Brazilian Jiu Jitsu: la storia di una migrazione giapponese in Brasile

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Remix di Andrea Colombo - @JohnLamonica - Wikimedia commons - CC BY-SA 3.0 + @Giro720 - Wikimedia commons - CC BY-SA 2.5

Il Brazilian Jiu Jitsu è uno sport che ha conosciuto una costante espansione negli ultimi anni e conta un totale di circa tre milioni di praticanti nel mondo. Come suggerisce il nome, questa particolare disciplina a metà tra arte marziale e sport ha origini giapponesi, sebbene sia oggi a tutti gli effetti brasiliana.

La migrazione giapponese arriva in Brasile

Nel 1868 ebbe inizio in Giappone la cosiddetta “Restaurazione Meiji”. L’ultimo Shogun, ovvero il gerarca in cui si concentrava tutto il potere politico, venne rimosso e il potere tornò nelle mani della dinastia Meiji con l’imperatore Mutsuhito. Il nuovo governo si concentrò sull’applicazione del motto fukoku kyohei, «paese ricco ed esercito forte», ovvero i due principi su cui si sarebbe basata l’ascesa del Giappone a Stato moderno. 

Seguendo l’esempio delle potenze imperiali occidentali, l’esercito venne rafforzato e l’economia rivolta all’industrializzazione. La crescente assertività militare del Giappone venne portata avanti anche tramite due importanti successi militari contro la Cina prima e la Russia poi, la quale era vista ancora come una superpotenza occidentale chiave per il sistema di equilibrio dei poteri europeo. Le vittorie nella prima guerra sinogiapponese (1894–1895) e in quella russogiapponese (1904–1905) proiettarono definitivamente il Giappone come superpotenza emergente in ambito internazionale, ma le conseguenze economiche interne furono severe. 

L’emigrazione come politica di Stato

La crescita economica guidata dall’industrializzazione, un altro dei pilastri del fukoku kyohei, subì un brusco arresto in seguito agli sforzi richiesti dai conflitti. Nel Paese si creò anche una tensione politica tra il settore militare e le élites economiche per l’accaparramento delle limitate risorse dopo la guerra e su quale tra «paese ricco» o «esercito forte» dovesse prevalere per modernizzare il Giappone.  Per sopperire alla crisi economica, politica e alla sovrappopolazione, il governo decise di puntare sull’emigrazione all’estero dei propri cittadini, la quale divenne una vera e propria politica di Stato. 

I Paesi di destinazione furono diversi, dagli Stati Uniti alle Hawaii e il Canada, fino ad arrivare all’America latina. È così che agli inizi del Novecento avvennero le prime ondate migratorie giapponesi in Brasile. Molte famiglie emigrarono per stabilirsi temporaneamente all’estero, ma grazie ai finanziamenti ricevuti dalle agenzie per l’espatrio giapponesi e il successo economico raggiunto nei Paesi d’arrivo vi rimasero definitivamente. Tra queste, molte finirono in Brasile, dove la forte espansione dell’industria del caffè richiedeva tante braccia da lavoro. 

Fino ad allora erano stati gli europei, e in particolare gli italiani, a sopperire alla mancanza di manodopera brasiliana. Questo a causa delle politiche di blanqueamiento del governo brasiliano, ovvero quelle misure volte a stimolare l’europeizzazione della popolazione, come avvenne storicamente anche in altri Paesi dell’America latina (Argentina, Venezuela, Colombia) e che Aníbal Quijano descrive nel suo Colonialità del potere. Dall’inizio del XX secolo però, diversi flussi migratori si crearono anche dal continente asiatico, come quello giapponese verso il Brasile, essendo anch’essi visti come “abbastanza bianchi” e come categoria ben accettata grazie al loro status di duri lavoratori.

