“In Brasile non c’è rischio di golpe”: intervista a Emiliano Guanella

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Emiliano Guanella è analista politico per ISPI, corrispondente per l’America latina per testate come La Stampa, Sky, Radio 24, RSI Radio e Televisione della Svizzera italiana. Da 21 anni vive in Sud America e da otto in Brasile. 

Bolsonaro ha alzato il livello dello scontro, portandolo fuori dal piano istituzionale. Dalla manifestazione del 10 agosto a cui hanno partecipato i comandanti in capo dell’esercito, dell’aereonautica e della marina a quella del 7 settembre – durante il giorno dell’indipendenza brasiliana –, passando per le ripetute affermazioni sulle 3 opzioni che gli rimarrebbero (“Posso solo finire eletto, ucciso o arrestato”). C’è il rischio che si verifichi un golpe?

Secondo me da lontano si vedono le cose più gravi di quelle che in realtà sono. Nel senso che Bolsonaro è essenzialmente un ciarlatano, le ha sempre sparate grosse per acquisire visibilità, anche durante i suoi 30 anni da deputato. Questo non vuol dire che è un sincero democratico, affatto: se Bolsonaro potesse, farebbe volentieri un colpo di stato, ma in realtà la mia impressione, vivendo da otto anni in Brasile e comunque da 21 in Sud America, è che siano messaggi rivolti alla sua platea.

Lui ha un bisogno disperato di conservare lo zoccolo duro dei suoi sostenitori, che è difficile quantificare ma si tratta almeno del 20% degli elettori. In questo 20% che ancora lo sostiene c’è un po’ di tutto: ci sono persone di estrema destra, quelle più classiste, razziste, c’è qualcosa della base evangelica che comunque gli è rimasta – ricordiamo che un brasiliano su tre è evangelico e che i pastori evangelici sono quasi tutti  mobilitati a fianco di Bolsonaro -, ci sono i terrapiattisti anche se in Brasile paradossalmente non ci sono no vax, ce ne sono più in Italia.

In Brasile c’è una Corte suprema fin troppo presente, è il Paese del Sud America dove ho vissuto in cui la magistratura non solo ha la più ampia autonomia, ma anche il più ampio potere politico. Pur non appoggiandolo nel modo più assoluto, quando Bolsonaro dice che i giudici vogliono essere protagonisti nel suo delirio del discorso in qualche modo ha ragione, nel senso che in Brasile la Corte suprema decide su tutto, va molto al di là di quello che è una Corte costituzionale in un Paese democratico, è davvero un potere politico che ha il suo peso. 

A proposito di questo, il Brasile può essere considerato oggi una democrazia piena nonostante le azioni di lawfare?

Paradossalmente sì. Di fronte a un presidente che ha chiaramente delle velleità autoritarie – anche se poi non ha né la forza né la capacità e fortunatamente non c’è il contesto perché queste si avverino – questo protagonismo giudiziario, che in un Paese invece democratico sarebbe eccessivo,in Brasile controbilancia. Detto in maniera molto volgare in Brasile tutti esagerano, tutti cercano di portare acqua al proprio mulino: c’è un Parlamento che ogni due per tre minaccia impeachment e quindi in qualche modo si mette a garante della istituzionalità e del potere esecutivo – ricordiamo che non molti anni fa ha buttato giù una presidente, ha creato l’impeachment con Dilma Rousseff -; c’è un governo che cerca di imporre la sua agenda anche legislativa con forti pressioni, attraverso le lobby e soprattutto con minacce velate agli altri poteri; c’è una Corte suprema che si difende, ma che attacca.

