La fuga dell’Occidente, la vittoria dei talebani: capire l’Afghanistan senza tifoserie

Afghanistan
@ArmyAmber - Pixabay - Pixabay Free License via Canva

Il 15 agosto, la bandiera dei talebani è tornata a sventolare sugli edifici governativi di Kabul. A vent’anni dall’intervento militare statunitense e dalla conseguente caduta del primo Emirato islamico dei fondamentalisti, l’Afghanistan si ritrova attanagliato dall’incertezza del futuro e dal terrore del passato. Le immagini della rapida avanzata dei talebani, in concomitanza con quelle della frettolosa evacuazione di militari, diplomatici e civili occidentali, hanno incoraggiato l’opinione pubblica ad analizzare gli eventi nel tentativo di individuare, anche stavolta, vincitori e sconfitti dello scenario afghano. 

Da un lato, abbiamo assistito alla contraddittoria narrativa di Stati Uniti e alleati: la negazione di aver fallito ogni obiettivo politico e sociale in Afghanistan (piuttosto, secondo Biden, la colpa è da ricercare nella mancanza di risolutezza delle istituzioni afghane), così come la negazione dell’ormai palese obsolescenza delle missioni di peace-endurance e State-bulding, elaborate sulla base di strategie top-down e quindi sulla costituzione di istituzioni tramite interventi esterni da parte dei Paesi della coalizione. Dall’altro lato, giornalisti, accademici e opinionisti si sono lasciati andare alle più frettolose analisi. Mossi più dalla dura critica agli Stati Uniti e alle nuove forme di imperialismo dei Paesi NATO che da una approfondita conoscenza della storia e attualità afghana, hanno rilasciato dichiarazioni e commenti spesso sfociati nella celebrazione dei talebani, o quasi. Più o meno come l’alt-right statunitense ed europea, sempre in cerca di nuovi campioni per la causa del sovranismo. 

È una situazione che ci ha mostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, che molto spesso si tende a commentare eventi complicati con analisi semplicistiche. Ancora una volta, a tragedia consumata, ci si è arroccati su posizioni teoriche molto spesso lontane dalla realtà dei fatti come luogo ideale da cui gongolare per la sconfitta dell’Occidente. 

Chiaramente, il fallimento dei Paesi NATO è innegabile e non rappresenta necessariamente un male, visto che potrebbe essere l’occasione giusta per riflettere sull’efficienza delle politiche atlantiste e criticarne le missioni di State-building e peace-endurance. Vent’anni di collaborazione a livello internazionale per garantire stabilità e sicurezza non potevano che finire nella disfatta più totale: un esercito finanziato con 82,9 miliardi di dollari incapace di opporre resistenza all’avanzata dei talebani e un governo fantoccio che senza l’appoggio degli occidentali si è sciolto come neve al sole davanti ai fondamentalisti. Dopo l’Afghanistan, pare ormai palese l’inutilità dei piani di democratizzazione e formazione delle forze armate che non trovano riscontro tra la popolazione. È inutile provare a “esportare” il nostro modello di democrazia senza tener conto delle norme e strutture socio-politiche locali, differenti da quelle che viviamo noi. Il dividi et impera stavolta non ha funzionato. Distribuire finanziamenti, armamenti e cariche politiche sulla base dell’appartenenza a determinate famiglie e clan afghani non ha formato un alleato stabile, ma quello che Francis Fukuyama definirebbe uno Stato pre-moderno: estremamente corrotto, diviso e clientelare, governato nella maniera più personalistica possibile, favorendo la propria famiglia/clan sugli interessi nazionali. Non sorprende, quindi, vedere anche quei pochi risultati ottenuti da USA e alleati volatilizzarsi in mezzo al panico e alla confusione. La maggiore inclusività e rappresentanza ottenuta da donne e minoranze dal 2001 in poi, così come l’ossatura filo-occidentale del terzo settore afghano, non hanno lasciato niente se non l’amaro in bocca di dover tornare a vivere sotto il giogo della violenza settaria e islamista dopo due decenni di illusioni e speranze, per quanto artificiose. Nessun esercito a protezione delle conquiste sociali, nessun governo ad assicurarne la sopravvivenza.

