Gli Accordi di Abramo e il futuro della Palestina. Chi rimane amico dei territori occupati?

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@Trump White House Archived - Flickr - public domain

L’occupazione dei territori palestinesi è tornata a ricoprire spazio all’interno del dibattito pubblico internazionale, anche prima dei recenti eventi. La rinnovata visibilità però è stata dettata dall’emergere di forti dinamiche e politiche che hanno progressivamente segnalato una perdita di centralità della questione palestinese, nonché la marginalizzazione della soluzione a due Stati, ormai ampiamente considerata impraticabile. Gli Accordi di Abramo confermano questo trend e sanciscono la fine degli anni in cui il conflitto israelo-palestinese fungeva da barometro delle agende politiche domestiche ed estere degli Stati del Medio Oriente e Nord Africa. 

Gli effetti della coppia Trump-Netanyahu

I fautori principali della marginalizzazione della questione palestinese sono stati l’amministrazione del presidente USA Donald Trump e il governo del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. La politica statunitense e quella israeliana riguardo il conflitto hanno coinciso in maniera quasi speculare e l’amministrazione Trump si è velocemente identificata come un’amministrazione apertamente filo-israeliana. 

Già nel 2017, Donald Trump annunciava l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme, riconoscendo, per la prima volta nella storia, la città come legittima capitale dello Stato d’Israele. In seguito alle manifestazioni scoppiate a Gaza e in Cisgiordania, il presidente USA ha sospeso i finanziamenti alla United nations relief and works agency for Palestine refugees in the near east (UNRWA), chiuso l’ufficio di rappresentanza dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) a Washington DC, e riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan. Oltre a tali prese di posizione, l’amministrazione si è anche fatta autrice e promotrice del famoso Deal of the Century, un piano di risoluzione del conflitto che de facto rende impraticabile la soluzione a due Stati. 

Dal canto suo, il governo Likud (partito nazionalista di cui fa parte Netanyahu) ha intensificato la propria strategia di occupazione, annunciando l’annessione delle colonie israeliane in Cisgiordania – atto illegale secondo il diritto internazionale – e aumentato il numero di sfratti delle famiglie palestinesi del luogo. L’ultimo caso a infiammarsi – che ha portato all’aumento di scontri e bombardamenti degli ultimi questi giorni – è quello di Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme, dove diverse famiglie sono state sfrattate dalle forze di sicurezza israeliane in seguito a una decisione della Corte Suprema, poi posticipata. 

Insieme agli sfratti e alla mobilitazione popolare palestinese in protesta, il raid avvenuto alla moschea al-Aqsa sulla Spianata delle Moschee – in concomitanza con la fine del Ramadan – ha dato il via a proteste in Cisgiordania e lanci di missili da parte di Hamas su Gerusalemme, Tel Aviv e Ashkelon, al confine con la striscia di Gaza. La risposta israeliana è stata durissima, con la repressione delle proteste in Cisgiordania e i bombardamenti sulla striscia Gaza proseguiti fino a ieri sera, quando le forze coinvolte hanno firmato il cessate il fuoco mediato da Egitto e Stati Uniti.  

Prima degli ultimi eventi, le decisioni USA e israeliane a scapito dei diritti della popolazione palestinese in Cisgiordana e Gaza è stata al centro di accesi dibattiti, soprattutto in ambienti progressisti, ma di fatto poco è cambiato. L’ultimo atto della politica USA in questo ambito, gli Accordi di Abramo, confermano questo trend, soprattutto alla luce del fatto che la nuova amministrazione Biden non si è ritirata dagli Accordi, come in molti speravano. 

Il cambiamento di priorità all’interno del mondo arabo

Siglati per la prima volta il 15 settembre 2020 a Washington, gli Accordi di Abramo sanciscono la normalizzazione dei rapporti bilaterali di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e Bahrain prima, e con Sudan e Marocco dopo. Sebbene il processo segnali un cambio di rotta di portata storica, gli Accordi sono anche stati additati  come “ridicoli” poiché in realtà pensati «per soddisfare Netanyahu, piuttosto che per costituire un percorso praticabile verso una pace giusta». 

