Il carcere in Italia ha sostituito il welfare? | intervista a Camilla Siliotti e Rita Vitale (A Buon Diritto)

ddl sicurezza
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

A Buon Diritto è un’associazione Onlus che dal 2001 porta assistenza qualificata a coloro che sono privati della libertà, a chi cerca di integrarsi in Italia, a chi è vittima di discriminazioni o di episodi di razzismo, a chi ha subito abusi o torture. Camilla Siliotti ne è Responsabile della Comunicazione; Rita Vitale ne è Responsabile per l’area Immigrazione e asilo. 

Al 30 novembre, i detenuti hanno raggiunto il numero di 62.464, il +3,8% in più rispetto allo scorso anno. Quali sono le cause principali di questo aumento e quali sono i volti (ovvero le categorie sociali) che vanno più spesso a riempire le celle?

Rita Vitale. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, l’innalzamento delle pene, una tendenza che si registra da anni, ha comportato, oltre all’invecchiamento della popolazione detenuta, anche una crescita delle presenze in carcere. Anche gli ingressi sono in aumento, per il sempre maggiore utilizzo della detenzione anche in fase cautelare e la combinazione di questi due fenomeni sta facendo salire rapidamente i numeri della detenzione nel nostro paese.

Tra i reati per cui oggi le persone sono in carcere ci sono al primo posto i reati contro il patrimonio (34.126 persone al 2023), seguiti dai reati contro la persona (26.211 persone al 2023) e dai reati per la legge sulle droghe (20.566 persone al 2023). 

Questo ci aiuta a capire chi è la maggioranza delle persone che si trovano attualmente nelle nostre carceri: in moltissimi casi si tratta di persone povere e marginalizzate, che compiono reati in larga parte connessi a contesti sociali caratterizzati da disuguaglianze sociali ed economiche, abbandono da parte delle istituzioni e mancanza di opportunità. Tantissime le persone straniere, che costituiscono il 32% delle presenze e che si trovano in carcere soprattutto per reati contro il patrimonio, spesso di lieve entità e spia di povertà ed esclusione sociale, che peraltro hanno più difficoltà di accesso alle misure alternative alla detenzione.

La composizione carceraria comprende molte persone con scolarizzazione limitata o con lunghi trascorsi di disoccupazione lavorativa, ma anche persone con questioni di salute mentale e persone con problemi di dipendenza. In generale chi entra in carcere, anche per scontare pene molto brevi o prima di una condanna definitiva, ha spesso uno scarso accesso alla difesa e poche possibilità di usufruire di misure alternative. Si tratta in molti casi di persone straniere con un’espulsione, persone senza documenti, senza casa e senza residenza, senza famiglia e senza rete sociale. 

Il carcere, in questo senso, è anche una questione di classe e non fa altro che aggravare la condizione di marginalità e di esclusione sociale. Una volta scontata la pena, infatti, la persona ex detenuta ha forti difficoltà ad avere opportunità di inserimento nella società e questo aumenta il rischio di rientrare nel circuito criminale o anzi di non riuscire ad uscirne. Il tasso di recidiva, cioè di commissione dello stesso reato da parte di chi è già stato in carcere, calcolato in uno studio del 2007 su un campione di alcune migliaia di persone, è altissimo: circa il 68% dei detenuti che scontano tutta la pena in carcere compie di nuovo un reato. Se una persona invece sconta la pena o parte della pena in misura alternativa ha una recidiva del 20%. 

Questo dimostra che il sistema carcerario come è concepito e strutturato attualmente non funziona. Il carcere è un ambiente criminogeno, afflittivo, che non si prende cura delle persone, ma le stigmatizza e non attua la funzione rieducativa che la pena dovrebbe avere nel nostro ordinamento. Continuare ad aumentare le pene e creare nuovi reati non farà altro che peggiorare una situazione già gravissima.

Se una delle parole più invocate dal governo italiano è “sicurezza”, l’aumento delle pene e il numero di reati ci mostra chiaramente che uno degli strumenti più adottati è la giustizia penale (e quindi anche il carcere). Cosa rappresentano gli istituti di pena per il governo?