In questo gioco delle parti tutti escono dai selciati normali di quella che sarebbe una normale vita democratica.  In questo contesto di profonda incertezza che i mercati non approvano e a cui la comunità internazionale non guarda con favore Bolsonaro ci sguazza. Perché fa questo? Perché Bolsonaro ha bisogno di conservare i suoi, perché è convinto che abbia delle grosse chance di vittoria alle elezioni del 2022. La sua battaglia è arrivare al ballottaggio. Qui in Brasile è chiarissimo che nessun politico ha la maggioranza, nemmeno Lula, e c’è una disperata richiesta di una terza via che non si realizza. Bolsonaro parla ai suoi, Lula parla ai suoi, la Corte suprema in qualche modo parla ai suoi. Ognuno fa il suo gioco sporco, politico, ma non credo che siamo a rischio di golpe.

Quando Bolsonaro ha fatto quella pagliacciata della marcia militare su Brasilia sembrava una cosa da sturmtruppen, c’erano tre carri armati scoppiettanti, vecchi. Però questi proclami di Bolsonaro, queste velleità golpiste, non sono tanto pericolose perché domani ci sarà un colpo di stato, ma più che altro perché lui facendo così celebra un culto dell’uomo forte, dell’uomo in divisa. Ad appoggiare Bolsonaro più che i militari, che in Brasile sono famosi per godere di una posizione di assoluto privilegio, sono i poliziotti. Tra i poliziotti Bolsonaro ha tantissimo seguito. È più un pericolo culturale che effettivo, un pericolo su che cosa provoca il culto della mano forte. Perché poi alla fine come potenziale dittatore Bolsonaro fa ridere. È molto grottesco, molto beffardo, molti elettori della classe media che lo hanno votato se sono pentiti.

Bolsonaro venne eletto anche grazie ai voti degli evangelici e dei grandi proprietari terrieri. Questo zoccolo duro confermerà il voto del 2018? La terza via di cui parli è possibile?

Non è vero che Bolsonaro è stato eletto grazie agli evangelici e ai proprietari terrieri, cioè solo in parte è vero. Nel senso che la grande differenza che ha fatto eleggere Bolsonaro è stato l’antipetismo (l’essere contro al PT, il Partido dos trabalhadores, dei lavoratori). La differenza che ha portato Bolsonaro a essere un candidato appoggiato da evangelici, proprietari terrieri e poliziotti – quindi un candidato importante che con il 30/35% dell’elettorato quindi arriva al ballottaggio -, a essere un candidato che vince alle elezioni è stato piuttosto il ritorno di Lula. In realtà di Haddad, ma dietro il quale c’era Lula: si sapeva che se avesse vinto avrebbe fatto di tutto per far uscire l’ex presidente brasiliano. Per questo motivo hanno votato Bolsonaro.

Ricordiamoci che il Brasile è un Paese da circa 210 milioni di abitanti dove il giornale più letto, la Folha de S.Paulo, vende 400 mila copie. Non dobbiamo pensare al Brasile come a un Paese appassionato di politica come l’Argentina o il Cile. I brasiliani non si interessano di politica, molti non sapevano chi fosse Bolsonaro, molti andando a cercare chi era Bolsonaro dicevano “vabbè è meglio questo che Lula”. Tra l’altro Bolsonaro ha ricevuto nel 2018 l’appoggio dell’establishment finanziario, dei grandi poteri brasiliani, delle banche. Anche di molti giornalisti, compresi quelli della Globo (una delle maggiori società di media al mondo ndr) che adesso si strappano le vesti a favore della democrazia: pur di non avere di nuovo il PT preferivano Bolsonaro, perché sapevano che Lula sarebbe arrivato col coltello fra i denti contro tutti quelli che a suo avviso lo avevano messo fuori gioco con un golpe. Questi si sono pentiti.