Di fatto, fin dall’inizio del ritiro delle truppe statunitensi, ufficiali dell’esercito afghano hanno stretto accordi con i talebani stessi, mentre gli esponenti della politica hanno abbandonato il Paese con le proprie famiglie. Stessa sorte dei cittadini occidentali, militari o meno: arrivati come liberatori, intenzionati a “esportare” democrazia e a sottrarre le donne dal giogo dell’islamismo e le minoranze etniche da quello della violenza settaria, sono poi fuggiti in fretta e furia lasciandosi dietro, oltre ad armamenti, finanziamenti e vent’anni di fallimenti, decine di migliaia di civili ed ex collaboratori.

Criticare il fallimento dell’Occidente è legittimo, quasi doveroso, perchè ogni fallimento deve essere inteso come un’occasione per provare a cambiare l’approccio che i nostri Paesi hanno adottato sullo scenario internazionale. Ciò che non è legittimo è ripulire o romanticizzare il movimento dei talebani, nel tentativo di farli apparire come un movimento autoctono, rappresentativo dell’intera popolazione afghana, campione di antimperialismo ed espressione dell’autodeterminazione del popolo, un movimento maturato e non più legato agli orrori del passato, pronto a cambiare per prendersi carico della nazione e guidarla. Che sia proveniente dai comunicati di forze politiche riconosciute come tali, come il Partito marxista-leninista italiano, o dalle parole e dagli scritti di giornalisti o accademici, come nel caso di Stefano Azzarrà (Università di Urbino), questa è stata una delle narrative più utilizzate per tirare le somme dopo il successo dei talebani e la disfatta occidentale. Si tratta di una visione degli eventi distorta, guidata dalla necessità di incarnare in qualsiasi nemico dell’Occidente il proprio antagonismo. Così i talebani diventano, a tratti, il minore dei mali, se non la parte ingiustamente lesa da vent’anni di guerra, mentre il loro Emirato il lieto fine a un doloroso capitolo di imperialismo.

La realtà è ovviamente più complicata di così, e non c’è bisogno di osannare o provare ad analizzare i talebani sotto una luce diversa per guardare con occhio critico alle pratiche coloniali di USA e Paesi europei. 

Non è una visione distorta della realtà solamente perché i talebani non possono rientrare nelle categorie utilizzate per inquadrarli, ma anche perché riconoscerli come il male minore e legittimarli come autorità in Afghanistan significherebbe mettere in secondo piano – per la terza volta dopo il primo emirato e l’occupazione occidentale – il volere della popolazione locale, contribuendo a privarla del suo diritto ad autodeterminarsi e a partecipare ai propri processi sociali e politici. Riconoscere i talebani e dialogare con loro semplicemente per prendere atto della situazione e rassegnarsi ai fatti equivale a instaurare un governo afghano sul modello occidentale, e pensare che sia rappresentativo dell’intera nazione. 

I talebani non possono essere considerati una fazione antimperialista perché loro, come molte altre milizie e movimenti attivi in Medio Oriente, perseguono, oltre ai propri, gli interessi di sponsor e finanziatori internazionali. In questo caso, i talebani sono un alleato del vicino Pakistan. Fin dagli anni Novanta, decennio in cui si costituì il movimento dei talebani, il Pakistan ha visto nei fondamentalisti una possibile pedina nello scacchiere afghano. Oltre agli interessi compatibili, Pakistan e talebani sono uniti dalla presenza di una netta maggioranza pashtun tra le fila della milizia così come tra la popolazione pakistana e dall’affiliazione dei talebani al movimento deobandi, maggioritario tra i musulmani pakistani. Per tutto il primo emirato, il Pakistan è stato tra i pochi Paesi a riconoscere il regime dei talebani, nonostante i crimini e le violenze perpetrate, finanziandolo con armi e denaro in cambio della stabilizzazione e dell’accesso alle infrastrutture afghane, fondamentali per il trasporto su ruota che unisce il Pakistan all’Iran. Se si considera che i talebani si sono a lungo istruiti nelle madrasa pakistane, viene da pensare al movimento come un’estensione, un attore proxy del Pakistan, una potenza regionale impegnata a stabilire con interventi diretti o meno le sorti dei Paesi limitrofi. Decisamente una politica di stampo imperialista.

