Shimon Peres, uno stratega che voleva la pace?

Il 28 Settembre si è spento l’ultimo dei padri fondatori di Israele, Shimon Peres. La sua carriera politica si è sviluppata parallelamente alla nascita e alla crescita dello stato Israeliano. L’esercito, il partito, gli incarichi ministeriali e finalmente la guida della nazione sono i traguardi raggiunti da una personalità che nel corso dei decenni ha creato  Israele e ha trasformato se stesso di fronte al corso della storia. Il premio Nobel per la pace, guadagnato grazie agli accordi di Oslo con la Palestina è stato il punto più alto della sua carriera. Ora davanti alla scomparsa di Peres, tra elogi e critiche, è impossibile dimenticare quanto la sua carriera politica rifletta cosa è stato e cosa sia oggi Israele.

La reazione dei media nel mondo è mista: Jerusalem Post afferma “La storia dello stato d’Israele è la storia di Shimon Peres“. Il Washington Post parla di una complessa eredità lasciata da Peres al Paese;  molti israeliani, scontenti dei risultati raggiunti a Oslo, hanno voltato le spalle al progetto del premio Nobel per la pace. La stampa occidentale, tra analisi ed eccessivi elogi, finisce per dipingere un rapporto di simbiosi tra l’evoluzione di Israele e la sua carriera. Dall’altro lato, la stampa e i social network nel mondo arabo, appaiono molto meno inclini a concedere elogi davanti la salma dell’anziano leader. Al-Jazeera sottolinea come sotto diversi incarichi abbia gestito guerre contro gli arabi. Se seguiamo invece il flusso di reazioni sui social network degli utenti di origine araba, notiamo che l’ashtag #ShimonPeresDeath, dopo poche ore dalla morte, ha raggiunto molte decine di migliaia di condivisioni. Il nome Peres è accostato a “criminale di guerra, e molti pensieri vanno alle vittime delle guerre tra Israele e Paesi arabi.

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Due sono gli aggettivi che possono riassumere l’atteggiamento di Peres: falco e colomba. Nessuno dei due può riassumere interamente il suo operato.

E’ stato un pragmatico, deciso difensore del suo paese, a favore di uno sviluppo intensivo di sistemi di difesa, di un armamento proprio e sviluppato per difendere e mantenere in vita la forza israeliana in un quadrante apertamente ostile. Non ha esitato a ricorrere alla guerra, alla quale a differenza di molti padri fondatori non ha partecipato, ma proprio nella guerra ha visto nascere la sua carriera politica, ha stretto legami e provato la sua determinazione e dedizione.

Il primo incarico pubblico di Peres fu il servizio presso il settore militare. Acquistare armamenti efficienti era vitale per la difesa del neonato stato israeliano. Da capo della marina israeliana a direttore del ministero della difesa, Peres seppe sfruttare i successi raggiunti e costruirsi la fama di pragmatico funzionario, oltre a intrecciare sempre più stretti rapporti con l’elite che guidava la costruzione dello stato israeliano.

Peres è stato un falco ma ci sono parti oscure della sua carriera che possono essere etichettate in modo meno metaforico. Se da un lato è valido il dualismo tra azione pragmatica e azione diplomatica volta a risolvere pacificamente le controversie (periodo che coincide con la seconda metà della sua carriera), dall’altro sono innegabili azioni deliberatamente aggressive e gravissime che inficiano tutt’oggi il riconoscimento oggettivo del suo ruolo di uomo di pace.

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Il caccia a reazione nucleare Dassault Mirage III acquistato da Peres durante la sua direzione della difesa israeliana

Era il 1996 durante il conflitto tra Libano e Israele, Peres si lasciò convincere dalle pressioni degli ambienti militari a dare il via all’operazione Grapes of Wrath. In sedici giorni, l’aviazione Israeliana sganciò 35000 bombe su obbiettivi vari. Tra questi una base delle Nazioni Unite, nella quale vi si erano rifugiati circa 800 persone, che per l’apparato militare israeliano era un rifugio degli Hezbollah. Quel giorno ci furono 102 vittime e 120 feriti. Le Nazioni Unite aprirono un inchiesta in cui smentirono le posizioni dl governo che aveva precedentemente ammesso di non sapere che si trattasse di una struttura per sfollati.

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Corpi delle vittime del massacro di Qana, città libanese in cui sorgeva il campo profughi delle Nazioni Unite

 

 

Nonostante ciò Peres è ricordato come uomo di pace, perché? Possono alcuni atti cancellare dal curriculum di un leader il sangue delle vittime e far dimenticare che proprio grazie all’azione militare Peres ha attuato la sua scalata in politica? La risposta è da cercare in varie sfaccettature, nel modo in cui la sua fama di pacificatore si è costruita all’estero, e di come non sempre la società Israeliana abbia condiviso il giudizio internazionale su Peres.

Innanzitutto gli stati occidentali formulano il loro giudizio sul Peres uomo di pace  in base agli sviluppi dell’ultima parte della sua carriera. Il premio nobel del 1994, il suo ruolo da primo ministro in sostituzione di Rabin, assassinato nel 1995 e la fondazione del “Peres center for peace” nel 1997. Con il passaggio dagli anni ’90 al nuovo millennio Israele comprende inoltre che la sua esistenza non è più a rischio, si comincia a propendere per una pace con alcuni stati tradizionalmente ostili, basata soprattutto sulla cooperazione economica. La sfida passa da temi classici quali la difesa dello stato al risanamento e la riforma dell’economia, a un futuro più prospero.

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Arafat, Peres e Rabin vincitori del Nobel per la pace

All’estero Peres può volare come una colomba, rappresenta lo statista saggio e rispettato. In patria tuttavia, il suo passato da falco gli costa l’accusa di essere stato nella sua carriera poco trasparente, opportunista e soprattutto debole, date le ripetute sconfitte che ha vissuto politicamente, come quella nel 1996 contro Benjamin Nethanyahu.

L’elezione a presidente nel 2007 rappresenta il momento di riconciliazione, di ritorno sulla scena politica da grande, dopo un periodo di confusione. Sebbene la carica di presidente sia in Israele puramente celebrativa, l’elezione di Peres ha avuto un significato simbolico oltre che politico. In qualità di presidente ha costituito un contrappeso a Nethanyahu, alla destra che governa il paese, in un momento storico in cui la sinistra ha perso la sua strada. Incontri con grandi leader, trattative svolte parallelamente a quelle del governo, Peres ha affermato “Io lavoro per lo Stato, Nethanyahu non è ancora lo Stato”.

 

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Ora che gli israeliani hanno perso Peres dovranno presto capire che il rapporto con la loro storia non sarà più impersonato in leader leggendari, essendo l’ultimo dei padri fondatori Peres chiude un’era. Sono i valori, gli insegnamenti e l’eredità lasciata a una nazione l’ultimo atto politico di Peres, starà al popolo israeliano, alla politica israeliana scegliere tra essere falchi o essere colombe.

 

Fonti:

https://www.foreignaffairs.com/articles/israel/2016-09-28/israels-mirror

https://www.foreignaffairs.com/articles/israel/1987-02-01/israel-peres-era-and-its-legacy

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-37494059

http://www.ilpost.it/2016/09/28/shimon-peres-importanza/

 

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