I volti delle donne d’Africa: la sfida delle mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili (FGM) sono definite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come “tutte quelle procedure che coinvolgono una parziale o totale rimozione dei genitali femminili esterni o altri danni agli organi genitali femminili per ragioni non mediche”. L’OMS stessa, nel 1979, le ha definite per la prima volta una seria minaccia alla salute delle donne e una violazione dei loro diritti con gravi conseguenze per la salute fisica e mentale, chiedendo quindi la loro cessazione.

Oggi, a distanza di quarant’anni, la portata del fenomeno si è ridotta, ma non è scomparsa. Infatti, secondo l’UNICEF, se alla fine degli anni Ottanta, nel mondo, era a rischio di subire le FGM una ragazza su due, oggi lo è una ragazza su tre. Ciò significa che ogni anno almeno tre milioni di bambine e ragazze a livello globale rischiano ancora di essere sottoposte alle FGM e almeno duecento milioni di donne le hanno già subite

Per questo, raggiungere il target 5.3 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), che prevede l’eliminazione delle FGM entro il 2030, risulta oggi complesso: il declino dovrebbe essere quindici volte più rapido di quello che si registra attualmente.

Sono almeno trenta i Paesi nel mondo dove, secondo l’UNICEF, la pratica delle FGM è consistente e, di questi, ventisette si trovano in Africa, due in Medio Oriente – Iraq e Yemen – e uno in Asia – Indonesia. Inoltre, nonostante non si possa parlare di rilevanza statistica, le FGM sono presenti anche tra gruppi di migranti in Europa, Nord America e Oceania.

L’incidenza in Africa

Nel contesto africano, le FGM si concentrano in Nord Africa, Africa occidentale e Corno d’Africa. Secondo i dati pubblicati quest’anno dall’UNICEF, i valori maggiori si ritrovano in Somalia, dove la quasi totalità delle ragazze e donne (99%) tra quindici e quarantanove anni ha subito le FGM. Percentuali di incidenza pari o superiori al 90% sono registrate anche in Guinea e a Gibuti, mentre tra l’80 e il 90% si collocano Mali, Sudan, Egitto, Sierra Leone ed Eritrea.

L’età a cui le FGM vengono praticate varia da Stato a Stato, da comunità a comunità, ma generalmente avvengono prima dei quindici anni. In alcuni casi, come Mali e Gambia, si verificano prevalentemente nel corso dell’infanzia, mentre nel Corno d’Africa sono, spesso, considerate un rito di passaggio dall’adolescenza alla vita adulta e avvengono tra i dieci e i quindici anni.

Una caratteristica che accomuna la maggioranza dei Paesi è il verificarsi delle FGM tra le comunità rurali, più povere e con un minor livello di istruzione. Campagne di informazione e mobilitazioni sociali, però, hanno fatto sì che in molti contesti la percentuale di ragazze e donne tra i quindici e i quarantanove anni che ritiene che la pratica debba continuare sia in calo

Secondo l’UNICEF, se nel 1990 in Sudan era a favore delle FGM il 79% di esse, vent’anni dopo lo era il 48%. Ugualmente in Sierra Leone, dove il consenso è passato dall’86% (2005) al 66% (2008), e in Etiopia, dove l’appoggio alle FGM in cinque anni si è dimezzato: dal 66% (2000) al 31% (2005). Anche tra uomini e ragazzi si assiste a tendenze declinanti molto simili.  

Sebbene con velocità diverse, la pratica delle FGM è in declino nella maggioranza dei Paesi. Somalia, Gibuti, Sudan e Mali sono gli unici Stati a non mostrare cambiamenti significativi nel corso degli ultimi quarant’anni, mantenendo un’incidenza costante e superiore all’80%. Un declino, invece, si registra, ad esempio, in Eritrea e Sierra Leone (dal 95% del 1980 all’80% del 2010). Se i valori di partenza degli anni Ottanta erano relativamente bassi, il calo è ancora più marcato: Kenia (50% nel 1980) e Nigeria (40%) sono scesi nel 2010 al di sotto del 20%, così come la Repubblica Centrafricana che partiva dal 35%.

