Leggere tra le righe: Soldi bruciati di Ricardo Piglia

Copertina di Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Buenos Aires, 1965. Un gruppo di quattro persone sta preparando, con l’aiuto di alcuni poliziotti e politici corrotti, una rapina a un furgone portavalori: un colpo da cinque milioni di dollari. Cuervo Mereles, il Gaucho Dorda, il Nene Brignone e il loro capo Malito hanno tutti un passato burrascoso tra criminalità, violenza, carcere e ospedali psichiatrici, e sono disposti a tutto pur di non ripetere l’esperienza. Tutto è calcolato e organizzato nei minimi dettagli. I quattro malviventi, nervosi e sospettosi, sono pronti a quello che definiscono “il colpo della vita”. Qualcosa va storto e i quattro fuggono con il bottino oltre il confine, a Montevideo, capitale dell’Uruguay. Si nascondono in un appartamento in attesa che si calmino le acque, ma a causa di un’imprudenza vengono notati e segnalati alla polizia. Si scatena così una feroce caccia all’uomo.

Alle autorità di Montevideo si aggiunge anche il losco commissario Silva, l’incaricato delle indagini a Buenos Aires, e insieme preparano un’imboscata ai rapinatori, che sono disposti a morire “da eroi” pur di non cadere nelle mani della polizia. Sulle tracce della vicenda c’è anche il cronista de El Mundo Emilio Renzi, che con le sue domande scomode e taglienti cerca di mettere in difficoltà il commissario Silva, mettendo in luce un lato oscuro e marcio che caratterizzava l’estrema destra Argentina di quegli anni, in un Paese che di lì a pochi mesi avrebbe visto sorgere duri anni di dittatura e repressione, dal governo di Juan Carlos Ongania alla Guerra sucia.

Soldi bruciati di Ricardo Piglia racconta una storia vera, un evento di cronaca nera realmente accaduto nel 1965 a Buenos Aires, che l’autore ha ricostruito quasi trent’anni dopo grazie a materiale d’archivio e testimonianze dirette, creando un racconto che si pone al confine tra finzione e realtà. Uno spaccato dell’oscuro sottobosco della criminalità e dell’estrema destra, una storia che è, come la definisce l’autore, una “tragedia greca argentina”, dove il confine tra bene e male, amore e violenza, eroi e antieroi si fa sempre più labile. Un fatto di cronaca nera apparentemente trascurabile, ma che prevedeva l’abbattersi di una tragedia ben peggiore

Buenos Aires, 1966: l’inizio della fine

Lo Stato sudamericano attraversava, sin dal secondo dopoguerra, una fase piuttosto turbolenta. Dopo la guerra, l’Argentina smise di essere il granaio d’Europa e la crisi economica sopraggiunse. Il governo di Juan Domingo Perón (1946-1955) solo in un primo tempo fu in grado di mantenere stabilità e di garantire i diritti della classe lavoratrice, la quale aveva contribuito a portarlo al potere prima con la “marcia dei descamisados” (i senza camicia), poi con il sostegno elettorale. Nel secondo mandato, cominciato nel 1951, Perón si mostrò incapace di affrontare la delicata situazione e l’effetto fu contrario: le sue politiche e la situazione internazionale portarono a un forte aumento inflattivo. Con la situazione economica peggiorò anche quella sociale. Perón venne deposto nel 1955 con un golpe militare sostenuto dagli Stati Uniti. Spodestato, il Generale andò in esilio. L’Argentina andava incontro ai suoi anni più bui. 

Il malcontento per i governi che si succedettero era diffuso, e nel 1966 ci fu un nuovo colpo di stato. Il 29 giugno dello stesso anno posero a capo di quella che chiamarono la Revolución Argentina il generale Juan Carlos Ongania. La politica di Ongania si basava su azioni di repressione politica e sociale, iniziate già la notte del 29 luglio 1966, ricordata come la “notte dei lunghi bastoni”, dove centinaia di docenti e universitari in protesta contro il governo vennero picchiati selvaggiamente dalla polizia. 

