Kazakistan: tra passato e futuro

Kazakistan
@Ministry of Defense of the Russian Federation - Wikimedia Commons - CC BY 4.0

Le violente proteste scoppiate a inizio gennaio hanno acceso i riflettori sul Kazakistan (o Kazakhstan), lo Stato più esteso dell’Asia centrale. Per settimane, la crisi kazaka ha riempito giornali, programmi televisivi e radiofonici, spesso però con una narrazione frammentata e toni sensazionalistici. Che cosa è successo veramente in Kazakistan? E quali potrebbero essere i risvolti geopolitici degli scontri che hanno infiammato il Paese?

Non si può rispondere a queste domande e avere un’immagine completa degli avvenimenti senza guardare a tutte le parti in causa.

I manifestanti: le ragioni delle proteste e la loro diffusione

Nella notte fra l’1 e il 2 gennaio di quest’anno, il prezzo del GPL è triplicato nella provincia sud-orientale del Mangistau, comportando un aumento significativo del costo della vita poiché il GPL è il principale carburante usato nella zona, nonché il più economico.

La risposta della popolazione è stata scendere in piazza. Le proteste si sono diffuse dalla cittadina di Zhanaozen fino alla vicina Atyrau e alla capitale regionale Aktau. Da lì, si sono espanse fino a Uralsk, nel nord-ovest del Paese, e nelle regioni centrali di Karaganda e Zhezkazgan, dove il giorno seguente i lavoratori sono entrati in sciopero bloccando produzione industriale, autostrade e ferrovie. Il 4 gennaio le proteste hanno raggiunto Almaty, la città kazaka più popolosa, e la capitale Nur-Sultan. 

Con un moto centripeto, dalle periferie del Paese fino alle città più grandi, nel giro di tre giorni tutto il Kazakistan si è mobilitato e le proteste per il caro vita si sono presto trasformate in una vera e propria rivolta contro le istituzioni. In questo contesto, infatti, l’aumento vertiginoso del prezzo del GPL è stato solo “la goccia che fa traboccare il vaso”. Le ragioni di queste proteste di massa hanno una storia lunga trent’anni, essendo intrecciate con la nascita e lo sviluppo della moderna Repubblica del Kazakistan.

Tre le cause delle proteste, c’è innanzitutto la frustrazione per il pressoché totale immobilismo politico, rappresentato dalla continuità fra l’ex presidente Nursultan Nazarbaev e il suo successore, l’attuale presidente Qasim-Jomart Toqaev. Nazarbaev è l’uomo che ha traghettato il Paese fuori dall’epoca sovietica e lo ha plasmato nei decenni successivi, ricoprendo ininterrottamente la carica di Presidente dal 1991 al 2019. Quando ha scelto di dimettersi ha lasciato la presidenza a un suo fedelissimo, Qasym-Jomart Toqaev, ma non ha smesso di giocare un ruolo preponderante nella politica kazaka nella veste di nuovo Capo del Consiglio di sicurezza nazionale. 

Inoltre, un altro fattore rilevante è la stagnazione economica e sociale, effetto collaterale della continuità politica trentennale. Il Kazakistan ospita i più vasti giacimenti di idrocarburi e risorse naturali dell’Asia centrale e di questa ricchezza ha sempre beneficiato, sin dall’epoca sovietica, solo una parte ristrettissima della popolazione. 

In effetti, dopo un periodo di sostanziale multivettorialismo e privatizzazione, nell’ultimo decennio il governo ha ristabilito un controllo centralizzato delle risorse naturali e il benessere crescente generato dagli investimenti esteri in questo settore è tornato a concentrarsi nelle mani di una piccola élite, vicina alle istituzioni. L’assenza di redistribuzione della ricchezza ha provocato un intenso malessere verso la mancata mobilità sociale e l’ormai sistemico e irriducibile divario socio-economico interno al Paese. In questo contesto, l’aumento dell’inflazione (8,7% nel 2021) e la lievitazione del prezzo del carburante, dovuta alla liberalizzazione del mercato dell’energia, non hanno fatto altro che esacerbare la frustrazione già diffusa nella società.

Mai prima d’ora nella recente storia kazaka era stato raggiunto un livello di mobilitazione così ampio, perché mai si era verificata una simile convergenza di fattori, capaci di far riversare spontaneamente per le strade e le piazze gran parte della popolazione in tutto il Paese. Nessuna organizzazione sindacale o politica, infatti, ha rivendicato le manifestazioni. Inoltre, una simile mobilitazione era in parte inaspettata: nei mesi precedenti, le proteste operaie e sindacali non erano state molto partecipate. L’unico evento paragonabile, le contestazioni e le rivendicazioni salariali dei lavoratori delle compagnie petrolifere culminate nel massacro di Zhanaozen nel 2011, non aveva raccolto questo grado di sostegno e partecipazione, pur dimostrando il malcontento economico-sociale già latente nel Paese.