Perché vengono praticate le FGM

Sono diverse le ragioni che spingono le comunità a praticare le FGM: un insieme di credenze spirituali, religiose, igieniche, sociali ed estetiche. In alcuni casi, le FGM sono considerate una precondizione per il matrimonio, motivata dalla volontà di preservare la verginità delle ragazze e assicurare la fedeltà coniugale. Infatti, spesso le donne che hanno subito le FGM provano dolore durante i rapporti sessuali e, perciò, si ritiene che aiutino a evitare rapporti extraconiugali. 

Essendo una convenzione sociale consolidata, i genitori di bambine e ragazze, desiderando per le figlie un buon matrimonio e la migliore condizione economica possibile, ritengono l’atto normale e non considerano l’ipotesi di non praticarlo. 

In altri casi, si ritiene che le FGM permettano di eliminare parti del corpo considerate sporche e non femminili, rendendo le ragazze belle, pulite e pronte per il legame matrimoniale. 

Infine, nonostante nessuna scrittura religiosa includa la pratica delle FGM, alcune comunità, sulla base di interpretazioni religiose tradizionali, sostengono che aiutino a mantenere le ragazze spiritualmente “pure”.

Le conseguenze per ragazze e donne sono gravi. Oltre al rischio di morte durante e subito dopo l’atto – dovuto principalmente a emorragie e infezioni -, bambine, ragazze e donne sono soggette a cisti, incontinenza, dolore e difficoltà durante i rapporti sessuali, i parti e le mestruazioni.

Leggi: pochi successi

Le FGM sono considerate una violazione di molteplici documenti internazionali, come la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne che, in Africa è stata firmata da tutti i Paesi tranne Sudan e Somalia, e la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nel contesto africano, invece, nel 2003 nell’ambito dell’Unione Africana, è stato approvato il Protocollo di Maputo, un trattato sui diritti delle donne, nel quale le FGM sono riconosciute come una forma di violazione dei diritti della donna e di discriminazione basata sul genere. 

Nel 2020, tra i Paesi africani con la maggiore incidenza, solo l’Egitto non aveva ancora firmato il protocollo, mentre Eritrea, Sudan e Somalia avevano firmato l’accordo, ma non l’avevano ancora ratificato. Nonostante questi documenti siano stati firmati e ratificati da molti Paesi, spesso mancano gli atti legislativi deputati a inserire le normative nel sistema nazionale, rendendo così i provvedimenti ineffettivi.

In molti Paesi africani sono state approvate leggi che mettono al bando le FGM e condannano coloro che realizzano o permettono l’atto. Ad oggi, gli unici Stati a non avere una legislazione sono: Mali, Sierra Leone, Somalia, Liberia – nel 2018 la presidente, Sirleaf, firmò un ordine esecutivo annuale, ma non rinnovato successivamente, che bandiva le FGM – e Sudan – alcune regioni hanno varato delle leggi, ma non esiste una normativa nazionale. 

Inoltre, data la crescita della medicalizzazione delle FGM, alcuni Paesi come Kenia ed Eritrea hanno incluso nelle leggi dei provvedimenti volti a revocare il diritto a praticare la professione medica. Nella maggior parte dei casi, però, l’efficacia di questi strumenti è limitata, infatti, manca una reale capacità delle autorità che devono applicare le normative e le sanzioni sono lievi e quindi non scoraggiano dal realizzare le FGM. 

Informazione: lo strumento contro le FGM

Il modo migliore per combattere le FGM è l’informazione. All’inizio degli anni Ottanta, quando il tema era ancora poco dibattuto nell’ambito internazionale, l’attivista ghanese Efua Dorkenoo aveva avviato un’azione di pressione nei confronti di ONG e organismi internazionali come l’OMS, affinché inserissero la lotta contro le FGM come elemento prioritario nelle loro agende. Il suo sogno era che, un giorno, le donne africane creassero un movimento femminista per difendere, tra gli altri, il loro diritto alla salute.

