Il valore geopolitico dell’Asia Centrale nell’agenda estera di Mosca

Putin
@Kremlin.ru - Wikimedia Commons - CC BY 4.0

Dalla seconda metà dell’Ottocento, la storia della Russia e quella dell’Asia Centrale si sono intrecciate indissolubilmente. Annessa all’Impero russo dallo Zar Alessandro II, la regione è poi diventata parte dell’Unione Sovietica entrando in una fase cruciale per il suo sviluppo politico, economico e culturale, oltre che geografico, giacché i confini fra i cosiddetti Paesi “Stan” furono delineati nel 1925 dall’autorità centrale. Se in questo periodo i rapporti fra Mosca e le capitali regionali erano solidi e armonici, seppur asimmetrici, dal crollo dell’URSS le relazioni si sono sviluppate in modo irregolare.

Come si sono evoluti i rapporti fra Russia e Asia Centrale dal 1991? Che ruolo ricopre la zona nell’agenda estera del presidente russo Vladimir Putin?

1991-1999: El’cin, Kozyrev e l’abbandono dell’Asia Centrale

Negli anni Novanta, la neonata Federazione Russa mise la cooperazione con gli Stati Uniti e l’Europa al centro della sua politica estera. Riorientandosi verso Occidente, il presidente Boris El’cin e il ministro degli Esteri Andrei Kozyrev aspiravano a rafforzare la posizione russa sulla scena internazionale e superare le difficoltà economiche interne. 

In questo contesto, le repubbliche dell’Asia Centrale si trasformarono in un fardello per la loro fragilità politica, istituzionale ed economica e l’incapacità di garantire la sicurezza interna. Il Cremlino non considerò una priorità rafforzare i rapporti con gli “Stan” e, per legittimare il disimpegno, formulò il concetto di “piccola Russia”, il quale limitava la sfera d’azione russa ai suoi confini geografici. 

Ciononostante, Mosca capì presto che non era possibile distaccarsi dalla regione. Le forti interdipendenze politiche, militari, economico-finanziarie e infrastrutturali la costringevano ad assistere l’area per non compromettere la sua stessa sicurezza e stabilità economica. Così, il Cremlino si dedicò alla risoluzione delle dispute territoriali intraregionali e saldò il debito internazionale degli “Stan”. L’impegno nella regione, seppur forzato, si rivelò un vantaggio geopolitico importante per Mosca, poiché le permetteva di riaffermarsi come superpotenza internazionale. Da allora, la regione è stata considerata, in modo del tutto strumentale, come una sfera d’influenza o addirittura un’estensione strategica del territorio russo. 

In questo contesto, gli “Stan”, che avevano bruscamente interrotto i rapporti con Mosca nel 1991, si sono impegnati a riallacciarli, mentre diversificavano il più possibile le loro relazioni internazionali per evitare di essere inglobati interamente nella sfera d’influenza russa. 

2000–2005: la presidenza Putin e il ritorno russo in Asia Centrale

La politica russa in Asia Centrale cambiò radicalmente a partire dal 2000, sotto la presidenza Putin. Dalla sua elezione, Putin rinforzò le relazioni politiche e la cooperazione economica con l’area per riaffermare l’egemonia regionale russa. Armonizzate le politiche economiche con quelle dell’area, la Russia fondò la Comunità economica eurasiatica per creare un’area di libero movimento di merci e capitali e un mercato energetico comune. 

L’11 settembre 2001 e l’intervento della NATO in Afghanistan costrinsero Mosca a spostare il focus della sua strategia sulla cooperazione militare. Da sempre unica garante della sicurezza regionale, la Russia riattivò tutte le relazioni securitarie con gli eserciti degli “Stan”, sfruttando le forti interdipendenze operative, tattiche e strategiche ereditate dall’epoca sovietica. Fondò l’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva (OTSC) per coordinare la lotta al terrorismo; parallelamente, potenziò le forniture di armi ed equipaggiamenti e cominciò ad assistere gli eserciti regionali nell’addestramento. La lotta congiunta al terrorismo e la comune opposizione all’intervento della NATO e degli Stati Uniti in Afghanistan facilitarono anche il riavvicinamento politico, che culminò con l’inizio della guerra in Iraq. In pochi anni, la Russia tornò a essere una superpotenza politica e militare sia nell’area che nello scacchiere internazionale, facendo leva sui valori politici opposti a quelli occidentali e sul tentativo di bilanciare l’egemonia statunitense in materia di sicurezza internazionale. 

2006-2011: la strategia economica di Mosca

Consolidati i rapporti politico-militari, il Cremlino si concentrò nuovamente sulla cooperazione economica. A tal proposito, Putin si impegnò a sviluppare delle piattaforme multilaterali per sostenere la cooperazione e l’integrazione economica. Un esempio è la zona di libero commercio, che eliminava le restrizioni non tariffarie al commercio per raggiungere questi obiettivi. La creazione di tali iniziative aveva un valore strategico per Mosca perché le permetteva di affermarsi come superpotenza economica nella regione senza doversene assumere l’onere, dato che, di fatto, continuava a stringere accordi con i governi degli “Stan” su base bilaterale.

