di Olmo Bertini
Il ritorno di Pechino ad ago della bilancia economica mondiale suscita notoriamente non pochi malesseri nel mondo occidentale. Per i Paesi che vi si riconoscono, la potenziale diffusione del modello capitalista e autoritario cinese, che appare in grado di sfidare l’ordine socio-economico a guida statunitense, è fonte di grande timore.
Tuttavia, a destare preoccupazione per gli Stati Uniti e i Paesi europei è anche il recente rallentamento dell’economia cinese, in cui ha giocato un ruolo chiave il settore immobiliare. Questo sviluppo aumenta il rischio di contagio soprattutto nelle economie del Sud-est asiatico, il che creerebbe un eventuale effetto domino nel quale nessun Paese sarebbe al sicuro.
Il rallentamento dello sviluppo economico cinese
La Cina rappresenta metà del PIL del continente asiatico – prendendo la definizione più ampia, dalla Turchia al Giappone, un terzo della popolazione e spende il triplo del secondo Paese, la Russia, per la Difesa. Tuttavia, a uno sguardo attento la società e in particolare l’economia cinese mostrano più di un segnale di fragilità.
Una crescita dell’economia dimezzata rispetto al 2008 e venti milioni di lavoratori evaporati in un decennio mettono a rischio i piani di sviluppo cinese. A questo rallentamento, si aggiunge la sempre più concreta possibilità di un collasso del mercato immobiliare interno.
Per anni, il settore è stato considerato un investimento sicuro, protetto dalla volatilità del mercato finanziario ma comunque remunerativo grazie ai processi di urbanizzazione, a garanzia di un alto RoI – ritorno di investimento – nell’acquisto delle proprietà. Questo però ha favorito la speculazione: il valore delle case è raddoppiato dal 2010 al 2021, attestandosi a €1200/m2 a livello nazionale e a €8000/m2 nella capitale economica di Shenzhen (numeri comparabili a molte zone di Londra).
La crescita del settore si fondava su un modello di business estremamente fragile: le società immobiliari vendevano appartamenti ancora prima che essi venissero costruiti, finanziando con i ricavati le successive costruzioni. I colossi immobiliari hanno scommesso sulla domanda degli acquirenti cinesi, realizzando intere città fiduciosi di riempirle negli anni a venire.
I rischi di Pechino
Oggi, questo modello deve fare i conti con i reali numeri della popolazione cinese, che si teme sovrastimata per centinaia di milioni (più del 10% del totale). Se tali dati si rivelassero reali, il rischio di un collasso della domanda nel settore sarebbe altamente probabile e porterebbe alla bancarotta dei colossi immobiliari nazionali e delle banche loro creditrici, mettendo quindi in discussione la tenuta dell’intero sistema economico cinese.
Avvisaglie di una crisi erano già emerse tre anni fa, quando Pechino aveva avviato le prime manovre anti-speculatorie nel settore immobiliare, che rappresenta il 30% del PIL del Paese. Ciò non è comunque stato sufficiente per blindare la compagnia leader del settore immobiliare, la Evergrande, che ha dichiarato default nel 2021. La compagnia ha perso €77 miliardi, portandosi con sé le prospettive di crescita dell’ intero settore.
Questi sviluppi sono solo una parte di un problema più grande che affligge Pechino, in difficoltà nell’inserire i giovani – sempre meno – nella forza lavoro nazionale: gli ultimi dati pubblicati dall’ente di statistica cinese mostrano un’impennata nei livelli di disoccupazione nella coorte urbana tra i 16 e i 24, dal 13.9% del 2019 al 21,3% nel 2023.
La risposta statunitense
Comprendendo come una Cina in difficoltà possa diventare un attore imprevedibile, il presidente statunitense Joe Biden ha tentato di smorzare i toni della competizione tra le due grandi potenze.
Durante il G20 di settembre, Biden ha sottolineato come agli Stati Uniti non interessi ripetere una politica del containment nei confronti della Cina.
Ciò non significa che Washington ricerchi necessariamente una coesistenza o un modello di competizione positivo: Biden mantiene il pressing verso gli alleati europei, spingendoli a rifiutare le proposte legate alle Belt And Road Iniziative (BRI) e a proteggere il proprio know how rispetto alla produzione di superconduttori di ultima generazione. Importante sottolineare come l’Italia si trovi al centro di questi avvenimenti, con la recente rinuncia alla partecipazione nel progetto BRI a complicare senza dubbio i piani di Pechino.
La stessa logica si ripete in Asia, con gli USA impegnati in una politica di supporto a India e Vietnam volta a frenare le aspirazioni di ascesa regionale di Pechino. Tuttavia, le sorti cinesi non possono essere divise da quelle del continente di cui fa parte. Il Sud-Est Asiatico è infatti una delle regioni potenzialmente più sensibili agli effetti del rallentamento economico.
I legami commerciali tra Cina e Sud-Est asiatico
La Cina è il principale partner commerciale di tutti i Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN).
Il principale mercato è quello edilizio, con molte imprese cinesi centrali nei progetti infrastrutturali in tutta la regione. Nel 2022, nonostante lo scambio commerciale statunitense con l’ASEAN abbia raggiunto $520.3 miliardi, esso rappresenta soltanto due terzi della controparte cinese ($975 miliardi), che è raddoppiato rispetto al 2014. Il distacco dell’export dei due Paesi è aumentato dal 2016, arrivando a $450 miliardi nel 2021.
Questa crescita ha anche staccato l’import cinese, con una bilancia commerciale negativa nel 2022 per l’ASEAN il 69% più grande rispetto al 2017.