Questo è quanto è avvenuto nel 2014 con la nascita di The Girl Generation, un’organizzazione panafricana attiva in dieci dei Paesi più colpiti dal fenomeno delle FGM – Senegal, Gambia, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Egitto, Sudan, Somalia, Etiopia e Kenia. Dalle settanta organizzazioni che componevano il movimento nel 2015 si è passati alle più di settecento di oggi. 1,5 milioni di persone sono direttamente coinvolte nelle attività e nei progetti di The Girl Generation, mentre almeno 6,4 milioni possono essere raggiunti attraverso le campagne di comunicazione. Informare e rafforzare la leadership giovanile e femminile sono i due obiettivi principali del movimento che, per realizzare ciò, sviluppa diverse iniziative: marce per chiedere l’adozione e l’applicazione di leggi, educazione comunitaria, leadership e diffusione di informazioni sulle conseguenze delle FGM per le ragazze attraverso la radio e i media. Dopo i primi successi in Kenia, Nigeria e Gambia, gli interventi si sono ampliati anche agli altri Paesi.

Oltre a movimenti panafricani come The Girl Generation, sono molte le donne che, dopo aver subito le FGM o esservi sfuggite, hanno dato vita ad associazioni e ONG più o meno ampie che operano in diversi Paesi, soprattutto nel campo della diffusione delle informazioni, per cercare di modificare le radici culturali alla base del fenomeno.

Ne è un esempio Jana Dukureh, gambiana e fondatrice di Safe Hands for Girls, un’organizzazione che agisce contro le FGM e i matrimoni precoci. In Gambia quasi l’80% delle donne tra i quindici e i quarantanove anni ha subito le FGM e il 55% è stato sottoposto alla pratica a meno di quattro anni. Grazie alla diffusione di informazioni nelle comunità rurali attraverso la radio, l’organizzazione è stata in grado di raggiungere donne che fino a quel momento non avevano avuto la possibilità di conoscere le conseguenze delle FGM. Ifrah Ahmed, invece, ha creato la Ifrah Foundation che sviluppa campagne informative tra le comunità del Corno d’Africa. La Fondazione, con una petizione firmata da più di un milione di persone, ha chiesto al presidente somalo di introdurre nel Paese una legislazione contro le FGM, la cui assenza viene considerata ormai inaccettabile. Infine, Rugiatu Turay ha co-fondato l’Amazonian Initiative Movement per combattere le FGM attraverso l’istruzione e l’empowerment di ragazze e donne in Sierra Leone dove l’incidenza è superiore al 90% e l’analfabetismo interessa il 66% della popolazione. Dalla fondazione, nel 2002, il lavoro dell’organizzazione ha portato settecento praticanti di centoundici villaggi a cessare la realizzazione delle FGM. 

 

 

 

Fonti e approfondimenti

ActionAid, Mutilazioni genitali femminili in Africa, consultato il 29/09/2021.

Mogoathle Lerato, 5 Activists Leading the Fight Against Female Genital Mutilation in Africa, GlobalCitiziens.org, 05/02/2020.

Muthumbi Jane, Svanemyr Joar, Scolaro Elisa, Temmerman Marleen, Say Lale, (2015). Female Genital Mutilation: A Literature Review of the Current Status of Legislation and Policies in 27 African Countries and Yemen, African Journal of Reproductive Health, Vol. 19 (3).

The Girl Generation (TGG), (2017). Impact Report 2017.

The Girl Generation (TGG), Our Impact, consultato il 28/09/2021.

Topping Alexandra, Efua Dorkenoo OBE, the ‘incredible African female warrior’, has died, The Guardian, 20/10/2014.

United Nations Children’s Fund (UNICEF) Innocenti Research Centre, (2010). The dynamics of social change. Towards the abandonment of female genital mutilation/cutting in five african countries, UNICEF.

United Nations Children’s Fund (UNICEF), (2013). Female Genital Mutilation/Cutting: A statistical overview and exploration of the dynamics of change, UNICEF.

United Nations Children’s Fund (UNICEF), Female Genital Mutilation (FGM) Statistics, UNICEF, consultato il 27/09/2021.

World Health Organization (WHO), Female Genital Mutilation, WHO | Regional Office for Africa, consultato il 27/09/2021.

 

 

Editing a cura di Giulia Lamponi

 

Be the first to comment on "I volti delle donne d’Africa: la sfida delle mutilazioni genitali femminili"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: