In Australia torna la nuova/vecchia economia post pandemia

Economia in Australia
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Molti a Canberra speravano che la pandemia, i continui incendi, l’aumento costante delle temperature e il rapporto dell’IPCC che descrive il cambiamento climatico a un punto di non ritorno avessero convinto i politici australiani e in particolare il Primo ministro Scott Morrison a cambiare rotta.

Per un attimo, qualcuno ha pure creduto che fosse vero: il massiccio piano di investimenti da centinaia di miliardi per rimodernare l’economia e investire nel verde sembrava quasi un miraggio quando è stato proposto a Canberra.

Visti i risultati incoraggianti che questa strategia sta portando – con una crescita del Pil di rimbalzo al 4,5% nel 2021 e un tasso di disoccupazione stabile intorno al 7% – alcuni osservatori hanno pensato che il paradigma economico nell’isola continente avrebbe potuto veramente ribaltarsi. Inutile dire che questo non è successo.

A testimoniare il fallimento di questi buoni propositi, è bastata l’ultima proposta ideata dal governo e che l’opposizione laburista ha deciso di appoggiare: una massiccia riduzione fiscale verso cittadini e imprese – di fatto l’introduzione di una flat tax al 30% – accompagnata da una conseguente diminuzione della spesa pubblica.

Alla base di questo passo indietro c’è un mix di fattori che è presente in larga parte dei Paesi occidentali, ma che probabilmente in Australia sono talmente marcati da cominciare a vedersi con largo anticipo.

Il parlamento di Canberra sembra aver ripreso in mano il manuale di economia neoliberista e una volta messo da parte stimolo economico e monetario, ha deciso di tornare alle vecchie politiche di austerità e sgravio fiscale. Cerchiamo di capire perché, cosa è stato abbandonato e cosa succederà.

Lo stimolo fiscale e monetario australiano

Nel momento di maggiore pressione del COVID sull’economia, Canberra e il suo premier Scott Morrison non sono stati da meno dei loro omologhi nel resto del mondo e hanno abbracciato politiche di stimolo fiscale e monetario per cercare di ridurre i danni.

La Banca centrale australiana ha iniziato a stampare dollari australiani per  evitare una crisi di liquidità derivata dai lockdown, mentre il governo ha lanciato un piano da più di 100 miliardi di dollari americani per rilanciare il Paese e trasformare la crisi in opportunità. 80 miliardi sono stati destinati al supporto al lavoro, ma ogni settore dell’economia è stato al centro di un piano specifico. Nonostante la ritrosia del Primo ministro, una parte è andata anche alla lotta al cambiamento climatico.

Un ritorno da protagonista per lo Stato australiano che aveva da decenni messo i remi in barca con politiche di stampo decisamente neoliberista, volte a ridurre al minimo il ruolo del pubblico e lasciare campo aperto al privato, in particolare alle big corporations, da sempre protagoniste della politica australiana.

Il ritorno al passato e il supporto bipartisan

Tuttavia, una volta che la crisi pandemica si è andata allentando grazie ai vaccini, al preciso utilizzo dei lockdown da parte dei governi locali australiani e alla sostanziale chiusura agli arrivi stranieri nel Paese da parte dell’amministrazione federale, qualcosa è cambiato.

Con il venir meno del senso di allarme e di tensione, il governo, sotto la crescente pressione dei potenti attori privati, ha deciso di fare un passo indietro e tornare ai vecchi schemi, proponendo un massiccio taglio delle tasse.

Per capire come questa misura sia stata non solo accettata dalle grandi aziende ma anche dai cittadini, è necessario analizzare un fenomeno che non è solo australiano e che si estende a tutto l’elettorato delle democrazie occidentali, ma che nell’isola continente ha una forza ancora maggiore.

Le politiche di stimolo fiscale ed economico sono state accettate dalla popolazione dato il momento di crisi, ma nell’opinione pubblica è profondamente radicata l’opposizione al ruolo del pubblico in economia, nel ricordo della stagflazione e delle crisi degli anni ‘80. Lo Stato è ancora visto come un attore inaffidabile e pericoloso, come descritto dalla dottrina neoliberista di Friedman e Hayek.

Una volta superata la fase emergenziale, i cittadini sono tornati a chiedere quelle politiche che negli anni hanno portato l’Australia a essere il fronte caldo del cambiamento climatico, a causa della quasi totale assenza di regolamentazione dal punto di vista ambientale per le aziende del Paese. Inoltre, lo Stato australiano è uno dei più interessati dalla crescita delle disuguaglianze, con picchi altissimi di differenze socio-economiche all’interno della popolazione. Ciononostante, la classe dirigente – e l’opinione pubblica a seguire – continua a sposare la stessa visione che ha portato a queste condizioni.

A Canberra, dunque, sembra essere tornata la vecchia economia e non solo con l’appoggio dei conservatori ma anche con quello dei laburisti. Questi ultimi, guidati dal nuovo leader Anthony Albanese, hanno infatti deciso di sostenere la politica di taglio delle tasse pur di avere qualche speranza alle elezioni del prossimo anno.

Il messaggio del partito d’opposizione è chiaro: possiamo accettare una politica che innalzi le disuguaglianze se questo ci permette di essere competitivi nei distretti ricchi, ovvero quelli più favoriti dal taglio delle tasse. Niente di nuovo sotto il sole. Infatti, questo sembra essere il compromesso che tutti i partiti progressisti hanno accettato negli ultimi decenni, con risultati carenti come si può vedere in buona parte delle democrazie occidentali.

Le conseguenze: il peggioramento delle diseguaglianze

Come abbiamo già anticipato, le ultime scelte della classe politica porteranno a una flat tax per tutti i redditi tra 45 mila dollari e 200 mila dollari. Per capire chi ne beneficerà, basta dare una rapida occhiata a questi dati: chi ha un reddito di 60 mila dollari l’anno beneficerà di un taglio di solo 275 dollari, mentre chi può contare su un più cospicuo reddito di 200 mila dollari, sarà notevolmente avvantaggiato, “guadagnando” un risparmio di 9 mila dollari.

Larga parte della classe media subirà danni profondi per questa decisione, in quanto essa avverrà conseguentemente a una riduzione delle spese pubbliche e dunque a una diminuzione dei servizi destinati alla cittadinanza.

Il ritorno della vecchia economia sembra in questo modo confermare la tendenza a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, quella perfettamente esemplificata nella formula ideata dall’economista Mariana Mazzucato: mentre i profitti vengono privatizzati, le perdite, al contrario, vengono socializzate. 

Questa descrizione calza a pennello all’esperienza australiana. Lo Stato è servito solo nel momento della crisi, per poi essere messo da parte una volta arrivate le avvisaglie di una ripresa. I suoi risultati sono di conseguenza solo parziali, così da mettere le voci neoliberiste nella condizione di denunciarne i limiti e l’inefficacia, e continuare così a perseguire la deregolamentazione del mercato, la vera causa dei problemi strutturali per cui era entrato in azione il pubblico.

 

Fonti e approfondimenti

Greg Jerico, “How fast is Australia’s economy running? Fiscal and monetary stimulus certainly helps”, The Guardian, 19 Luglio 2021.

Greg Jerico, “Unemployment in Australia is under 5%! Yet more evidence fiscal stimulus works”, The Guardian, 17 Luglio 2021.

Greg Jerico, “Labor’s capitulation on tax cuts shows the price it will pay to win power”, The Guardian, 27 Luglio 2021.

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