Da Maeda alla famiglia Gracie: la nascita del Brazilian Jiu Jitsu

Tra i tanti immigrati giapponesi che si ritrovano in Brasile, in particolare attorno a Rio de Janeiro, arrivò nel 1914 Mitsuyo Maeda, in qualità di funzionario diplomatico del consolato giapponese. Maeda era un judoka, ovvero un praticante di Judo, ma non  certo un allievo qualsiasi. Dopo aver imparato per anni la disciplina direttamente dal suo fondatore, Kanō Jigorō, si dedicò a lungo a girare il mondo per diffondere gli insegnamenti del proprio maestro. Regno Unito, Spagna, Stati Uniti e poi Honduras, Colombia e molti altri Paesi fino ad arrivare in Brasile, dove decise di stabilirsi definitivamente. L’incontro tra Maeda, detto Conde Koma, e il Brasile, avrebbe cambiato per sempre la storia sportiva del Paese.

La disciplina marziale insegnata da Conde Koma assunse il nome di Jiu Jitsu, e non più Judo, in ricordo delle antiche origini del Judo risalenti all’epoca Samurai, ma anche per differenziare il proprio stile d’insegnamento da quello del maestro Kano, includendo tecniche proibite nel Judo. L’incontro più significativo per la diffusione del Jiu Jitsu in Brasile fu quello tra Maeda e la famiglia Gracie. Il giovane Carlos Gracie frequentava una delle scuole di Maeda ed entrò così in contatto con i concetti chiave del Jiu Jitsu. Tra questi quello della «leva», in portoghese alavanca, ovvero un principio fisico che permette di vincere una forte resistenza applicando una quantità limitata di forza e la strategia di portare il combattimento al suolo così da poter controllare l’avversario più facilmente. Con l’introduzione da parte di Carlos al fratello Helio Gracie e il loro fondamentale contributo allo sviluppo dell’arte marziale si arrivò a qualcosa di definitivamente diverso: il Brazilian Jiu Jitsu. 

Nazionalismo e diffusione del BJJ

L’apice delle ondate migratorie giapponesi in Brasile venne raggiunto alla fine degli anni Venti e inizio degli anni Trenta del Novecento, grazie alla continua espansione dell’industria del caffè, ma ora anche del tè e del riso. L’immigrazione venne però accompagnata da un crescente nazionalismo, il quale trovò espressione nel governo di Getúlio Vargas. I sentimenti di odio razziale si espressero attraverso politiche volte a ridurre il flusso migratorio giapponese, fino ad arrestarlo completamente nel 1942, durante la dittatura dell’Estado Novo di Vargas. L’immigrazione giapponese riprese solo dopo la guerra, attorno al 1953, alimentando una continua alternanza di politiche dell’accoglienza e politiche nazionalistiche che vietavano o incoraggiavano i flussi migratori in base alle esigenze industriali del Brasile. 

Durante tutti questi decenni, lo sviluppo del Brazilian Jiu Jitsu non si arrestò mai. La prima accademia Gracie aprì in Brasile nel 1925, inaugurata proprio dai fratelli Carlos e Helio Gracie. Fin da subito, l’aspetto del marketing venne applicato dalla famiglia brasiliana alla cultura marziale giapponese, tanto che la prima accademia Gracie venne pubblicizzata con il seguente manifesto ironico e provocatorio volto a suscitare curiosità tra i passanti: «se ti vuoi procurare un braccio rotto, presentati all’accademia Gracie». L’arte marziale iniziò così a diffondersi ed essere praticata in tutto il Brasile. Ulteriori passi fondamentali per la propagazione del Brazilian Jiu Jitsu furono l’aspetto sportivo applicato all’arte marziale e la rivalità con gli altri stili di combattimento, come il Vale Tudo e la Luta Livre. 

