Il personaggio dell’anno: Anthony Albanese

Anthony Albanese
@Australian Labor Party - Remix di Matteo Savi - CC BY-SA 4.0

A poche settimane dalle elezioni del maggio 2022, due rinomati accademici australiani hanno pubblicato un paper scientifico di grande interesse.

Nella ricerca si evidenzia come le scelte degli elettori siano cambiate drasticamente rispetto alle elezioni del 2019, vinte dal conservatore Scott Morrison, come cambiate erano anche le motivazioni dietro alla scelta. L’attenzione alla dimensione locale, la considerazione verso principi e valori superiori e l’ispirazione che i candidati erano in grado di infondere avevano soppiantato i paradigmi classici della convenienza del voto e dell’interesse personale.

Un dato che può sembrare poco interessante, ma che guardando alla lunga tradizione australiana nasconde forse la vera ragione del risultato elettorale. Infatti, storicamente, nella politica australiana l’attenzione al territorio, i valori superiori e il carisma dei candidati non sono così centrali. Al contrario, per decenni le vicende di governo sono state dettate dall’incessante ricerca di accordi, da una predilezione marcata verso il compromesso e la moderazione e una visione che rifugge le ideologie, in particolare quelle progressiste.

Un cambio così netto nelle preferenze di voto e nelle abitudini politiche rappresenta una rivoluzione che in realtà si muove da anni nella società australiana e che è perfettamente simboleggiata da Anthony Albanese, il leader della sinistra del Labour Party e oggi il 31esimo Primo ministro del Paese.


Una lunga storia alle spalle

Albanese non è un uomo nuovo della politica, non è un rottamatore. Da 30 anni attraversa i corridoi dei palazzi del potere, avendo alle spalle una lunghissima gavetta. Nella biografia che Katherine Murphy gli ha dedicato si racconta bene la tenacia e la resilienza di un uomo cresciuto in una zona suburbana solo con una madre affetta da artrite reumatoide. 

Un passato che lo ha fatto crescere guardando sempre “tre passi avanti”, con il rischio, in caso di fallimento, di dover scegliere tra comprare del cibo o le medicine per la madre. Da qui la tenacia e l’assoluta capacità di cavarsela da solo che – come racconta il suo staff,-mantiene tuttora, quando sceglie di modificare autonomamente l’agenda o i propri discorsi.

Un uomo di grande istinto e innata capacità strategica, come dimostrato in parecchie occasioni. Adepto di Tom Uren, leader della sinistra radicale australiana, e con una lunga storia di attivismo cittadino, Albanese è cresciuto nel Nuovo Galles del Sud, in una periferia di Sidney dove la parte più progressista del Labour Party australiano è talmente radicata che oltre a confrontarsi con la parte più conservatrice del Partito, si fraziona e si scontra anche al suo interno. Una cosa che il nuovo Primo ministro australiano sa bene.

È proprio a causa della sua lotta interna con la sinistra che, anche quando riesce a giungere in Parlamento, Albanese non riesce a scalare i vertici del Partito. Su di lui c’è il veto imposto da altri membri di correnti progressiste. Un impasse che supera magistralmente con le sue doti principali: il duro lavoro e la capacità strategica. Si garantisce così un posto da ministro delle Infrastrutture del governo Rudd, grazie al lavoro svolto in Parlamento e a un accordo con la parte più centrista, capace di vanificare le resistenze a sinistra.

Una carriera contro i pregiudizi

Un pregiudizio, quello nei suoi confronti, dovuto al fatto di essere considerato troppo estremista, ma che il veterano Albanese riesce a scrollarsi di dosso durante i governi fratricidi laburisti, quelli di Rudd del 2007 e di Gilliard del 2010: ambedue Primi ministri molto lontani dalle sue idee di sinistra. Tuttavia, Albanese riesce a portare avanti, a un tempo, la loro e la sua agenda. Proprio da questa posizione privilegiata Albanese raggiunge uno dei suoi primi grandi traguardi: l’accordo sul trasporto marino tra armatori e lavoratori, garantendo maggiore equità, lavoro e sviluppo.

Dopo essere stato un incendiario attivista di sinistra di Sidney, un membro del Parlamento rispettato e temuto, un ministro dei Trasporti efficace, propositivo e capace di portare avanti un’agenda progressista, il giorno dopo la sconfitta del 2013 del Labour di Rudd e Gillian, Albanese sembra essere il principale candidato per guidare il partito verso un nuovo futuro. 

