Negli ultimi anni, il litio è diventato uno dei minerali strategici per il suo ruolo cruciale nella transizione energetica, che ambisce a eradicare l’utilizzo di combustibili fossili. La maggior parte delle riserve mondiali si trovano tra Argentina, Bolivia e Cile, un’area denominata il triangolo del litio.
Per la sua centralità nella transizione ecologica, questo minerale è conosciuto anche come oro bianco. È il primo dei minerali alcalini, caratterizzato da morbidezza, leggerezza e reattività ed è un materiale che meglio accumula energia rispetto ad altri elementi chimici spesso impiegati, come il piombo o il nichel. Per questo è perfetto per la produzione di batterie.
Il litio fu scoperto nel 1817, ma solamente all’inizio del XX secolo si riuscì a isolarlo dagli altri elementi – come cloro, potassio, magnesio – con i quali si trova in natura. La principale complessità di questo minerale è la volatilità, ovvero il suo cambiamento di “forma” a contatto con altri elementi, come l’ossigeno o l’acqua.
Le applicazioni del litio
Nonostante attualmente il litio venga subito associato alla produzione di batterie e alla transizione energetica, ha anche altri utilizzi: è usato per la cura di disturbi mentali (bipolarismo e depressione) e in ambito nucleare. Se aggiunto ai composti che formano le bombe nucleari le rende più “efficaci”. Inoltre, è un elemento importante nella fusione nucleare, ovvero nella generazione di energia tramite l’unione di due nuclei atomici. Anche se attualmente questo procedimento non è realizzabile su grande scala, il litio ha una potenziale rilevanza in futuro in questo ambito.
Gli sviluppi più significativi nell’utilizzo del litio per la produzione di batterie avvennero negli anni Settanta, in coincidenza con la guerra dello Yom Kippur. Nel 1973, i Paesi dell’Opec (Arabia Saudita, Iraq e Kuwait) bloccarono l’esportazione di petrolio agli alleati di Israele, generando un incremento dei prezzi e rendendo evidente l’estrema dipendenza dell’Occidente dal greggio e dai Paesi arabi esportatori.
In questo contesto, si intensificarono le ricerche di fonti energetiche alternative e fu Stan Whittingham a realizzare la prima batteria ricaricabile al litio. Un ruolo altrettanto decisivo lo ebbe John B. Goodenough che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, migliorò significativamente questa tecnologia, introducendo l’ossido di litio e cobalto come materiale catodico. Ciò rese le batterie più stabili e ridusse in modo sostanziale il rischio di esplosione. Successivamente, Akira Yoshino perfezionò ulteriormente l’invenzione, contribuendo allo sviluppo delle moderne batterie agli ioni di litio. Questa scoperta valse il Nobel ai tre ricercatori nel 2019.
Nonostante ciò, furono necessari diversi anni perché queste batterie raggiungessero l’utilizzo commerciale e fu Sony la prima a produrre una handycam (telecamera amatoriale), impiegando i piani sviluppati dai tre chimici e aggiungendo i propri aggiustamenti.
Estrazione del litio e impatto ambientale
Esistono due metodologie per l’estrazione del litio. La prima opera tramite l’evaporazione della salamoia, una soluzione acquosa ad alta concentrazione di sali disciolti, presente in bacini chiusi o sotterranei e dalla quale possono essere estratti minerali per poi isolare il litio (come nel Salar de Atacama in Cile). La seconda invece avviene attraverso estrazione e frantumazione della roccia contenente litio in forma combinata con altri minerali (spodumene), come accade principalmente in Australia.
Inoltre, si stanno realizzando importanti sviluppi nell’estrazione diretta del litio (Edl): questa tecnologia estrae selettivamente il minerale dalle salamoie, re-iniettando il fluido nel sottosuolo per ridurre l’impatto ambientale. Proposta su scala industriale in Germania, Argentina e nell’area del Salton Sea negli Stati Uniti, questa tecnica però non è ancora stata pienamente testata su larga scala, salvo applicazioni parziali come il progetto Fénix nel Salar de Hombre Muerto in Argentina.
Come ogni processo di sfruttamento delle risorse naturali, anche questo comporta delle conseguenze ambientali. L’estrazione del litio tramite spodumene causa la degradazione del suolo, dovuta all’attività mineraria di per sé, ma anche alla contaminazione chimica del terreno e dell’acqua, come conseguenza del rilascio di particelle di minerali ed emissione di gas serra durante l’estrazione.