Bolsonaro si è reso conto che la classe media, urbana, quella meno istruita quando ha iniziato a vedere le cose obbrobriose che ha fatto lui non solo in pandemia, ma anche a livello economico (il Brasile da vent’anni non conosceva inflazione e adesso siamo al 10% nella proiezione per quest’anno). Questi hanno abbandonato Bolsonaro e adesso sono orfani perché non vogliono votare Lula. D’altro canto Bolsonaro ha cercato col sussidio emergenziale durante la pandemia nel 2020 di crearsi una base di consenso tra i poveri e i poverissimi. Adesso i soldi sono finiti e lui cercherà di riproporre questo sussidio l’anno prossimo per catturare il loro voto. La partita è molto aperta perché io non credo che Bolsonaro abbia chance di battere Lula, ma se arrivasse una terza via forte potrebbe rischiare di battere entrambi, ma questa via al momento non c’è. Lula e Bolsonaro sono due politici che si alimentano a vicenda perché la sopravvivenza dell’uno dipende dall’altro.

Se Bolsonaro domani si ritirasse, le chance di Lula cadrebbero di molto perché basterebbe trovare un candidato più o meno accettabile tra i moderati, non inviso a quel 20% di duri e puri terrapiattisti, xenofobi e via dicendo che sostengono Bolsonaro. Questa destra sovranista, come è accaduto e accade in Italia, ha bisogno del nemico. Lula è rimasto sulle posizioni di sinistra, non condanna il Venezuela nemmeno adesso, non parla di Cuba e via dicendo. Cioè Lula non sta facendo nulla per andare verso il centro, tra i moderati, cosa che ha fatto nel 2002 quando dopo tre tentativi è riuscito a diventare presidente, perché sa che come nel 2018 molta gente ha votato Bolsonaro per non avere lui, nel 2022 molta gente lo voterà per non avere Bolsonaro. Se tu metti insieme lo zoccolo duro di Lula e lo zoccolo duro di Bolsonaro arrivi probabilmente al 60% degli elettori: c’è una grande fetta di elettorato che non ama né l’uno né l’altro e che non vuole trovarsi a novembre 2022 con l’amara scelta di dover decidere tra i due. 

Recentemente si è parlato della candidatura dell’ex presidente Michel Temer, che ha fatto da paciere tra il potere giudiziario e Bolsonaro a seguito delle manifestazioni del 7 settembre. Altri possibili candidati sono i governatori del PSDB João Doria Jr (São Paulo) e Eduardo Leite (Río Grande del Sur). Hanno chance? Quali potrebbero essere nomi spendibili?

Il dramma è proprio questo, che non ce ne sono. Doria ha giocato tutta la sua partita sul vaccino cinese Coronavac, vedendo che Bolsonaro non faceva niente su questo fronte ha rivendicato di aver vaccinato il Brasile. Il problema è che è poco empatico e inviso alla grossa massa dei poveri e poverissimi del nord est e a una parte del suo partito che gli fa la guerra, capitanata da Aécio Neves. Non è assolutamente carismatico e popolare nel senso che i più lo associano all’immagine dell’imprenditore. Soprattutto questa scommessa dell’aver portato il Coronavac, quando il governo federale ha cominciato a produrre in massa e a distribuire Astrazeneca, poi dopo tantissimo tempo hanno comprato Pfizer, è un po’ fallita: le chance di Doria in questo momento secondo me sono in picchiata. Eduardo Leite è una bella opzione per i giornalisti, ma è sconosciuto, bisognerebbe proprio creare il personaggio, e poi dovrebbe battere Doria: ci saranno le primarie interne a fine anno del PSDB (il partito socialdemocratico brasiliano ndr) per vedere chi dei due sarà il candidato.

Sergio Moro si è bruciato completamente: inviso alla sinistra perché ha messo in galera Lula, inviso al bolsonarismo perché se n’è andato dal governo. Inoltre è stato dimostrato che ha inquinato i processi e non è stato super partes: anche le sue chance sono un po’ crollate. C’era il primo ministro della Salute del governo Bolsonaro, Luiz Henrique Mandetta, che se n’è andato durante la pandemia denunciando Bolsonaro, ma anche lui non è un pezzo da novanta ed è difficile costruire un candidato in pochi mesi in un Paese immenso come il Brasile.