Contemporaneamente, il Cremlino, con un piglio neo-colonialista, spinse le grandi aziende, pubbliche e private, a investire nella regione per contribuire ad accrescerne l’influenza. Una pressione particolare fu esercitata sulle aziende del settore energetico, da sempre strategico per motivi geopolitici e di stabilità economica. Definito il Mar Caspio come zona di interesse nazionale, Putin sollecitò nuovi investimenti nel settore del petrolio e del gas naturale per aumentarne la produzione e l’esportazione. Inoltre, il Cremlino, che aveva ereditato oleodotti e gasdotti dall’URSS, obbligò le aziende proprietarie delle reti a modernizzarle per assicurare forniture continue sul mercato europeo e guadagni elevati, in virtù dei suoi accordi energetici vantaggiosi con gli “Stan”.  

La crisi del 2008, il crollo della domanda e del prezzo del petrolio e la breve transizione di potere Putin-Medvedev non alterarono la strategia del Cremlino, che continuò a puntare sul rafforzamento dei rapporti economici per non soccombere alla massiccia penetrazione cinese ed europea nella regione. Nel 2010, come reazione al Partenariato orientale dell’Unione europea, la Russia fondò, con Bielorussia e Kazakistan, l’Unione doganale eurasiatica, poi rinominata Unione economica eurasiatica a seguito dell’adesione del Kirghizistan nel 2015, per proteggere il suo ruolo sui mercati locali. Nonostante i suoi effetti limitati, questa permise a Mosca di mantenere la bilancia commerciale positiva e confermarsi come primo produttore e importatore di petrolio centroasiatico.

In questo periodo, la Russia consolidò la sua posizione nell’area. Anche se l’intervento russo nella guerra in Georgia del 2008 aveva riacceso la diffidenza degli “Stan”, i rapporti politici, militari ed economici si svilupparono regolarmente. In particolare, il Kazakistan emerse come il principale partner russo grazie alla stabilità politica, lo sviluppo infrastrutturale e l’abbondanza delle risorse energetiche.

Dal 2012 ad oggi: la competizione economica con Pechino e la “Grande Eurasia”

La terza presidenza Putin (2012-2016) fu segnata da grandi sfide. Le primavere arabe, l’annuncio del ritiro statunitense dall’Afghanistan e l’annuncio cinese della Via della seta terrestre costrinsero Mosca a difendere la propria sfera d’influenza.

Appena rieletto, Putin cementò i rapporti politici con l’Asia Centrale, rilanciando la cooperazione nella sfera culturale e linguistica. L’Agenzia federale per la Comunità degli Stati Indipendenti, il Rossotrudnichestvo, oltre a potenziare le attività di promozione della lingua russa, inaugurò un programma di scambi rivolto a giovani professionisti tramite i suoi centri per la scienza e la cultura. Così, Mosca iniziò a usare il proprio soft power per fortificare i legami politici e promuovere la sua immagine. 

Contemporaneamente, il Cremlino rafforzò anche la collaborazione militare, vendendo per la prima volta armi anche al Turkmenistan e all’Uzbekistan e aumentando le iniziative di addestramento congiunto con i membri dell’OTSC. La partenza degli USA dalla regione e il timore della diffusione del terrorismo aiutarono il Cremlino a riconfermarsi come l’unico garante della sicurezza.  Più debole fu lo sviluppo dei rapporti economici. Il crollo del prezzo del petrolio nel biennio 2014-2016 e la penetrazione cinese relegarono la Russia al ruolo di secondo partner commerciale dell’area. Né le interdipendenze economiche né l’Unione economica eurasiatica sono bastate al Cremlino per mantenere il suo ruolo primario. Solo nel settore energetico, la Russia si è riconfermata il principale esportatore e produttore di petrolio kazako e gas naturale uzbeko e kazako.

Sebbene continui a considerare la cooperazione economica ed energetica come una priorità della sua politica regionale, Mosca è consapevole di non avere gli strumenti finanziari per competere con la crescente presenza di Pechino. Pertanto, a partire dal 2015 ha lanciato l’ambizioso progetto della “grande Eurasia” con l’obiettivo di incrementare la cooperazione con l’area, completare il processo d’integrazione con gli “Stan” e affermarsi come leader politico regionale. Inoltre, con questo progetto, Mosca ha perseguito soprattutto i suoi interessi geopolitici, cercando di affermarsi come potenza internazionale e ribadendo la sua visione multipolare dell’ordine globale. In quest’ottica, la regione ha preservato il ruolo di “sfera di influenza” che è tornata ad assumere, per la prima volta dopo la caduta dell’URSS, alla fine degli anni Novanta.

Fonti e approfondimenti

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