Tuttavia, resi possibili dal cambiamento radicale delle priorità geopolitiche degli Stati del mondo arabo, i trattati di normalizzazione ufficializzano la perduta centralità della questione palestinese anche all’interno del mondo arabo stesso. La Palestina non è più al centro delle politiche estere e domestiche dei tradizionali alleati regionali. Infatti, dallo scoppio delle cosiddette Primavere arabe del 2011, regimi e governi in Medio Oriente e Nord Africa hanno spostato la propria attenzione per occuparsi di pressanti questioni domestiche, di ordine economico, politico e securitario. Le guerre in Libia, Siria e Yemen, le strette autoritarie nelle monarchie del Golfo e la crescente minaccia jihadista sono gli elementi che hanno sradicato la Palestina dalla propria centralità, inducendo i suoi tradizionali amici e protettori a guardare altrove o ad agire con poca decisione. Discorso a parte va fatto per l’Egitto: il ruolo giocato nella mediazione tra Hamas e Jihad Islamico Palestinese da una parte e Israele dall’altra, conferma il Paese nel ruolo di potenza emergente e attore chiave a livello regionale.

Complementare a una sostanziale inazione nei confronti della questione, gli stessi Stati arabi che un tempo facevano della Palestina una priorità della propria politica estera, da tempo cooperano con Israele riguardo questioni di intelligence e sicurezza. Da qui, gli Accordi di Abramo non hanno fatto altro che ufficializzare relazioni esistenti ma secretate. 

Alla marginalizzazione politica è seguita anche la sospensione dei finanziamenti dai tradizionali protettori, a conferma di un radicale cambiamento di priorità in molti Stati della regione MENA. Nel 2020, gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso i propri finanziamenti a UNRWA, mentre Fatah – e quindi l’Autorità  palestinese (PA), visto che il partito fondato da Arafat detiene il 90% dei seggi – ha perso i fondi proveninti dall’Arabia Saudita a causa della crisi del greggio durante i primi mesi della pandemia da Covid-19. Il Qatar, il quale tradizionalmente finanzia Hamas nella Striscia di Gaza ha anch’esso chiuso i rubinetti e, vista la recente restaurazione diplomatica con i vicini del Golfo, dovrà probabilmente allinearsi alle imposizioni saudite a riguardo.

Gli effetti indiretti degli Accordi di Abramo sulla Palestina

Ma cosa significano gli Accordi di Abramo per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese? Come notato dagli esperti a poche ore della ratifica del primo round del processo e confermato dalla tragedia degli ultimi giorni, gli Accordi non sono degli accordi di pace. La questione palestinese infatti non è compresa nei punti dell’accordo, che invece apre il sentiero a futuri trattati di cooperazione tra le parti nei settori economico, commerciale, tecnologico e della sicurezza. 

Eppure, le modalità e il concetto di normalizzazione dei rapporti con Israele, attraverso l’omissione della questione palestinese, sancisce una volta per tutte la fine della sua importanza ideologiaca all’interno delle agende politiche dei Paesi del mondo arabo. 

Inoltre, l’Autorità palestinese ne esce umiliata e indebolita: già messa in ginocchio dagli scontri ideologici con Hamas a Gaza e dallo scontento della popolazione palestinese in Cisgiordania, la PA va incontro all’irrilevanza internazionale. 

Da un punto di vista pragmatico, l’impatto delle normalizzazioni è sicuramente quello di fornire a Israele una sorta di leverage nei confronti di quei Paesi con cui le relazioni non sono ancora normalizzate, nonostante la brutalità dei bombardamenti degli ultimi undici giorni. Mentre la mancanza di un fronte compatto guidato dei tradizionali alleati della Palestina ha causato la debolezza della reazione del mondo arabo in generale.

Inoltre, il cessate il fuoco siglato ieri rappresenta uno spartiacque. L’allarme scatenato dalla possibilità di una terza intifada ha riportato la Palestina al centro dell’attenzione. Rimane da vedere in che termini gli Stati arabi che hanno normalizzato i rapporti bilaterali con Israele saranno in grado di fornire assistenza ai palestinesi – oltre agli aiuti umanitari già inviati – e se saranno in grado di mantenere la tregua anche in virtù degli Accordi di Abramo.  

 

 

Fonti e approfondimenti

El-Husseini S.A., “The Palestiania-Israeli conflict: Has the equation changed?”, Middle East Institute, 12 November 2020. The Palestinian-Israeli conflict: Has the equation changed? | Middle East Institute (mei.edu)

Dekel U., Shusterman N., “Behind the Scenes of the Abraham Accords: Insights from an INSS Cabinet”, The Institute for National Security Studies, Special Publications, September 2020.

Scham P., “ Farcical Treaties”, Middle East Institute, 6 October 2020.  Farcical treaties | Middle East Institute (mei.edu)

UAE-Bahrain normalization with Israel: Regional implication and Gulf relations. Arab Center Washington DC, 21 October 2020. UAE-Bahrain Normalization with Israel: Regional Implications and Gulf Reactions – YouTube

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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