L’inasprirsi di torture, privazione di diritti politici e civili e terrorismo di Stato portarono alla creazione di gruppi armati clandestini, tra cui i celebri Montoneros e l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP). La dittatura, sempre più debole anche a causa di imponenti insurrezioni civili (come quella di Cordoba, o Cordobazo, del maggio 1969), decise di permettere le elezioni e addirittura il ritorno del peronismo (ma non di Perón), auspicando in una nuova stabilità democratica.

24 marzo 1976

Nel novembre del 1972 si tornò a libere elezioni. Molti volevano il ritorno di Juan Domingo Perón, il quale, non potendo presentarsi alle elezioni, candidò al suo posto Hector J. Cámpora, che venne eletto presidente l’11 marzo 1973. Campora si dimise dopo appena 49 giorni e convocò nuove elezioni con l’obiettivo di riportare al potere Perón, sicuro della vittoria.

Malgrado il ritorno e la vittoria schiacciante, Perón non riuscì a conciliare l’ala destra e l’ala sinistra del suo movimento, in continuo contrasto tra loro. Dopo la sua morte, avvenuta il 1 luglio 1974, il potere passò alla seconda moglie Isabel (detta Isabelita), già sua vice-presidente. Anche il governo di Israelita ebbe vita breve e il suo posto venne lasciato al sottosegretario José López Rega, che aveva fortemente contribuito a farla cadere. La situazione dell’ordine pubblico dell’Argentina si deteriorò ulteriormente anche a causa del sorgere del terrorismo di estrema destra delle squadre della Alianza Anticomunista Argentina (AAA, conosciuta anche come Triplice A), una formazione paramilitare organizzata e diretta con il sostegno dello stesso Rega in accordo con le forze armate, che fu responsabile di numerosi assassinii di militanti di sinistra, sindacalisti e peronisti di sinistra. Ma anche di presunti tali. 

Il 24 marzo 1976 i militari riuscirono a prendere il potere senza difficoltà, dando così inizio  alla più crudele dittatura Argentina, conosciuta come Proceso de Reorganización Nacional (Processo di riorganizzazione nazionale). 

La giunta militare mise a capo Jorge Rafael Videla, già membro delle Forze Armate nel governo precedente. 

Oltre ad alcuni provvedimenti economici a svantaggio della produzione locale, come la completa apertura alle importazioni estere, le azioni più brutali vennero attuate in campo sociale. Politici, oppositori, sindacalisti, studiosi, militanti o persone a loro vicine iniziarono semplicemente a sparire.

La Guera suicia e i desaparecidos

La giunta a capo del governo aveva pianificato un’azione di repressione e, appunto, “riorganizzazione” studiata a fondo. L’obiettivo era quello di non scuotere l’opinione pubblica, specialmente quella estera, con dimostrazioni di violenza contro la popolazione, ma agire nell’ombra. Con il sostegno della stampa, della Chiesa e anche di molti imprenditori, il governo deportò, torturò e fece letteralmente sparire migliaia di persone. Vennero organizzati centri clandestini, dove venivano portate le persone sequestrate, sottoposte a torture e nella maggior parte dei casi eliminate. Spesso, i prigionieri venivano lasciati precipitare da aeroplani in mezzo all’Oceano Atlantico o nel Rio de Plata, in quelli che sono chiamati i vuelos de la muerte. Dal momento in cui venivano prelevati, i prigionieri non potevano più essere rintracciati: le famiglie chiedevano alla polizia e all’autorità informazioni sui loro congiunti, ma nessuno di loro risultava arrestato o trattenuto dalla polizia. 

Fonti e approfondimenti

Lorenzo Di Reda, La Grieta: breve storia del dualismo politico argentino – Cinquant’anni di dittature e quarant’anni di democrazia, Lo Spiegone, 16 luglio 2020.

Giovanni Miglioli (a cura di), Desaparecidos. La sentenza italiana contro i militari argentini, manifestolibri, Roma 2001, pp. 149-153

Marcos Novaro, La dittatura argentina (1976-1983), Carocci editore, Roma, 2005

Francesco Betrò, L’Argentina chiede ancora memoria, verità e giustizia, Lo Spiegone, 23 marzo 2020.

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