Camilla Siliotti. C’è stato negli anni un uso sempre maggiore del concetto di sicurezza, intesa esclusivamente come sicurezza penale. E questo non è appannaggio unico della destra, ma anche con governi di centrosinistra abbiamo visto approvare misure che nel nome della “sicurezza” hanno introdotto strette repressive e securitarie, costruendo anche a livello culturale una narrazione di tipo giustizialista. Tale narrazione, alimentata dal linguaggio dei media, mira a creare un clima di paura e di ricerca del nemico, proponendo come soluzione semplice a questioni complesse e multifattoriali l’uso dello strumento penale. 

In questa narrazione securitaria si inserisce perfettamente – amplificandola – l’attuale governo Meloni, che appena insediatosi ha approvato il cosiddetto decreto-rave istituendo nuovi reati e inasprendo pene per chi organizza raduni considerati “illegali”. Si è arrivati poi al decreto Caivano, che ha inasprito le misure per i minori che commettono reati, aumentando l’utilizzo della detenzione e snaturando in questo modo il sistema penale minorile, che era considerato uno dei più all’avanguardia d’Europa per la centralità dell’approccio educativo. Ciò ha portato a un rapido aumento delle presenze anche negli istituti penali minorili: nel 2024 sono circa 570 i e le minorenni recluse nelle strutture detentive rispetto ai 496 di dicembre 2023 e ai 381 di dicembre 2022. 

Come abbiamo ribadito in un appello lanciato alcuni mesi fa insieme a diverse associazioni e persone che si occupano di carcere e di minori per chiedere la chiusura dell’istituto penale minorile di Roma, le celle dovrebbero essere una misura residuale, a maggior ragione per i minorenni. Il governo Meloni ha invece incentivato, attraverso il Decreto Caivano, il ricorso alla carcerazione dei minorenni, escludendo alcuni reati dalla messa alla prova, senza nessun investimento sulla prevenzione e sul rafforzamento dei percorsi alternativi al carcere. 

Da Caivano si è arrivati poi al ddl cosiddetto sicurezza, che prevede 27 tra nuovi reati e inasprimenti di pena. A ogni fatto di cronaca grave e a ogni questione sociale complessa il governo Meloni risponde inasprendo pene, creando nuovi reati e chiedendo più carcere, nonostante le carceri nel nostro paese stiano scoppiando e la situazione per le persone detenute sia drammatica. Si risponde quindi con lo strumento penale a questioni che andrebbero invece affrontate con misure di welfare, educative, abitative, con politiche del lavoro e di genere, con finanziamenti e non con tagli al settore pubblico, con misure di prevenzione e di educazione.

Proprio contro il ddl sicurezza si è mobilitata una coalizione di forze e reti sociali di cui anche A Buon Diritto fa parte. Quali sono le principali novità previste dal nuovo testo normativo e quali i loro effetti?

Camilla Siliotti. Il ddl prevede la creazione di nuovi reati e l’inasprimento di pene già esistenti in una deriva autoritaria e securitaria che ci preoccupa sotto tantissimi aspetti. Tra le misure, vengono previste maggiori tutele per le forze di polizia, come risulta dalla modifica degli articoli riguardanti la violenza e la resistenza contro i pubblici ufficiali, con un aumento di pena nei casi di violenza o resistenza commessa nei confronti di un agente di polizia. Viene anche introdotta un’aggravante per lesioni agli agenti.

Sempre in nome della “sicurezza” si introducono misure volte a punire chi esprime il dissenso e chi protesta, come nel caso del reato di blocco stradale effettuato “con il proprio corpo”, che trasforma una sanzione amministrativa in un illecito penale e che si rivolge chiaramente alle attiviste e agli attivisti climatici, ma non solo. 

Un altro provvedimento estremamente grave è quello che riguarda l’introduzione della denuncia per rivolta in carcere e nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), applicabile nel caso di protesta anche non violenta come la resistenza passiva, che spesso è per le persone detenute l’unica forma per rivendicare i propri diritti contro le condizioni insostenibili a cui sono sottoposte e in cui si trovano private della libertà. Ancora, c’è il reato di occupazione abusiva di immobili, che punisce le persone in difficoltà abitativa e chi “coopera” con loro, quindi le reti solidali e i movimenti per il diritto all’abitare. 