L’evaporazione della salamoia, invece, comporta un elevato consumo di risorse idriche cruciali per la sopravvivenza dell’ecosistema. Ad esempio, nel Salar de Atacama, uno dei luoghi più aridi della terra, si perdono più di 50 milioni di metri cubi di acqua nei processi di evaporazione. Nel progetto di Olaroz (Argentina) il solo consumo di acqua dolce, impiegata per realizzare il processo di isolazione del litio dagli altri minerali, equivale a quello di 4.545 abitazioni del dipartimento di Susques. Mentre l’acqua presente nella salamoia estratta corrisponde al consumo di oltre 52.000 abitazioni. Tutto ciò evidenzia la forte pressione sulle risorse idriche locali.
Inoltre, il consumo a velocità estremamente maggiore, rispetto a come accadrebbe in natura, di questi depositi di acqua contenenti il litio, non si sa ancora esattamente che impatto avrà su un ecosistema che non riesce a rimpiazzarli alla velocità con cui vengono consumati.
Le tecnologie di Edl con re-iniezione della salamoia ambiscono a ridurre il consumo netto d’acqua, risultando più efficienti rispetto ai metodi evaporitici tradizionali. La valutazione ambientale ha evidenziato che il principale limite di questi processi è l’elevato consumo energetico, che contribuisce alle emissioni dirette di gas serra. Tuttavia, l’uso di pannelli solari come fonte energetica potrebbe ridurre significativamente queste emissioni.
Impatto sulle popolazioni indigene
La crescente attività mineraria ha avuto effetti rilevanti anche sulle comunità indigene. Queste denunciano che l’utilizzo intensivo delle risorse idriche per l’estrazione del litio mette a rischio il loro uso tradizionale della terra e delle risorse naturali del territorio.
Tuttavia, le posizioni all’interno delle comunità non sono sempre univoche: le aziende minerarie promettono infatti significativi benefici economici in cambio dei progetti estrattivi, ma spesso le compensazioni vengono riviste o non compensano effettivamente le esternalità negative generate. Questo crea tensioni e divisioni interne tra coloro che hanno posizioni orientate a preservare le risorse naturali e le forme di vita tradizionali e coloro che vogliono accedere a maggiori risorse economiche.
L’approccio che dovrebbe essere adottato in tali contesti – e che, secondo gli organismi rappresentativi delle comunità indigene, non è sempre rispettato – è la garanzia del Consenso libero, previo e informato (Fpic). Questo diritto è tutelato dalla Convenzione sui diritti dei popoli indigeni emanata dall’Organizzazione internazionale del lavoro nel 1989 e dalla Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite del 2007.
Oltre alla consultazione, si pone anche il problema della titolarità delle terre, poiché spesso queste non appartengono alle comunità indigene attraverso il modello classico della proprietà privata, ma sono possedute in forma comunitaria. Ciò, non essendoci dei documenti di proprietà privata formali, consente alle imprese di ottenerne facilmente lo sfruttamento in modo legale, costringendo, di fatto, le popolazioni locali ad abbandonarle.
Un chiaro esempio dei conflitti sociali legati all’estrazione mineraria è avvenuto nel 2019 in Cile, quando il Consejo de pueblos atacameños ha denunciato e fatto rielaborare il piano di estrazione all’azienda Sociedad química y minera de Chile (Sqm), riducendo di metà l’estrazione di salamoia per le gravi conseguenze ambientali. Nel caso cileno, esiste un precedente storico, in quanto anche con l’estrazione del rame ci furono tensioni con le comunità indigene.
Il triangolo del litio
Le maggiori riserve al mondo si trovano nel triangolo del litio – Argentina, Bolivia e Cile – destinato a essere sempre più rilevante nella geopolitica mondiale. Secondo il Mineral commodity summaries 2026 pubblicato dalla U.S. geological survey, i Paesi componenti il triangolo detengono le maggiori risorse al mondo (Argentina, 28 milioni di tonnellate; Bolivia, 23 e Cile, 13). L’ultima versione del report rivede significativamente le risorse dell’Argentina, che precedentemente si stimava eguagliassero quelle della Bolivia o addirittura fossero al di sotto.
Nonostante le ingenti risorse detenute dai tre Paesi, la produzione è molto diseguale. Si stima che nel 2025 il Cile abbia prodotto 56.000 tonnellate e l’Argentina 23.000. Per quanto riguarda la produzione boliviana invece, non è significativa e non ci sono dati ufficiali.