L’inizio della UFC e la consacrazione del BJJ a livello mondiale

Nonostante la popolarità raggiunta all’interno dei confini brasiliani, il Brazilian Jiu Jitsu fece fatica a diffondersi a livello globale. Ogni Paese aveva sviluppato una propria tradizione sportiva e marziale, legata alla propria storia e cultura, e che veniva custodita con gelosia. Nel 1993, però, nacque negli Stati Uniti un torneo di sport da combattimento che mirava proprio a mettere a confronto le diverse arti marziali: l’Ultimate Fighting Championship (UFC). Con un regolamento creato appositamente per permettere a ogni partecipante di esprimere il proprio stile, venne organizzata una competizione per stabilire definitivamente quale fosse l’arte marziale più efficace.

Tra i partecipanti figurava Royce Gracie, discendente della famiglia brasiliana dei Gracie, che basava il suo stile di combattimento proprio sul Brazilian Jiu Jitsu. Il regolamento del torneo non prevedeva limiti di categoria di peso, ma, nonostante l’inferiorità dal punto di vista fisico rispetto ad altri combattenti, Royce Gracie si distinse per le sue abilità tecniche. Vinse tutti e tre gli incontri che disputò quella serata per sottomissione, ovvero delle mosse (leve articolari o strangolamenti) che portano l’avversario alla resa. Dopo essersi aggiudicato il titolo di UFC 1, vinse anche UFC 2 e 4. Così iniziò ufficialmente la consacrazione del Brazilian Jiu Jitsu a livello mondiale che, dopo aver dimostrato il suo valore sul campo, iniziò ad attirare sempre più praticanti.

Oggi lo sport continua a evolvere, attraverso modifiche ai regolamenti, aggiunte di tecniche e fusione con stili di lotta differenti. Il Brazilian Jiu Jitsu è ormai secondo solo al calcio in Brasile in quanto a numero di praticanti, i quali sono sempre più incuriositi da questo sport da combattimento tanto efficace quanto divertente.

«Não é nenhum exagero dizer que as artes marciais foram a principal porta de acesso dos brasileiros à forma de pensar e agir dos japoneses.»

«Non è un’esagerazione affermare che le arti marziali siano state la principale porta d’ingresso per i brasiliani alla forma di pensare e di agire giapponese.»

Tiago Oviedo Frosi, Universidade Federal do Rio Grande do Sul 

 

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Mieko Nishida, “Japanese Immigration to Brazil”, Oxford Research Encyclopedias, 26/09/2017.

Orsolya Kako, “In deep: the isolation of Japan”, Butterfield and Robinson.

Sean Mannion, “Políticas de blanqueamiento y migración en América Latina”, Hispanic American Historical Review, 10/03/2015.

Aníbal Quijano, “Colonialidad del poder, eurocentrismo y América Latina”, CLACSO, 2014.

Lasi Modelli, “Do chá ao jiu-jitsu: as influências japonesas na cultura do Brasil”, BBC Mundo, 18/06/2018.

Shari Wejsa and Jeffrey Lesser, “Migration in Brazil: The Making of a Multicultural Society”, Migration Policy Institute, 29/03/2018.

Masazo Ohkawa, “The armaments expansion budgets and the Japanese economy after the Russo-Japanese war”, Hitotsubashi Journal of Economics, 02/01/1965.

Britannica, «Mejii Restoration».

Wonder, “How many people practice Brazilian Jiu-Jitsu or grappling globally?”, 28/02/2017.

Milly Lacombe, “Como surgiu o jiu-jitsu brasileiro e quais suas inovações?”, Super, 10/01/2018.

Gracie Magazine, “A história do Jiu-Jitsu”.

Luciano Gamez, “Jiu Jitsu Brasilero (Segunda Parte)”, El Guerrero Dentro, 19/08/2022.

Javier Quesada, “Jiu Jitsu brasileño, un deporte imprescindible para la UFC”, AS Color.

T.P. Grant, “History of Jiu-Jitsu: Coming to America and the Birth of the UFC”, Bleacherreport, 13/04/2011.

Alexandre Velly Nunes, “A influência da imigracão japonesa no desenvolvimento do judô brasileiro: uma genealogía dos atletas brasileiros medalhistas em Jogos Olímpicos e campeonatos mundiais”, Universidade de São Paulo, 2011.

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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