Vengono inoltre previste norme con chiari intenti discriminatori, come quella che prevede la possibilità di non sospendere la carcerazione per le donne in stato di gravidanza, chiaramente finalizzata a colpire le donne rom, e norme dagli intenti esclusivamente afflittivi, come quello sull’impossibilità di vendere schede sim e registrare contatti telefonici alle persone che non dispongono di un permesso di soggiorno, privando così chi è in Italia dell’unico strumento a disposizione per rimanere in contatto con la propria rete di affetti, con gli avvocati, con il resto della società. 

Il ddl è quindi anche un ulteriore tassello nella criminalizzazione della libertà di movimento, come lo sono il decreto Piantedosi vergognosamente rinominato “Cutro”, l’ultimo decreto flussi, il protocollo Italia-Albania, il nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo. Tutti questi provvedimenti vanno nella direzione di una costante criminalizzazione delle persone in movimento, e il ddl sicurezza non è da meno. Il ddl punta ad affrontare con lo strumento penale questioni sociali che andrebbero invece affrontate mettendo in campo misure di welfare, educative e politiche sociali e del lavoro.

Invece di intercettare i bisogni delle persone e della società, punisce chi rivendica diritti sociali e ambientali senza garantire però una reale sicurezza sociale. La vera sicurezza infatti è avere un tetto sopra la testa, un reddito garantito, la possibilità di girare per le strade non sentendosi in pericolo e non venendo discriminate e discriminati, sicurezza è potersi spostare liberamente senza dover morire in mare ma anche potersi curare nel settore pubblico senza dover aspettare anni, non dover morire sul lavoro e non doversi ammalare nelle città e nei territori in cui si è nati perché inquinati. 

Il ddl in realtà nulla a che fare con la sicurezza e genera piuttosto paura. È un attacco ai principi di uguaglianza previsti dalla nostra Costituzione e per questo va abrogato, come abbiamo ribadito anche in tantissime e tantissimi il 14 dicembre in una grande manifestazione a Roma, in cui ci siamo ritrovate insieme e unite associazioni, movimenti, giuristi, attivisti e attiviste, persone. Continueremo a scendere in piazza in una tre giorni di lotta contro il ddl sicurezza il 10, 11 e 12 gennaio, così come il giorno in cui entrerà in aula per la definitiva approvazione, perché questo disegno non deve passare.

L’art. 27 Cost. prevede che le “pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Ma dal sovraffollamento passando per l’abuso di psicofarmaci fino al numero (record) di suicidi, le carceri sembrano al collasso. Come si sta muovendo la maggioranza di fronte alle esigenze dei detenuti e quali soluzioni potrebbe e dovrebbe adottare?

Rita Vitale. Evidentemente non si sta muovendo, non nella direzione verso cui dovremmo andare per provare a risolvere questa situazione gravissima. 

Qualche mese fa è stato approvato un decreto legge, impropriamente definito da vari esponenti del governo “svuota carceri”, che in realtà non ha minimamente inciso sul sovraffollamento degli istituti e quindi non ha in alcun modo contribuito a migliorare le condizioni di vita delle persone detenute. 

Ciò che sarebbe realmente risolutivo nell’immediato è un atto clemenza per le carceri, un provvedimento di amnistia e indulto, come chiesto in un appello lanciato nel mese di ottobre da diverse personalità che si occupano di carcere e che in carcere entrano, tra cui le e i garanti per le persone private della libertà personale. Questa misura riguarderebbe persone che devono scontare reati e residui pena fino a due anni, che si è stimato siano intorno alle 16.000 persone. 

Occorrerebbe poi estendere e ampliare le misure alternative al carcere: la detenzione domiciliare, l’affidamento in prova ai servizi sociali, la semilibertà, la messa alla prova. E ancora, occorrerebbe una depenalizzazione dei reati minori, e bisognerebbe destinare misure e risorse alla prevenzione. Si potrebbe estendere ancora di più il ragionamento fino a comprendere la chiusura degli istituti di pena minorili.

A livello più ampio e di lungo periodo, occorre invece portare avanti su vari livelli un lavoro culturale e una profonda riflessione collettiva sull’istituzione carcere e sulle sue alternative. Nelle scuole, negli spazi, sui territori, e nel dibattito pubblico. Il carcere e la detenzione ci pongono il tema del rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona che commette un reato. Anche chi commette un reato continua a far parte della società, la domanda è come vogliamo affrontare tutto questo come collettività.

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