In Cile, la normativa che disciplina lo sfruttamento del litio risale al 1979. Tale legge definisce il litio come minerale di interesse nucleare e strategico per lo Stato, stabilendo che non può essere oggetto di concessioni minerarie ordinarie.
Il caso boliviano presenta analogie sul piano legislativo: anche in Bolivia le riserve di litio appartengono allo Stato. Tuttavia, questa impostazione non è stata accompagnata da un adeguato sviluppo industriale nazionale, capace di creare le infrastrutture necessarie all’estrazione, lasciando il Paese in una posizione marginale sul mercato globale, nonostante disponga delle seconde risorse mondiali.
In Argentina, al contrario, lo sfruttamento e l’estrazione delle risorse minerarie sono regolati in modo decentralizzato, consentendo a ciascuna provincia di decidere autonomamente in materia. Pur in presenza di questo quadro normativo frammentato, le tre principali province produttrici – Catamarca, Salta e Jujuy – hanno sottoscritto nel 2021 il Tratado Interprovincial, che ha dato vita a una regione mineraria con coordinamento politico e incentivi per lo sfruttamento delle risorse.
A livello federale, invece, assume particolare rilevanza il Régimen de incentivos para grandes inversiones (Rigi), che prevede benefici per investimenti strategici di lungo periodo, inclusi quelli nel settore del litio. Dunque, l’Argentina, tra i tre Paesi del cosiddetto triangolo del litio, è quello che ha imposto minori vincoli allo sfruttamento dell’oro bianco.
Investimenti stranieri per miliardi di dollari
In Argentina, i principali investimenti esteri nel settore del litio sono guidati da aziende come la britannica Rio tinto, i cui maggiori azionisti includono Aluminium corporation of China e BlackRock. La multinazionale ha tre progetti nelle province argentine di Salta e Catamarca per un totale stimato di circa 3,9 miliardi di dollari statunitensi, oltre a due progetti in Cile con investimenti pari a circa 1,4 miliardi di dollari statunitensi.
A questi si aggiungono, in Argentina, gli investimenti delle cinesi Ganfeng lithium per circa 2,4 miliardi di dollari statunitensi, e Tibet summit resources, per circa 2,3 miliardi di dollari statunitensi.
Gli Stati Uniti e l’Australia partecipano al mercato argentino attraverso la fusione di Livent e Orocobre, che hanno dato vita ad Acadium lithium, mentre Giappone e Francia hanno realizzato investimenti strategici tramite Toyota ed Eramet. Il panorama degli investimenti argentini è ulteriormente diversificato grazie alla partecipazione di aziende statali come Jujuy energía y minería sociedad del estado (Jemse) e Catamarca minera y energética sociedad del estado (Camyen), nonché di società private nazionali che collaborano con capitali esteri, tra cui Lition energy S.A., Integra resources e Pluspetrol.
La strategia di investimenti internazionali dell’Argentina è stata poi rafforzata ulteriormente da accordi firmati con Stati Uniti (2024), Emirati Arabi Uniti (2025) e Francia (2025).
In Bolivia, gli investimenti stranieri sono pochi a causa della strategia governativa che ha limitato l’entrata di capitali esteri nei settori considerati strategici. Nel 2024, è stato firmato un accordo con il consorzio cinese Cbc (comprendente Catl, Brunp e Cmoc) per costruire due impianti di estrazione diretta del litio. Mentre nel 2025 è stato siglato un contratto con la russa Uranium one group per l’estrazione a Uyuni.
In Cile, dal 1980, sono stati sottoscritti solo due contratti pubblico-privati per lo sfruttamento del litio, rispettivamente con la cilena Sqm e con l’americana Albemarle. Solo nel 2025, Rio tinto ha siglato un accordo con la Corporación nacional del cobre de Chile (Codelco) per partecipare al progetto di Maricunga, ottenendo una quota del 49,99%.
La Cina al centro della catena di valore globale del litio
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) i principali Paesi estrattori di litio nel 2025 sono stati: Cina (28%), Australia (26%) e Cile (12%). Per quanto riguarda il raffinamento chimico invece, la Cina rimane l’attore più rilevante con la lavorazione del 62% della materia prima, seguita da Cile (13%) e Argentina (11%). La Cina si conferma come leader indiscussa anche nel raffinamento a partire da roccia, realizzandone il 95%.
Il controllo strategico nella catena di valore di produzione del litio è cruciale: considerando l’incremento della domanda che il minerale sta sperimentando negli ultimi anni, la sua richiesta dovrebbe crescere dalle attuali 205.000 tonnellate a 700.000 nel 2035.