I talebani non possono neanche essere l’espressione della sovranità e dell’autodeterminazione degli afghani, perchè nella loro agenda politica, così come nei loro precedenti governi, figurano pratiche che escluderebbero parte della popolazione dalla possibilità di partecipare alla vita politica, sociale ed economica del Paese, quindi limitandone la capacità di autodeterminarsi. È il caso delle minoranze etniche, soprattutto gli hazara, ma anche delle donne e delle minoranze religiose. Non è neanche il caso di definire i talebani come legittimi visto che il sostegno della popolazione, o presunto tale, è stato garantito con la violenza o con decenni di propaganda nelle aree rurali del Paese, dove l’isolamento dal resto dell’Afghanistan condiziona le capacità di analisi e di pensiero degli abitanti e dove le persone conoscono solo la legge islamista, e di essa si fidano per abitudine o paura. Infine, i talebani non possono cambiare e moderarsi, sono un movimento fondato sulla violenza e sull’imposizione che ha presentato, tra i nomi del proprio governo, ex terroristi, criminali di guerra ed esponenti con un passato di cariche politiche o militari nel precedente Emirato, lo stesso che ha portato al massacro degli hazara a Mazar-i-Sharif o alla distruzione dei buddha di Bamiyyan.

Non dobbiamo per forza vedere nei talebani un simbolo della lotta all’Occidente. Provare a inserire il movimento fondamentalista in una qualsivoglia corrente antimperialista o internazionalista è un errore. Non solo perché non ne rispecchia valori e ideali, ma perché lasciarsi andare al campanilismo più sfrenato, cercando alleati in qualsiasi nemico degli Stati Uniti, significherebbe cedere a chiavi di lettura obsolete anche per analizzare la Guerra Fredda, o ci porterebbe a romanticizzare qualsiasi  soggetto dichiaratamente antagonista della NATO e dei centri di interesse economico e politico della nostra sfera di mondo. Lo stesso “antimperialismo” dei talebani può essere riscontrato anche in Daesh, eppure quando pensiamo alle bandiere nere ci vengono in mente innocenti giustiziati nel deserto, prigionieri di guerra arsi vivi e le autobombe che hanno seminato il terrore in giro per il Medio Oriente e l’Europa. Ma probabilmente è proprio l’averne assaggiato la violenza a Bruxelles, Nizza, Berlino, Barcellona e Parigi che ci impedisce di guardare al Califfato come a un possibile partner politico che si è liberato da schiavitù e imperialismo, anche se l’instaurazione dello Stato islamico di Iraq e Siria è una reazione all’interventismo statunitense e una conseguenza indiretta degli accordi di Sykers-Picot del 1916, quando i confini del Medio Oriente furono ridisegnati e spartiti in zone di influenza tra Francia e Impero britannico.

In Afghanistan, così come in Siria, in Iraq e in tutto il Medio Oriente, si potrà considerare una vittoria locale e antimperialista solamente l’instaurazione di Stati liberi dalle ingerenze straniere tanto quanto dal fondamentalismo, un fenomeno che trova nell’interventismo occidentale e nella miseria la propria ragion di esistere e il proprio propulsore politico e sociale. Governi fantoccio e regimi islamisti hanno in comune la scarsa rappresentatività della popolazione e l’interesse dei pochi sopra quello di tutti. Nonostante le sottili differenze, anche il modello di governance è simile. Se i nostri governi sono convinti di poter imporre la nostra visione di democrazia e vivere collettivo in Paesi storicamente, culturalmente ed etnicamente differenti, i talebani pretendono di poter costringere quasi trentaquattro milioni di abitanti ad accettare la Shari’a come legge e l’ordine imposto dal regime come naturale, con gli uomini pashtun sunniti in cima e donne o sciiti hazara in fondo. Imperialismo e fondamentalismo sono collegati storicamente e politicamente, entrambi calpestano la popolazione civile e nessuno dei due rappresenta una vittoria se non per le élite capitaliste o teocratiche. Piuttosto che trovare una qualsiasi forma di giustizia e rivalsa nei talebani, con l’unico scopo di sorridere per la sconfitta di USA e alleati, non avrebbe senso dedicarsi allo studio e alla ricerca delle realtà del Medio Oriente che, tra luci e ombre, stanno apportando immensi cambiamenti e sfide al modo di vivere e governare degli Stati nazione? Parlare di lotta armata in Palestina e confederalismo democratico in Rojava mentre aspettiamo desiderosi di vedere i talebani fuggire da Kabul in elicottero come gli occidentali? Realizzando, magari, che né governi fantoccio, né occupazioni straniere, né fondamentalisti islamici possono essere considerati strumenti di liberazione. L’Afghanistan sarà libero e sovrano quando ogni etnia e religione del Paese verrà equamente rappresentata nelle sedi politiche che le popolazioni autoctone considereranno più opportune in base alla loro storia e alla loro struttura sociale, senza dover sottostare a occidentali finti liberatorie ma veri conquistatori, barbuti teocratici o signori della guerra e dell’oppio.

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