Un nuovo confederalismo democratico? – Intervista a Ruksen Mihamed

Interviste
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

di Cecilia Cicchetti

 

Il 12 dicembre del 2023 nell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est (AANES), quei territori del Nord-Est della Siria indipendenti dal governo di Bashar al-Assad e in cui la popolazione vive la forma politica del confederalismo democratico, è stato approvato il testo del nuovo contratto sociale. Questo testo è nato dall’esigenza di rinnovamento rispetto al precedente contratto, risalente al 2014, dovuta ai grandi cambiamenti che in questi anni hanno interessato la Regione: la sempre maggiore estensione geografica dell’AANES, i continui attacchi militari della Turchia e la minaccia di Daesh, l’ISIS. 

Ne parliamo con Ruksen Mihamed, portavoce dell’Unità di Difesa delle Donne (YPJ), in visita a Roma insieme a una delegazione politica dell’AANES, durante la conferenza “Difendiamo il Rojava!” tenutasi il 6 marzo presso lo spazio autogestito ESC. 

Cosa cambia ora con il nuovo contratto sociale?

Il Contratto è stato firmato da poco, quindi ovviamente è presto per poter capire come nel pratico impatterà l’Amministrazione Autonoma (il nuovo nome usato per riferirsi al Rojava, in quanto il termine curdo non è più rappresentativo per tutti i gruppi etnici che abitano la Regione, ndr). Ad aprile si terranno nuove elezioni per le co-presidenze (nell’AANES ogni carica è ricoperta da due persone, in modo tale da non creare posizioni di potere gerarchiche, ndr), oltre che per il rinnovo dei consigli esecutivi e popolari dell’Amministrazione Autonoma.

È un continuo progredire. Lo scopo è quello di correggere gli errori del passato, per continuare a garantire la partecipazione democratica della popolazione in ogni momento della rivoluzione. Il nuovo contratto sociale, rispetto al precedente, è sicuramente più profondo e ampio, in quanto tocca argomenti prima non affrontati o, per necessità, messi in secondo piano. È un tentativo di superare tutte le difficoltà che abbiamo incontrato fino ad adesso. Vogliamo che il mondo sappia cosa stiamo facendo, per questo stiamo lavorando alla traduzione del testo in inglese e anche in altre lingue.

Come state affrontando i continui e devastanti attacchi della Turchia?

Gli ultimi attacchi sono stati molto duri, dei veri e propri crimini di guerra in quanto hanno colpito principalmente le infrastrutture civili, rischiando di compromettere la sopravvivenza della popolazione. Bombardare in inverno le strutture che forniscono elettricità, acqua e cibo alla popolazione dovrebbe essere un atto condannato dalla comunità internazionale, invece ancora una volta assistiamo al silenzio. E ricordiamo che questi attacchi sono fatti con armi della NATO (la Turchia è membro dell’Alleanza Atlantica, ndr).

È chiaro che la Turchia ha paura di noi e della rivoluzione. Ogni volta che facciamo passi avanti e conquiste per la popolazione arrivano attacchi pesanti su obiettivi civili, perché non vogliono che la rivoluzione prosperi e le popolazioni di tutto il mondo si accorgano di come anche un sistema come il nostro possa funzionare. Siamo estremamente preoccupate per la portata della distruzione turca. Noi ogni volta ricostruiamo da zero e loro continuano a distruggere tutto.

Questa volta i danni ammontano a milioni di dollari statunitensi. Abbiamo bisogno che la comunità internazionale rinnovi la solidarietà nei nostri confronti e che ci aiuti, soprattutto economicamente, perché noi questi soldi non li abbiamo.

In Occidente non si parla più di ISIS, voi invece sapete bene che la guerra contro di loro non è ancora finita. Come procede da questo punto di vista?

Sì, esatto, l’ISIS non è sconfitto e non è morto. È stato sconfitto solo geograficamente, grazie allo sforzo delle donne, prima curde e poi arabe, cristiane e di tutte le estrazioni possibili, che hanno unito le forze e hanno lottato fino alla fine. Noi ci ritroviamo a gestire campi profughi e carceri piene di militanti di Daesh, soprattutto di foreign fighters che i Paesi natali non vogliono gestire (il riferimento è alle carceri di al-Hol e al-Roj, dove si trovano non solo i jihadisti, ma anche le loro famiglie, ndr). Bisogna capire che Daesh è un’ideologia. E in luoghi come questi simili ideologie prosperano.

Nei territori controllati dalle AANES ci sono molte cellule isolate che ogni tanto fanno attacchi e causano morte e dolore. Noi come forze di liberazione e protezione conduciamo operazioni militari dentro questi campi, ma il problema persiste e non si può combattere solo militarmente. Voglio sottolineare che la nostra lotta contro Daesh non è assolutamente di scarso vigore. Resistiamo e resisteremo sempre, perché è nostra responsabilità proteggere l’umanità intera da questa minaccia, che non è isolata ma ha un grande sostegno.

Ancora una volta, infatti, la Turchia gioca un ruolo fondamentale, perché sostiene l’Isis economicamente e materialmente. A loro fa comodo avere le cellule che attaccano civili curdi e arabi dell’AANES, per questo li fomentano e li sostengono. Lo ripeto, la comunità internazionale dovrebbe riconoscere che l’ISIS non è morto nel 2019 e che, al contrario, rischia di tornare a essere la minaccia di un tempo. Se non vogliono riconoscerlo per aiutare noi, lo facessero anche solo per la propria sicurezza.

Dici che le azioni militari non bastano. Voi agite anche in altri modi?

Sì, soprattutto nei campi profughi abbiamo provato a dare un’educazione diversa, una formazione che faccia capire quando la mentalità Isis sia una mentalità di morte. Nei campi ci sono famiglie, ci sono molti bambini che sono stati legati a Daesh per motivi diversi, spesso costretti da minacce violente. Ma questi bambini rischiano di apprendere la mentalità dell’ISIS.

C’è bisogno dell’aiuto internazionale anche in questo: noi possiamo dare una formazione fino ai 18 anni, ma dopo questi ragazzi dove vanno? O restano nei campi profughi, con il rischio di radicalizzarsi. Oppure vanno direttamente a combattere per Daesh. Sempre perché le loro patrie, gli Stati nazione dei loro genitori, non li vogliono accogliere. 

Dunque, il nodo cruciale è la cooperazione internazionale. A questo riguardo, come sono andate queste giornate di incontri?

Molto bene. I rappresentanti dello Stato [italiano, ndr] che abbiamo incontrato sono stati molto accoglienti e propositivi. Speriamo che questo abbia una risonanza più ampia. Ma, devo essere sincera, questo è l’ultimo degli aspetti che ci interessa. Per noi è molto più importante fare gli incontri pubblici, incontrare le persone e parlare direttamente con loro, soprattutto con ragazze e ragazzi giovani.

Abbiamo incontrato tantissime persone, molto interessate, attente ai problemi che incontriamo quotidianamente, perché sanno che sono problemi universali, ai quali però diamo soluzioni diverse, grazie alle idee di Reber Apo (soprannome di Abdullah Ocalan, ideologo e fondatore del Pkk, ndr) e alla cooperazione dei popoli dell’AANES.

Questo è ciò che ci interessa: che le popolazioni degli Stati di tutto il mondo comprendano la nostra storia, così da poter poi fare pressioni forti ai propri governi. La solidarietà internazionale si è fermata a Kobane, con quella che loro pensano essere stata la sconfitta di Daesh. Invece deve riprendere e con ancora più forza, sotto ogni punto di vista.

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