Ma la Cina non controlla solamente produzione e raffinazione. Dalle aziende di Pechino arrivano anche l’80% della produzione di batterie e l’80% dei materiali che compongono queste stesse batterie. L’azienda cinese Contemporary amperex technology Co limited (Catl) vende le sue batterie alla maggior parte di fabbricanti di automobili del mondo (come Gm, Vw, Bmw e Tesla) e ottiene la maggioranza dei materiali per costruire le sue batterie da un’altra azienda cinese, la Ronbay technology.
Nel suo libro Material World, Ed Conway utilizza l’esempio della Gigafactory I di Sparks (Nevada) per spiegare il tipico accordo Oriente-Occidente, per il quale aziende europee e statunitensi producono automobili elettriche, a partire da batterie prodotte da aziende giapponesi, cinesi e coreane. Nella Gigafactory, proprietà di Tesla, i due terzi delle sue installazioni sono occupate da Panasonic, che produce le batterie che portano i veicoli del magnate Musk. A sua volta, Panasonic ottiene i materiali per assemblare le batterie dalla giapponese Sumitomo metal mining.
Cile, Argentina e Bolivia: prospettive future
L’attuale strategia dei governi di José Antonio Kast (Cile), Rodrigo Paz (Bolivia) e Javier Milei (Argentina), seppur con differenze significative, sembra orientarsi verso una maggiore liberalizzazione delle risorse, favorendo l’ingresso di capitali stranieri con minori barriere rispetto al passato.
Il neo insediato presidente boliviano Rodrigo Paz, pur dichiarando di non voler privatizzare integralmente l’estrazione del litio, ha sottolineato la necessità di attrarre investimenti esteri per sviluppare un’industria nazionale ancora arretrata.
In Cile, José Antonio Kast ha più volte evidenziato l’esigenza di aprire maggiormente il settore al mercato e di “allentare” le misure di protezione sul litio, il cui sfruttamento, per legge, attualmente non può essere concesso a entità private, se non approvato con un decreto supremo.
In Argentina, dove il presidente di orientamento ultraliberale è in carica da più tempo rispetto agli altri due (Kast si insedierà l’11 marzo) e dove le decisioni strategiche sul litio sono più decentralizzate, Milei ha adottato un approccio volto a ridurre sia le tutele ambientali sia la tassazione sui profitti derivanti da questa attività.
Nonostante i tre Paesi detengano le maggiori riserve globali, la mancata attuazione di una politica che permetta di controllare il processo di trasformazione, creando valore aggiunto, limita il loro potere strategico nel contesto mondiale della transizione energetica. Emblematico è il crollo dei prezzi avvenuto tra il 2023 e il 2025, a causa di un eccessivo incremento della produzione, che ha saturato il mercato. La conseguenza è stata una riduzione importante dei profitti per i tre Paesi.
L’adozione di una strategia fortemente orientata alla liberalizzazione dell’estrazione, senza investimenti sul piano della trasformazione, rischia quindi di vincolare i Paesi del triangolo del litio a un mercato altamente volatile. Nonché di perpetuare la loro dipendenza dalla Cina per la fornitura di batterie necessarie alla transizione energetica, subendo al contempo gli effetti sociali e ambientali derivanti dall’estrazione.
Bolivia, Argentina e Cile non riescono quindi a sfruttare in modo più strategico possibile il vantaggio comparato derivante dal possesso di questa risorsa.
Fonti
Comisión Económica para América Latina y el Caribe. 2023. Extracción e industrialización del litio: oportunidades y desafíos para América Latina y el Caribe.
Climate and Community Project. 2023. Efectos de la extracción de litio.
Conway Ed. 2023. Material world: The six raw materials that shape modern civilization. WH Allen.
El orden mundial. “El litio, el recurso del futuro”. 2024.
Gobierno de la Provincia de Salta, Gobierno de la Provincia de Jujuy & Gobierno de la Provincia de Catamarca. 2021. Tratado Interprovincial de Creación de la Región Minera del Litio (Decreto numero 905). Boletín Oficial de la Provincia de Salta.
International Energy Agency. 2025. Global Critical Minerals Outlook 2025.
Mousavinezhad Seyedkamal, Nili Sheida, Fahimi Ario, Vahidi Ehsan. 2024. “Environmental impact assessment of direct lithium extraction from brine resources: Global warming potential, land use, water consumption, and charting sustainable scenarios”. Resources, Conservation and Recycling. 205.
United Nations. 2008. United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples.


