Leggere tra le righe: “La tua vita e la mia”, la Svezia tra utopia e paradosso

Copertina di Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Märit, ex giornalista sulla settantina, è su un treno che da Stoccolma è diretto a Norrköping, il suo paesino natale. Sta tornando per festeggiare il compleanno assieme al suo gemello Jonas. Durante il viaggio, il treno ferma anche a Lund, un luogo che è legato a doppio filo col passato di Märit. Qui è sepolto suo fratello Lars, con gli altri pazienti del manicomio Vipeholm, dove ha subito atroci violenze. Lars, ripudiato da tutti in famiglia tranne che da Marit e dalla madre, era una persona che oggi definiremmo autistica, ma che negli anni Sessanta era chiamato “Lars-lo-sgorbio”. Considerato un peso inutile, dopo la morte improvvisa della madre viene allontanato con la forza e rinchiuso a Vipeholm. Nonostante i tentativi di Märit di riavvicinarsi a lui, da quel momento Lars non esiste più. In famiglia cala il silenzio.

In “La tua vita e la mia” Majgull Axelsson, giornalista e scrittrice svedese, ricorda gli abusi avvenuti su centinaia di pazienti nel manicomio Vipeholm nel primo dopoguerra e indaga anche il lato oscuro dell’utopica società svedese, dove se da un lato ognuno ha la possibilità di emanciparsi come singolo, sono molti a soffrire le conseguenze dell’emarginazione sociale e dell’individualismo.

Il lato oscuro del modello svedese

Situato a Lund, nella Svezia meridionale, Vipeholm era un istituto psichiatrico che ospitava centinaia di persone con disabilità intellettive, come sindrome di down, autismo e schizofrenia. Tra il 1945 e il 1960 furono attuati sui pazienti una serie di esperimenti all’interno di un programma di ricerca sulla carie dentaria. Il programma aveva il benestare dell’Istituto di Medicina, era sponsorizzato dall’Associazione dei Medici Dentisti e da alcune aziende dolciarie, ma era svolto senza alcun consenso né dei pazienti né dei loro familiari. I risultati degli esperimenti di Vipeholm diedero un enorme contributo alla ricerca medico-scientifica, ma le condizioni in cui vennero svolti furono oggetto di un lungo dibattito sulla loro eticità.

Questo non fu l’unico evento che vide persone con disturbi mentali oggetto di abusi e violenze nella Svezia degli anni Sessanta. Un’altra pratica che nel Paese ha interessato le persone con disturbi mentali, e non solo, era quella della sterilizzazione di massa per motivi di eugenetica. Con fondi statali, nel 1922 fu fondato a Uppsala, l’Istituto di ricerca sulla Biologia razziale, il primo in Europa, dando il via a una lunga tradizione svedese di ricerca sulle pratiche eugenetiche. Tra il 1935 e il 1970 in Svezia vennero sterilizzate circa 62.888 persone con disturbi della personalità. Di queste, il 95% erano donne, ritenute “asociali” o in ogni caso pericolose per la società, come prostitute, delinquenti e appartenenti a minoranze etniche. La concezione socialdemocratica di dover assicurare a ogni individuo equità e benessere si dimostrò capace di ridefinire in senso economico-sociale la politica di eliminazione, attraverso la sterilizzazione, del materiale umano considerato “di scarto”, garantendo così più risorse per gli individui sani. In quegli anni, la Svezia non fu la sola ad agire così. In Europa, sull’onda dell’ideologia della “razza pura”, quasi tutti i Paesi avevano un programma di sterilizzazione, in particolare verso persone disabili o rinchiuse negli istituti psichiatrici. La Svezia è il Paese che conta il maggior numero di persone sterilizzate.

Il modello svedese oggi: i felici e gli infelici

Il modello svedese, basato sul welfare e oggi uno dei più elogiati al mondo, fornisce un’assistenza al singolo cittadino in ogni aspetto della sua vita, nell’istruzione, nella sanità e nel mercato del lavoro. Questo modello comunitario però si scontra con un forte individualismo e diventa fallimentare nel momento in cui è inserito in una società frammentata e focalizzata sull’emancipazione del singolo, come nella famiglia di Märit

In passato chi ha sofferto maggiormente l’emarginazione all’interno di questo sistema sono stati i più deboli, come i pazienti di Vipeholm o le persone coinvolte nelle sterilizzazioni forzate, ma ancora oggi sono molti gli emarginati all’interno della società svedese.

