse, la più ovvia è quella legata al guadagno economico che le svariate mafie balcaniche ne traggono. Resa forte dalle ancora evidenti carenze tipiche delle giovani e corrotte democrazie della zona, la criminalità organizzata ha la possibilità di ottenere facilmente armi a basso costo – ancora in circolazione a seguito dei conflitti degli anni Novanta – e di rivenderle all’estero.

Eppure, l’intera zona sembra essere caratterizzata da una forte domanda interna di armi, specialmente quelle di piccolo taglio, chiamate in gergo SALW, Small Arms and Light Weapons. Ragioni di mero stampo economico non sono in grado di spiegare tale richiesta. Diversi studi hanno perciò cercato di identificare le ragioni culturali dietro al fenomeno, che aumenta il rischio di omicidi e di ricorso alla violenza estrema anche in Paesi considerati pacifici.

Il primo è legato alla percezione che la popolazione ha dello Stato, il suo ruolo nella vita di tutti i giorni e la sua capacità di risolvere problemi. In un Paese caratterizzato da corruzione endemica, scarsa fiducia verso le forze dell’ordine, alti tassi di disoccupazione e da una qualità di vita inferiore rispetto alla vicina Europa occidentale, l’alta presenza di armi apre la possibilità di risolvere queste problematiche facendo ricorso alla violenza. Anche l’incapacità dello Stato di far sentire sicuri i propri cittadini porta questi ultimi ad armarsi, in modo da ovviare a tale sensazione.

Il secondo motivo si collega al patriottismo e al nazionalismo. Ancora quando la Jugoslavia era un singolo Stato, esisteva una gerarchia tra le varie province, a causa dell’evidente preminenza serba. Questo ha portato alla creazione di miti nazionali pre-socialisti, in cui la figura del tradizionale guerriero (armato) balcanico era protagonista. Ecco perché i trafficanti, facendo appello al patriottismo, erano addirittura ben visti dalla popolazione nel portare avanti i loro affari. Una situazione che, sebbene più evidente in altri Paesi balcanici come il Kosovo, è sempre stata presente anche in Montenegro.

L’ultima ragione è di ordine più generale, e riguarda il culto delle armi. Ciò indica la predisposizione positiva che la società montenegrina ha nei confronti delle armi, anche quando chi le porta o le usa non lo fa in situazioni di pericolo o di necessità. Un esempio classico è la diffusa abitudine di fare fuoco nel corso di festeggiamenti e matrimoni. In più, il fatto di portare armi è percepito come simbolo di status, o addirittura di virilità: un lascito di un periodo storico in cui la violenza era utilizzata per difendere la propria famiglia dai pericoli del mondo circostante.

Le cause politiche e i tentativi di riforme

Oltre alle motivazioni socio-economiche che abbiamo indicato, esistono motivazioni di natura politica dietro al continuo problema delle armi in Montenegro. Innanzitutto, le autorità di Podgorica non hanno mai considerato la tematica come fondamentale, relegandola in fondo a un’agenda fitta di altre priorità. Tra queste figurano innanzitutto il rapporto con organizzazioni internazionali come Onu, Nato, Consiglio d’Europa e Osce, quello con l’Unione europea riguardo le modalità di accesso, o altre questioni più generali come i diritti umani, la difesa della democrazia, la gestione dei rifugiati e dei migranti e la stabilizzazione politica dei Balcani Occidentali.

Diverse analisi hanno sottolineato la quantomeno parziale ipocrisia delle autorità di un Paese che, sotto diversi punti di vista, presenta soltanto la facciata di una democrazia. Nella realtà, il Montenegro è governato da trent’anni dallo stesso uomo forte al comando, Milo Djukanovic, le cui attività sono spesso poco trasparenti – al punto da spingere l’OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project) a conferirgli il titolo di “Persona dell’anno in criminalità organizzata e corruzione” nel 2015. Esiste dunque un rapporto piuttosto stretto tra i trafficanti di armi montenegrini e le autorità politiche, prive dunque dell’incentivo e della volontà di combattere seriamente il fenomeno. Come spesso accade nei Balcani, dunque, la motivazione latente dietro ai problemi sociali più disparati rimane la corruzione.

Milo_Đukanović_in_2010
Milo Djukanovic

Ad ogni modo, gli ultimi anni hanno visto una serie di sforzi per contrastare tanto i traffici illegali di armi quanto la generale accettazione sociale di cui godono. Intanto, la Commissione SALW di Podgorica ha notato come il profitto generato dai traffici illegali in Montenegro sia calato, riducendo gli incentivi economici per la criminalità organizzata. A livello sociale, il Ministero della Difesa montenegrino ha provveduto, nell’ambito di una missione Nato, a distruggere 416 tonnellate di munizioni ed esplosivi, oltre che 1140 armi leggere; tutto ciò cercando di coinvolgere la popolazione proclamando l’International Small Arms Destruction Day e gestendo una campagna chiamata “Rispetta la vita, abbandona le armi”. Lo scopo di aumentare la consapevolezza dei cittadini riguardo gli effetti negativi del possesso di armi da fuoco, sebbene raggiunto solo parzialmente, è senza dubbio positivo.

Inoltre, il Montenegro ha anche cercato di ridurre gli export legali di armi e il peso economico detenuto da tale industria nel Paese. Tale mossa ha visto come protagonista l’Unione europea, che ha spinto affinché Podgorica rispettasse il Codice di Comportamento sull’Export delle Armi come condizione per continuare i negoziati sull’allargamento.

Questi tentativi hanno risolto solo parzialmente un problema profondamente radicato tanto in Montenegro quanto nei Balcani Occidentali in generale. Un problema che in passato ha causato sdegno nell’opinione pubblica, soprattutto quando, nel 2015, si scoprì che molte armi passate dai Balcani venivano usate dai militanti dell’Isis in Medio Oriente. Nonostante ciò, la legittimità riguardo il possesso di armi è ancora troppo elevata tra la popolazione: una percezione che può essere risolta solo stabilizzando definitivamente i Balcani e fornendo loro Stati forti e capaci, ritenuti in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini.

Fonti e approfondimenti

Petrillo, Enza Roberta, Shadow Triangle. Transborder smuggling between Kosovo, Albania and Montenegro Subverting Borders, 2012.

Tomovic, Dusica, Montenegro to Clamp Down on Arms Smugglers, BalkanInsight, 9/12/2015.

Grillot, Suzette, Guns in the Balkans: controlling small arms and light weapons in seven Western Balkan countries, Southeast European and Black Sea Studies, 2010.

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