C’è Ciro Gomes che ci prova a tutte elezioni, ma anche lui è inviso a parte dell’elettorato moderato che lo considera troppo di sinistra. Inoltre i sondaggi continuano a dire Lula-Bolsonaro quindi in un certo ammazzano la possibilità di terza via. Però può succedere di tutto, può succedere che Bolsonaro decida di non candidarsi, può succedere che esca davvero un candidato forte, può succedere che alla fine Lula dica no. È una delle elezioni più incerte del Brasile: manca tanto, ma allo stesso tempo più i giorni passano più le chance di una terza via scemano, a meno che uno dei due candidati scelga di non presentarsi. A quel punto si aprirebbe un varco molto grande per la metà dei brasiliani che farebbe volentieri a meno di dover scegliere tra uno di questi due.

In tutto questo c’è il Covid: il Brasile ha superato le 600 mila vittime ed è il secondo Paese con più morti in numero assoluto dopo gli Stati Uniti.

La gente muore ma sempre molto meno, adesso siamo di media a circa cinquecento morti al giorno che è poco rispetto ai 2,3 anche 4 mila morti al giorno che abbiamo visto nel momento peggiore della pandemia. I vaccini si stanno inoculando tanto, più o meno 1,5 milioni, 2 milioni al giorno tra prime e seconde dosi e a San Paolo e in altre città già si è iniziato con la con la terza dose a chi ha più di ottanta anni e ai soggetti a rischio.

Il Brasile è partito lentamente, ma ha un’ottima rete e un’ottima cultura della vaccinazione: se non fosse stato per il negazionismo di Bolsonaro, adesso sarebbe ai livelli di vaccinazione del Cile e dell’Uruguay. Qui non esistono novax, nella città di San Paolo da dove ti parlo è stato vaccinato il 105% della popolazione perché all’inizio vaccinavano anche quelli delle città vicine, San Paolo ha dieci milioni di abitanti, ma in realtà ha una grande San Paolo più o meno di 18 milioni. È importante far risaltare che non ci sono novax e che la stampa brasiliana è molto più seria della stampa italiana su questo perché quelle pochissime manifestazioni che ci sono state non hanno avuto risalto, non fanno notizia.

Anche gli elettori di Bolsonaro, che sono andati avanti con l’idrossiclorochina, col trattamento precoce e via dicendo, quando è arrivato il vaccino sono corsi a vaccinarsi. In questo momento abbiamo poco meno del 50% della popolazione totalmente vaccinata, ma la notizia più importante è che man mano che arrivano i vaccini si va avanti a un ritmo molto sostenuto anche se con delle differenze geografiche importanti. Non solo: si rispetta abbastanza nelle grandi città l’obbligo della mascherina, anche a scuola. In più la Globo, i grandi giornali brasiliani, hanno fatto un consorzio dove danno loro i numeri dei morti – che Bolsonaro all’inizio ha cercato di manipolare – e poi dei vaccinati, chiamando le segreterie di salute di tutti e 24 gli Stati e hanno hanno fatto una campagna enorme per invitare la gente a vaccinarsi, dando pochissimo spazio a chi non si vaccina. Inoltre una delle poche cose che lo stato dà ai poveri e ai poverissimi brasiliani sono i vaccini. Il Brasile ha una campagna di vaccinazione obbligatoria per i bambini da 1 a 3 anni più ampia di quella italiana e riesce a vaccinare attraverso il SUS (Sistema unico di salute), indietro su molte cose, ma che riesce a fare delle campagne vaccinali importantissime con 60/80 milioni di persone vaccinate in un mese. C’è una cultura del vaccino importante anche perché ricordo che questo è un Paese che ha avuto malattie tropicali, ha condizioni igieniche molto scarse, ha avuto epidemie. Quindi quando lo Stato dà il vaccino nelle favelas fanno le corse per vaccinarsi.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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