Elezioni legislative in Marocco: le sfide del nuovo governo

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@Bernard Gagnon - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0

Lo scorso 8 settembre si sono svolte in Marocco le elezioni legislative, regionali e comunali. Quasi 18 milioni di cittadini, di cui il 46% donne, hanno votato per scegliere i 395 deputati della Camera dei rappresentanti e più di 31.000 funzionari comunali e regionali. 

Il Partito islamista moderato Giustizia e Sviluppo (Parti de la justice et du développement, PJD), in carica dal 2011, è stato sconfitto dal Partito degli indipendenti (Rassemblement National des Indépendants, RNI), considerato vicino alla Casa reale e di orientamento liberale, riuscendo a conquistare solo 13 seggi, rispetto ai 125 ottenuti alle precedenti elezioni del 2016. 

La tornata elettorale si è svolta in un clima molto teso per il Paese, alle prese con le ricadute della pandemia di Covid-19 sull’economia e con la rottura delle relazioni diplomatiche da parte di Algeri, annunciata lo scorso 24 agosto dal ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, evento che ha rappresentato l’ennesima escalation di tensioni fra i due attori regionali.

Notoriamente tese, le relazioni si sono deteriorate dopo laccordo di normalizzazione tra Israele e Marocco e il riconoscimento da parte degli Stati Uniti a dicembre 2020 della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, territorio non autonomo conteso da Rabat e dal Fronte Polisario, il movimento indipendentista sahrawi

I risultati delle urne

Nonostante i circa 30 partiti candidati, gli attori principali che si sono contesi la scena delle scorse elezioni legislative sono gli stessi del 2016. L’RNI, partito di ispirazione liberale, che più di tutti in questi dieci anni si è opposto al governo a guida degli islamisti del PJD, ha conquistato 97 seggi, seguito dal Partito liberale per l’autenticità e la modernità (Parti Authenticité et Modernité, PAM), che ha ottenuto 82 seggi, e dal nazionalista e storico Istiqlal, primo partito politico fondato in Marocco nel 1943, con 78 seggi. 

Riguardo all’affluenza, il ministero dell’Interno marocchino ha riportato un tasso di partecipazione del 50,35% (8.789.676 votanti) contro il 42% del 2016 (+2.152.252 votanti). La partecipazione è stata relativamente alta nelle regioni meridionali del Paese, che includono il conteso territorio del Sahara occidentale.

La campagna elettorale è iniziata, non senza acrimonie, lo scorso 26 agosto. Il PJD ha presentato un programma simile a quello delle elezioni del 2016, che si basava sulla creazione di uno Stato democratico senza corruzione, un’economia dinamica in grado di proteggere la giustizia sociale e la creazione di un Paese libero dalle interferenze straniere.

Il Partito Istiqlal, guidato da Nizar Baraka, ha proposto un programma di sviluppo economico incentrato sulla riduzione delle disuguaglianze affrontando questioni ambientali come la gestione delle risorse idriche, la biodiversità e l’inquinamento. Infine, l’RNI ha promosso un programma, basato sulla consultazione diretta con i cittadini e in linea con la visione del monarca marocchino Mohammed VI, che ha evidenziato i settori in cui è necessario indirizzare una nuova strategia politica, soprattutto dopo la pandemia: occupazione, welfare, salute e istruzione.

L’RNI si compone di uomini d’affari, alti funzionari statali e tecnocrati, ma raccoglie anche notabili locali, attivisti della società civile e intellettuali. Il leader è Aziz Akhannouch, ministro dell’Agricoltura dal 2007, personalità che fra le altre cose ha svolto un ruolo chiave nel precedente governo, controllando importanti portafogli come l’economia, la finanza e l’industria. Akhannouch è un magnate che concentra le sue fortune negli idrocarburi, ma ha anche attività nel settore bancario e delle telecomunicazioni. Nel 2020, Forbes lo ha classificato come il dodicesimo miliardario più ricco del continente africano.

La sconfitta del PJD e la fine di un’era

La vittoria del partito di Akhannouch e la conseguente sconfitta del PJD ha sorpreso numerosi analisti, i quali ritenevano che il partito islamista avrebbe comunque ottenuto una riconferma per la creazione di un nuovo governo per il terzo mandato consecutivo. Tuttavia, pur essendo al potere dal 2011, il PJD era sotto accusa da diverso tempo per la politica fallimentare in tema di giustizia sociale e contro la corruzione

In questi anni, numerosi dossier hanno eroso la base elettorale del PJD. In primo luogo, il partito non si è opposto formalmente al riavvicinamento avviato a fine 2020 da Mohammed VI con Israele, con l’obiettivo di ottenere il riconoscimento degli Stati Uniti della propria sovranità sul Sahara occidentale, perdendo così l’appoggio di un gran numero di sostenitori, in particolare i membri del Movimento per l’unicità e la riforma (MUR), i cui leader hanno espresso il loro rifiuto all’accordo di normalizzazione con Tel Aviv.

Il PJD ha poi difeso la posizione del segretario generale e capo del governo uscente, Saâdeddine El Othmani, su progetti di legge in contraddizione con le idee e i valori dello stesso partito islamista, come l’adozione nel 2019 di una legge che rinforza il ruolo della lingua francese nell’insegnamento pubblico

Un ulteriore esempio riguarda gli accesi dibattiti intorno al disegno di legge per la legalizzazione della cannabis terapeutica, progetto che il PJD aveva duramente contestato ma che poi è stato costretto ad approvare.