Il 2022 ha segnato anche la nascita della RCEP a guida cinese, il più grande blocco commerciale al mondo (quasi $39 triliardi nel 2023), di cui i paesi ASEAN fanno parte. Il RCEP ha permesso un abbassamento dei dazi doganali, prendendo a modello lo sviluppo della Comunità Economica Europea e di quello che sarebbe diventato il mercato unico europeo.
Questi dati non lasciano dubbi rispetto alla centralità della crescita cinese per il benessere dell’ASEAN, ma mettono in luce anche le potenziali vulnerabilità di questa ritrovata interdipendenza.
Il rischio domino nelle economie ASEAN
La Cambogia rappresenta un esempio emblematico di come il rallentamento della crescita economica cinese possa impattare le economie dell’ASEAN.
Negli ultimi decenni, il Paese ha osservato una crescita economica senza precedenti, avvicinandosi alle condizioni di vita ottenute da Thailandia, Indonesia e Vietnam. Uno sviluppo che batte bandiera cinese, con investimenti pari a €3,81 miliardi soltanto nel 2020, equivalenti al 53.4% del totale di investimenti nel Regno.
Questa influenza ha mostrato anche la fragilità della crescita cambogiana, soprattutto nel settore turistico: negli ultimi anni, il turismo cinese è crollato, passando da oltre due milioni di visitatori nel 2019 ad appena 45 mila nel 2022. Se quattro anni fa il turismo rappresentava quasi il 20% del PIL, occupando 630.000 lavoratori, per la maggior parte donne e giovani, oggi non supera il 0,73%, per un danno economico di 5 miliardi di dolllari.
La capitale cambogiana, Phnom Penh, rappresenta uno dei sintomi più evidenti di questo crollo: la maggior parte dei colossali hotel sul riverside appaiono vuoti, con solo qualche stanza a illuminare le facciate ormai spente. Siem Riep, città famosa per il più grande complesso di templi al mondo, Angkor Wat, sembra oggi una vetrina senza scopo, con la maggior parte dei locali deserti e il mercato popolato solo da venditori disillusi rispetto al miglioramento nel breve termine.
Un altro Paese fortemente dipendente dalla salute del vicino cinese è il Myanmar, Paese il cui commercio con la Cina, nel biennio 2022-2023, ha superato i 9 miliardi di dollari. Se l’import cinese è rappresentato principalmente da materie prime (gas, alimenti, metalli), il Myanmar importa in buona parte prodotti industriali.
Dopo il colpo di stato del 2021, l’espandersi della guerriglia e la conseguente fuga degli investitori occidentali, gli investimenti cinesi sono stati di fondamentale supporto per l’ economia. Il Myanmar è inoltre al centro della BRI: per avere un’idea dell’entità di questo progetto, si pensi che solo gli investimenti per il porto di Kyaukpyu arrivano $1.3 miliardi.
Di fronte alle proprie fragilità, il regime birmano si vede forzato a una sempre maggiore integrazione nel sistema economico cinese, ancorando le proprie speranze a quelle di Pechino. Il rischio di un crollo dell’economia cinese non porta solo il timore di una recessione ma anche di un collasso politico.
Sempre centrale nei progetti BRI in ASEAN è il Laos, che ha beneficiato enormemente degli investimenti infrastrutturali cinesi.
Il progetto laotiano annunciato nel 2015 è diventato la prima tappa internazionale del nuovo sistema ferroviario ad alta velocità di Pechino, per un costo complessivo di $6 miliardi. Lo stato laotiano ha impiegato $250 milioni del suo budget e preso un prestito di $480 milioni dalla Bank of China per finanziare il progetto, aumentando il già alto debito nazionale.
Tuttavia, tale collegamento ha permesso di connettere il Myanmar ai propri vicini, mitigando gli effetti negativi del non avere uno sbocco sul mare. Non si tratta quindi di una situazione paragonabile a quella dello Sri Lanka, dove i prestiti di Pechino non hanno sortito gli effetti sperati oltre ad aver creato una crisi del debito.
Europa e Asia: Sulla stessa barca?
Gli investimenti laotiani, come quelli birmani e cambogiani, si basano su una sostenuta crescita del mercato cinese, che partono in Asia e puntano a raggiungere l’enorme mercato europeo.
Il venire meno di un nodo in questa catena del valore indebolirebbe i margini di profitto per tutti, rallentando il processo di crescita e mettendo sotto pressione i governi di entrambi i continenti. Un crollo economico cinese mieterebbe le prime vittime proprio nelle economie più fragili del Sudest asiatico, espandendosi poi a macchia d’olio in tutta l’ASEAN e nell’intero continente euro-asiatico.
L’Europa ne uscirebbe in ginocchio, perdendo il suo primo partner commerciale durante una crisi energetica dovuta all’abbandono (parziale) dell’import di gas russo. Dal Portogallo a Taiwan, nessuno ha interesse verso questo finale, ma con gli USA sulla via dello scontro, solo una voce comune nel Vecchio Continente potrebbe coordinarsi con la Cina per evitarlo.
Fonti e approfondimenti
Wakabayashi, D. and Stevenson, S., “China Is on Edge as Fallout from Its Real Estate Crisis Spreads”; The New York Times, 20 agosto 2023
Yi, F., “Leaked Data Show China’s Population Is Shrinking Fast”; Project Sindacate, 27 luglio 2022
Cheong, D. & Yong, C., “China, US in race for ASEAN Who has the edge?” The Straits Time, 23 maggio 2022
Chan, D. “Business as Usual: Chinese Investments After the Myanmar Coup”, The Diplomat, 2 settembre 2021
Editing a cura di Alberto Pedrielli