Tuttavia, nella corsa per la leadership sembra che in pochi confidino nelle sue chances di vittoria contro i conservatori e così ad Albo –  questo il soprannome dell’attuale Primo ministro – viene preferito il più moderato Bill Shorten. Un’elezione arrivata grazie al massiccio voto dei deputati laburisti, mentre il voto popolare degli iscritti aveva largamente favorito Albanese.

È in questo quadro di sconforto che lo sconfitto leader della sinistra laburista inizia a nutrire profondi dubbi, soprattutto in prospettiva delle elezioni del 2019, che alla vigilia vedono i laburisti favoriti. 

La strategia collettiva di Albanese

Per sei lunghi anni Albanese decide di concentrarsi sul suo orticello: sul suo ruolo di ministro ombra delle infrastrutture ma anche sulla costruzione di un gruppo in grado di supportare il self-made man della sinistra australiana. Una rete di supporto fatta di amici storici come Penny Wong e Mark Butler, ma anche di persone in grado di spingerlo verso nuovi lidi e nuove idee: si aggiungono esperti di comunicazione, economisti moderati, leader della sinistra. Elementi di un cerchio magico in grado di aiutarlo ma anche di intervenire direttamente, come vedremo in seguito.

È grazie a questa struttura e alla sua storia che nel 2019, quando Bill Shorten perde rovinosamente le elezioni contro Scott Morrison, dopo aver cercato di imitare la piattaforma conservatrice piuttosto che costruirne una alternativa, Albanese rimane l’unico leader e l’unica speranza del nuovo Labour party. Si guadagna la leadership senza colpo ferire e totalmente da solo, vista l’assenza di altri candidati: inizia così il percorso di Albo verso la carica di Primo ministro.

La sua vittoria la costruisce negli anni più difficili che il Paese abbia mai conosciuto:gli incendi del 2020, le tensioni con la Cina, l’influenza della presidenza Trump, l’ondata conservator/populista arrivata da Brexit e Trump, fino alla prova della pandemia.

È proprio il Covid-19, davanti alla crescita di gradimento del governo Morrison, che porta nel 2020 il suo team a intervenire per intimargli di costruire una strada diversa rispetto all’unità nazionale ed evitare in questo modo che le elezioni diventassero una corsa verso la sconfitta. 

È in questo momento che Albanese riesce a costruirsi una differenziazione netta da Morrison: prima un cambio di look, accompagnato da un cambio delle sue abitudini personali e anche alimentari, e poi soprattutto una radicalizzazione sui temi, come gli asili gratuiti e la lotta al cambiamento climatico. Il risultato è la sua nomina come 31esimo Primo ministro del Paese.

Gli albori di una rivoluzione

Albanese è stato portato al potere da profili demografici molto differenti rispetto a quelli che erano stati essenziali per la vittoria nelle precedenti elezioni. Questa volta sono state le donne, i professionisti con un titolo di studio di secondo grado e i giovani a risultare decisivi: una fiducia e un tasso di voto troppo grandi anche per le grandi industrie carbonifere e minerarie o per i bianchi conservatori delle zone centrali.

Quello di Albo è sicuramente un governo delle coste dell’Australia e delle grandi città, ma la sfida sarà quella di governare la politica e l’economia australiana garantendo le promesse radicali presentate: la diminuzione del 43% delle emissioni entro il 2030, gli asili nido gratuiti, gli investimenti massicci nella transizione ecologica e un ruolo da protagonista e non subalterno a Washington nella politica asiatica.

La palla al Primo ministro: spetta a lui dimostrare se la sua vittoria sia un incidente della storia, a cui seguirà una pronta restaurazione, o se invece è veramente cambiato qualcosa a Canberra.


Fonti e approfondimenti

Ariadne Vromen, “Albanese wants to ‘change the way’ we do politics in Australia. Here are 4 ways to do it”, The Conversation, maggio 2022

Katharine Murphy, “Lone Wolf: Albanese and the New Politics”, The Guardian, 30 novembre 2022

Peter Lewis, “Ditching the politics of division is paying off for Albanese. Now it’s the media’s turn”, The Guardian, 2022

 

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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