Le élite politiche: la risposta di Toqaev e l’intervento dell’ODBK

Dopo aver dichiarato uno stato di emergenza di due settimane, il 5 gennaio il presidente kazako ha accettato le dimissioni del governo e ha sollevato Nazarbaev dall’incarico al vertice del Consiglio di sicurezza. Ha inoltre deposto alcuni vertici della polizia e ha disposto l’arresto dell’ex capo dei servizi segreti kazaki (KNB) Karim Masimov. 

Secondo gli analisti, queste misure suggeriscono un tentativo del Presidente di rafforzare la propria legittimità. Infatti, una prima versione dell’accaduto diffusa dallo stesso Toqaev ai media nazionali e internazionali suggeriva l’esistenza di un complotto ai danni della sicurezza nazionale ordito all’interno degli organi preposti alla sicurezza del Paese. In tale scenario, il presidente kazako ha voluto porsi come garante della sicurezza e dell’ordine delle istituzioni e dei cittadini.

Tuttavia, questa versione è stata ben presto cambiata. Sempre il 5 gennaio, Toqaev ha richiesto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (ODBK, o CSTO), dichiarando che a minacciare la stabilità dello Stato erano stati gruppi “addestrati all’estero”. In effetti, in assenza di un attacco esterno, l’Alleanza, nata dal patto di mutua difesa erede del Patto di Varsavia, non avrebbe potuto attivarsi e intervenire. L’assenso dell’ODBK ha segnato il primo intervento dell’Organizzazione nella sua storia trentennale. Nei giorni successivi sono arrivati in Kazakistan 2.500 soldati russi, bielorussi, kirghizi e armeni, con il mandato esclusivo di proteggere alcuni punti strategici, come l’aeroporto, i depositi di armi e le stazioni di polizia. I militari hanno portato a termine la missione di peacekeeping e di tutela delle infrastrutture con successo e hanno gradualmente iniziato a lasciare il Paese a partire dal 13 gennaio.

I risvolti geopolitici della crisi

Negli anni il Kazakistan si è guadagnato il ruolo di Paese cardine dell’intera regione centroasiatica, non solo per la sua stabilità politica – granitica, se paragonata a quella del vicino Kirghizistan – ma anche, e soprattutto, grazie alle ingenti risorse naturali, che gli hanno garantito una buona crescita economica e rapporti commerciali stabili con le principali potenze internazionali (Cina, Russia, Paesi europei e Stati Uniti) in qualità di esportatore di petrolio e gas naturale

Tra le primissime dichiarazioni del presidente Toqaev riguardo ai tumulti scoppiati nel Paese, vi è stata la rassicurazione rivolta ai Paesi partner, che ha evidenziato le priorità del governo kazako. Toqaev, infatti, ha affermato sin dall’inizio che il Kazakistan avrebbe continuato a essere un porto sicuro per gli investimenti esteri e che gli sforzi dei vertici istituzionali erano concentrati nel preservare ordine e sicurezza tali da poter assicurare stabilità economica e commerciale.

La crisi kazaka non ha dunque avuto ricadute rilevanti sulla postura internazionale del Paese. Tuttavia, ci sono diversi elementi da notare. Innanzitutto, a seguito dell’intervento dell’ODBK, Mosca ha visibilmente rafforzato il suo potere nei confronti di Nur-Sultan, che a sua volta ha riconfermato la propria “fedeltà” al Cremlino e la volontà di stare entro la sfera di influenza russa. Per gli effetti economico-finanziari, invece, si dovrà aspettare di analizzare i dati degli investimenti esteri nei prossimi mesi. 

Quel che è evidente, per ora, è che nello Stato più stabile della regione serpeggia un forte malcontento, esacerbato dalle crescenti polarizzazioni socioeconomiche. Una volta sedata la crisi, Toqaev ha dichiarato di essere sensibile ai disagi della popolazione e di voler appianare le disuguaglianze che hanno portato ai violenti scontri. Nei prossimi mesi vedremo se queste dichiarazioni porteranno a cambiamenti effettivi o se il Kazakistan proseguirà lungo il percorso tracciato sinora.

 

Fonti e approfondimenti

Colombo, Y. (2022), “Kazakistan. La rivolta che montava da tempo inaugura il 2022”, Ogzero

Eurasianet (2022), “Kazakhstan: Demonstrators gain upper hand in increasingly turbulent unrest”

Franceschelli, M.C. (2022), “Il nuovo anno del Kazakistan”, il Mulino

Kucera, J. (2022), “CSTO agrees to intervene in Kazakhstan unrest”, Eurasianet

Macklnnon, A. (2022), 3 Big Things to Know About the Russian-Led Alliance Intervening in Kazakhstan, Foreign Policy

Moisé, G.M. (2020), “Kazakistan. L’anniversario della strage di Zhanaozen”, East Journal

Putz, C. (2022), “CSTO Deploys to Kazakhstan at Tokayev’s Request”, The Diplomat

Putz, C. (2022), Former Security Chief Massimov Arrested on Treason Charges in KazakhstanThe Diplomat

Sorbello, P. (2022), Le proteste in Kazakistan, cosa sappiamo e perché le stiamo raccontando male”, Valigia Blu

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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