Per comprendere perché il PJD abbia accettato di portare avanti progetti contrari alla propria ideologia, va ricordato che in Marocco il potere esecutivo non è esercitato direttamente dal Consiglio di governo, ma dal Consiglio dei ministri presieduto dal re e dotato di poteri esecutivi. È quindi il Consiglio dei ministri che spesso ha l’ultima parola sulle grandi questioni politiche che animano il Paese. 

Con la sconfitta del PJD, si è quindi chiusa quella fase storica scaturita dal “Movimento del 20 febbraio” (la versione marocchina delle cosiddette “Primavere arabe”) nel 2011. Ad oggi, si è aperta una nuova era, dove i protagonisti della scena politica sono i partiti politici vicini al monarca marocchino. Alla luce del loro fallimento alle urne, la leadership del PJD si è assunta la piena responsabilità politica e ha presentato le dimissioni lo scorso 9 settembre, insieme al leader del partito, Saâdeddine El Othmani.

L’esecutivo nelle mani di Mohammed VI

Le elezioni legislative dello scorso 8 settembre sono state le terze dall’approvazione della riforma costituzionale del 2011, che ha conferito ampie prerogative al Parlamento e al governo. Tuttavia, decisioni e indicazioni in settori chiave continuano a provenire dalle iniziative del re

Secondo la Costituzione marocchina, le elezioni non solo rinnovano la Camera dei rappresentanti, ma alla luce dei loro risultati, determinano anche la composizione del governo. Mohammed VI, ha l’onere di nominare come nuovo Primo ministro il leader del partito politico che guida le elezioni per i membri della Camera dei rappresentanti e incaricare anche il Capo del governo nominato di preparare una scaletta di governo.

Lo scorso 10 settembre, il monarca ha designato Akhannouch, leader dell’RNI, come premier incaricato di formare un nuovo esecutivo per un mandato di cinque anni. La sua vicinanza al re si tradurrà probabilmente in una relazione più fluida tra il governo e il Palazzo, rafforzando ulteriormente il ruolo e l’immagine della monarchia. 

A quasi un mese di distanza, il 7 ottobre, il re ha nominato ufficialmente  i 24 membri (di cui 7 donne) che compongono il nuovo gabinetto. Secondo numerosi analisti, queste designazioni sembrerebbero palesare un desiderio di trasformazione, dato che sono stati annunciati nuovi ministeri il cui compito è quello di proseguire sulla strada delle riforme, come ad esempio il ministero della Transizione ecologica. 

Le sfide dell’esecutivo di Akhannouch: ripresa economica e attuazione di nuove riforme

Il compito principale del nuovo governo sarà quello di attuare i progetti contenuti all’interno delNuovo modello di sviluppo”, presentato lo scorso 25 maggio, dal presidente della Commissione speciale sul Modello di Sviluppo (CSMD) del Marocco, Chakib Benmoussa. 

Nonostante gli ostacoli dovuti all’avvento della pandemia, la Commissione ha cercato nuove soluzioni insieme a una serie di pilastri strategici per delineare un’efficace roadmap di sviluppo per i prossimi anni. La pandemia ha di fatto obbligato la Commissione a rivalutare importanti riforme nei seguenti settori: istruzione, salute e protezione sociale, occupazione e competenze, inclusione economica e sociale, energia e transizione digitale

Il neo-costituito governo dovrà affrontare diverse sfide interne, a partire dal rilancio dell’economia nazionale. Il cambiamento al vertice arriva dopo che l’economia del Paese nordafricano è crollata del 7,2% nel 2020. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), il PIL dovrebbe crescere del 4,5% entro la fine del 2021 e mantenere un tasso di crescita annuo inferiore al 5% almeno fino al 2025.

Anche prima della crisi sanitaria, la crescita economica aveva rallentato del 3% nel 2019 con una disoccupazione strutturalmente elevata. L’Alto Commissario per la pianificazione del Paese ha dichiarato, nel suo ultimo rapporto dello scorso agosto, che la disoccupazione è salita al 12,8% nel secondo trimestre, rispetto al 12,3% del semestre precedente. 

Con l’esecutivo di Akhannouch molto probabilmente il percorso riformatore voluto in primis da Mohammed VI subirà un’ulteriore accelerazione. L’implementazione di politiche economiche incisive permetterebbe infatti di ristabilire la fiducia nelle istituzioni e di intraprendere un cammino di sviluppo più sostenibile.

 

 

Fonti e approfondimenti 

Abdul-Wahab Kayyali, “The lessons of history: The PJD and the history of partisan politics in Morocco”, Middle East Institute, 4/10/21. 

Abdelali Hamidine, “Maroc : décryptage de l’échec électoral du PJD aux élections législatives”, CAREP, 21/10/21. 

Mohamed Chtatou, “The return of liberals to power in the Moroccon general elections”, The Washington Institute, 17/09/2021. 

Samir Bennis, “Algeria-Morocco Relations: For Moroccans, It’s Deja-Vu”, The Washington Institute, 31/08/2021.

“Moroccan Elections: Same Old, Same New”, Institut Montaigne, 30/09/21. 

“Morocco Elections 2021: Scenarios, Determinants, and Alliances”, Emirates Policy Center, 7/09/2021.

“Morocco’s king unveils new government”, Middle East Eye, 7/10/21. 

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

 

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