La svolta militare giapponese e il nuovo interventismo di Tokyo

Circa due mesi fa il Giappone ha varato un’importante riforma dell’esercito, provvedimento di cui cause e conseguenze vanno via via diventando più chiare. Le forze armate del paese sono ora in grado di intervenire al di fuori del territorio nazionale, cosa che non avveniva fin dalla resa del Giappone imperiale agli Alleati che terminò la II Guerra Mondiale.

La costituzione post-bellica del Giappone vieta infatti, all’Articolo 9, l’uso della guerra come strumento di risoluzione delle controversie e la ricostituzione di un’esercito regolare, ma come vedremo questo assoluto è già stato in parte eroso dagli anni ’90 in poi. L’orrore della guerra e le notizie delle atrocità perpetrate dal proprio esercito ai danni dei cinesi hanno comunque segnato profondamente il Paese, che da allora ha un atteggiamento estremamente pacifista, molto caro alla sua popolazione.

L’esercito giapponese fu poi ricostituito nel 1954, privo di vere capacità belliche ma organizzato come una forza di autodifesa del territorio nazionale e per la protezione interna dei civili in situazioni di pericolo o di disastro naturale. L’ultima grande prova che ha dovuto affrontare è stato il disastro del marzo 2011 causato da terremoto, maremoto e conseguente fuga nucleare a Fukushima, crisi in cui i militari nipponici hanno dimostrato grandi capacità operative.

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Il Giappone abbandona con questa riforma la politica ultra-pacifista che ha caratterizzato, un po’ per volontà e un po’ per obbligo, gli ultimi 70 anni della sua storia. La costituzione Giapponese non è stata modificata, l’esercito nipponico rimane una forza di autodifesa, a cambiare è stata l’interpretazione di questo principio.

La legge approvata il 29 Marzo scorso adotta ufficialmente un’interpretazione estensiva del concetto di autodifesa, non più limitato alla protezione del territorio nazionale ma ora comprendente anche la cosiddetta “autodifesa collettiva”. In questo quadro i militari nipponici potranno intervenire all’estero in appoggio ai Paesi alleati e in difesa dei civili giapponesi in situazioni di pericolo nei paesi stranieri.

Non sarebbe comunque la prima volta nel dopoguerra in cui militari giapponesi parteciperanno a missioni all’estero, cosa già avvenuta alcune volte all’interno delle missioni ONU e nel 2003 in appoggio agli Stati Uniti in Iraq. Dopo questa riforma situazioni del genere rappresentano la nuova normalità della politica estera giapponese, non episodi di straordinaria amministrazione o eccezioni.

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Si può gistamente notare che questa è solo una formalizzazione di quanto già avvenuto in via straordinaria, come abbiamo detto in precedenza. Il Giappone infatti per quanto pacifista mantiene da tempo un esercito di 250.000 effettivi ben addestrati  con dotazioni estremamente avanzate, tanto che la nuova legge sarà seguita da un aumento della spesa militare solo del 2,2%, destinati sopratutto all’acquisto di aerei caccia F-35.

Abe ed il suo governo hanno rassicurato che questa riforma non implica in alcun modo una rinuncia da parte del Giappone ai suoi ideali pacifisti. Hanno già fatto sapere che per nessun motivo il paese sarà coinvolto in missioni come quelle in corso in Iraq e Afghanistan, rimarcando la permanenza dell’impostazione difensiva dell’esercito giapponese.

Molti hanno osteggiato questa riforma fortemente voluta dal conservatore Shinzo Abe. “Un esercito che in settant’anni non fa nessuna vittima dovrebbe essere un tesoro, un patrimonio da proteggere”, ha detto la parlamentare socialdemocratica Mizuho Fukushima, e così sembrano pensarla le migliaia di cittadini scesi in piazza per manifestare contro la nuova legge.

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Il Giappone aspira ad essere un attore principale nella zona dell’Asia affacciata sul Pacifico, zona i cui paesi sono sempre più legati da trattati strategici e che vede un crescente interesse degli Stati Uniti, paese alleato dei nipponici. Il governo conservatore sostiene come questa riforma sia “necessaria alla difesa della pace” per il Paese, viste le tensioni geopolitiche cresciute negli ultimi anni .

A detta di Shinzo Abe questa riforma serve soprattutto a permette al giappone di intervenire al fianco degli alleati americani, rafforzando l’intesa tra le due potenze grazie al superamento dell’ormai ex rapporto militare a senso unico, dove solo gli Stati Uniti potevano intervenire in aiuto di Tokyo.

La stretta alleanza tra Washington e Tokyo serve ad entrambi i paesi a bilanciare gli effetti dei grandi cambiamenti in atto nel quadrante geopolitico dell’Asia Pacifica:

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Innanzitutto i due alleati sono preoccupati dall’atteggiamento della Corea del Nord,
che con gli ultimi test nucleari ha messo in allarme tutti i Paesi vicini, oltre che gli Stati Uniti, che possiedono navi e basi nella zona. Poter contare sul spporto reciproco permette ai due Paesi di rappresentare un deterrente più efficace cntro possibili politiche aggressive di  Kim Jong-Un.

Il supporto giapponese è poi necessario agli USA per portare avanti la loro politica di contenimento dell’espansione dell’influenza di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, nel quale si sta combattendo una vera e proprie guerra fredda per il controllo dei traffici marittimi. La Cina ha inoltre annunciato un nuovo significativo aumento delle proprie spese militari, dato che da solo desta preoccupazione in giappone come in tutti gli altri paesi della zona.

L’espansionismo cinese nelle acque del Pacifico riguarda direttamente Tokyo: Pechino ha infatti incluso nelle sue rivendicazioni le isole Senkaku, un arcipelago cinese conqistato dai giapponesi durante la II Guerra Mondiale ma mai rivendicato da Pechino se non negli ultimi anni. Poter giocare un ruolo contrario alle politiche espansioniste cinesi potrebbe avvicinare il giappone ai paesi dell’ASEAN, l’alleanza strategica dei paesi del sud est asiatico, in particolare a quelli che si contendono gli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale con Pechino, come Vietnam e Filippine.

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Per contrastare queste minacce all’equilibrio dell’Estremo Oriente i giapponesi e gli americani vogliono contare gli uni sugli altri, e questo nuovo atteggiamento di Tokyo rispetto all’intervento militare è uno strumento per avvicinare ulteriormente i due paesi dal punto di vista strategico. Citando ancora una volta Abe, se il Giappone desidererà essere aiutato dai suoi alleati dovrà prima necessariamente mettersi in condizioni di intervenire a sua volta a loro sostegno.

Esercitare la cosiddetta “autodifesa collettiva” con gli altri paesi della regione permetterà a Tokyo di giocare un ruolo centrale nel bilanciamento di potere nella regione, che al crescere dell’intraprendenza geopolitica cinese sta assistendo ad un compattamento del blocco dei suoi oppositori. Visti i cattivi raporti tra Tokyo e Pechino, rimanere esterno al conflitto porterebbe il Giappone alla marginalità nelle strategie locali, cosa che il governo conservatore sembra determinato a non far accadere.

Approfondimenti

Mairion e Susie Harries – Soldiers of the Sun: The Rise and Fall of the Imperial Japanese Army

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