Nel 2018, il World Happiness Report ha inserito la Svezia al nono posto tra i Paesi più “felici” al mondo. Il report prende in esame parametri come la situazione economica, sociale, politica, la parità di genere e l’integrazione, che vengono poi confrontati con il livello medio di soddisfazione riscontrato tra gli abitanti. Nel 2019 e nel 2020 la Svezia sale al settimo posto. Nonostante questi dati, come in altri Paesi nordici tra i “più felici”, non tutti i singoli vivono in condizione di benessere e felicità. Nel 2018, il Nordic Council of Ministers ha pubblicato un report dove vengono analizzate le cause e le conseguenze di questa infelicità diffusa. È emerso che circa il 12,3% della popolazione afferma di vivere in una condizione di disagio e infelicità, percentuale che sale al 13,5% nei giovani tra i 18 e i 23 anni e al 19,5% tra le ragazze svedesi (contro il 13,8% dei ragazzi). La Svezia è anche tra i Paesi dove il consumo di antidepressivi tra i giovani di età compresa tra 15 e 19 anni è più alta. Solo gli anziani sono ancora meno felici dei giovani, con il 16% degli over 80 scandinavi in condizioni di sofferenza per problemi fisici di salute e solitudine. I cinque fattori che influenzano i livelli di infelicità, secondo lo studio, sono nell’ordine: problemi di salute, disagio psicologico, differenze di reddito, disoccupazione e isolamento sociale. In Svezia circa il 60% delle persone vive, e molto spesso muore, sola. Anche la povertà, sebbene scarsamente presente, incide pesantemente su chi ne soffre. Si riscontra infatti un notevole divario tra le fasce più ricche della popolazione e quelle più povere – il 20% più ricco della popolazione guadagna, infatti, più del quadruplo del 20% più povero. Nel report, il Nordic Council of Ministers identifica inoltre le conseguenze che una condizione di disagio e infelicità può avere sui singoli e sull’intera società. Per esempio, una persona con problemi di salute cronici, fisici o mentali, ha il 64% in più di possibilità di sviluppare altre patologie correlate al suo stato o di aggravarsi entro un anno. Questo non solo influisce sul sistema sanitario e sull’assistenza che è necessario fornire, ma anche sull’ambiente lavorativo, dove crescono le assenze per malattia e i congedi, e di conseguenza crescono i costi per far fronte al calo di produttività. Un altro aspetto importante che ne risente è la fiducia nelle istituzioni e nella società, che è minore nei soggetti che versano in condizioni di sofferenza per motivi di salute, economici o sociali. Questo naturalmente ostacola la creazione di una società coesa e che possa crescere positivamente anche dal punto di vista economico.

 

Fonti e approfondimenti

Axelsson M., “La tua vita e la mia”, Iperborea, 2018.

Belardelli G., Eugenetica, ombra scura sul modello svedese, Corriere della Sera, 03/03/2005.

Catania G., Né liberista né socialista: è la Svezia la vera terza via, Linkiesta, 30/09/2012.

Dotti L., “L’utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975). Il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione”, Rubettino, 2004.

Esperimenti di Vipeholm, Wikipedia.

Marro E., Perché nei Paesi ricchi e «felici» ci si suicida di più che in Italia e in Grecia?, Il Sole 24 Ore, 14/03/2019.

Noralv Veggel AndLillehammer University College (Norway), View of The Nordic Model – Its Arrival and Decline, Global Journal of Management and Business Research: Administration and Management, Volume 14, Issue 9, Version 1.0, 2004.

OECD Better Life Index, Svezia.

The Nordic Council of Ministers, IN THE SHADOW OF HAPPINESS, Analysis no. 01/2018.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

Copertina a cura di Simone D’Ercole

 

 

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