L’Arabia infelice: cronache di una monarchia sbiadita

L’Arabia Saudita spera di essere un’araba fenice e di rinascere dalle sue ceneri, ma in questo momento vede solo terra bruciata intorno a sé, mentre i suoi obiettivi e le sue scommesse saltano. Com’è possibile che la monarchia saudita, riconosciuta da tutti nel 2010 come l’elemento più stabile all’interno del Medioriente, si ritrovi adesso in una situazione instabile e di stallo?

Per spiegare a fondo l’evolversi delle fortune di Casa Saud è necessario intanto definire quale era la situazione precedente. Nel periodo tra il 2010 e il 2015 il prezzo del Petrolio era stabile intorno ai 100$ al barile così da rendere floride le casse saudite, maggiore produttore di petrolio al mondo. L’Iran, storico nemico dell’Arabia Saudita, era ancora pressato dalle sanzioni internazionali e viveva una situazione di quasi totale esclusione all’interno della comunità internazionale, anche grazie alle tendenze estremiste dell’allora presidente Ahmadinejad. L’Iraq era nel caos ma non vi era nessun altro paese capace di potere intervenire e gli USA potevano dialogare esclusivamente con l’Arabia Saudita. L’instabilità mediorientale non ancora esplosa, il GCC, Goulf Cooperation Council, era stretto nelle mani dell’Arabia Saudita e nessun paese ambiva a spodestare la guida saudita.  Il re Abd Allāh bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd era ancora saldamente al potere e teneva le redini della famiglia evitando ogni genere di dissidio interno alle linee di comando."Prezzo del Petrolio Greggio".png

La situazione era così positiva che tutti all’interno del paese sentivano di poter essere in grado di fare qualsiasi cosa e di accettare qualsiasi sfida. L’Arabia Saudita pensando di essere imbattibile ha quindi preso in considerazione di aprire nuovi fronti, non tenendo in considerazione le difficoltà strutturali che il paese nasconde nelle sue fondamenta di petrolio e autoritarismo.

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La morte del re Abd Allāh bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd nel 2014 ha decisamente indebolito la monarchia, riaprendo vecchie questioni e togliendo proprio nel momento di maggior bisogno la saldezza del capo. Di conseguenza molte delle politiche sono state lasciate a metà, dato che non convincono a pieno l’attuale monarca Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd.

Arabia Saudita e primavere arabe

Nel 2011 le primavere arabe hanno sorpreso il Medio Oriente, prendendo in larga parte i diplomatici di Ryhad impreparati. L’impreparazione dei sauditi ha obbligato il paese a guardare mentre alcuni degli alleati migliori, come Mubarak, cadevano, spesso anche subendo il gioco di altri protagonisti della regione, come nel caso della Turchia con i Fratelli Musulmani egiziani.

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L’Arabia saudita ha dunque rincorso per molto tempo l’onda delle primavere arabe cercando di fermarne il potenziale e cercando di evitare il contagio di altri paesi. Se analizziamo sembra che la mano dei Saud arrivi sempre un po’ in ritardo rispetto all’arrivo dei moti. I sauditi cercarono di aiutare Ben Ali quando si capì che avrebbe lasciato il suo posto. Dopo aver a lungo sperato nella caduta di Gheddafi si accorsero che quel vuoto di potere sarebbe stato un obiettivo utile per tutti e cercarono di rimediare aiutando, senza grandi risultati.

L’incomprensione delle primavere arabe è dovuta ad un’incapacità di capire il cambiamento e i motivi del cambiamento. I prìncipi e ministri del Re non erano riusciti a spiegarsi quelle manifestazioni, non era pensabile che paesi in cui la crescita economica e le disuguaglianze miglioravano si rivoltassero contro i propri presidenti. Quello che non si riusciva a leggere era che le disuguaglianze scendevano perché la classe media si appiattiva su la classe povera.

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Anche in casa e in Bahrein i politici di Ryhad sono arrivati in ritardo, ma hanno potuto permettersi un atteggiamento diverso riguardo le fiamme della rivolta che, per loro fortuna, avevano colpito solo le minoranze, o maggioranze nel caso del Bahrein, sciite. Il fuoco fu spento con il sangue e questo sembrò ridare a Salman un certo grado di tranquillità.

L’unica magra consolazione fu vedere che anche la Siria, infedele e nemica, diventasse terreno di scontro, senza accorgersi che una Damasco in fiamme avrebbe aumentato l’influenza e l’importanza di Teheran, come è successo,  trasformandolo nel più importante interlocutore dell’Occidente e della Russia sulla Siria.

Ryhad e Teheran: due potenze allo stesso tavolo

Se si leggono i resoconti diplomatici sauditi, gentilmente forniti da WikiLeaks, si nota come lo spettro degli iraniani sia ovunque. Tutto quello che succede, che intacchi il potere saudita, viene ormai ricondotto agli iraniani, anche i problemi minori.

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Iran e Arabia Saudita sono nemici dai primi focolai di rivoluzione islamica del ’78, si contendono le riserve petrolifere più grandi del mondo e soprattutto si contendono lo scettro di guida del mondo islamico. Questa gara di purezza, guardando i rapporti tra Occidente e Ryhad, potrebbe essere vinta senza difficoltà dall’Iran, che si oppone all’Occidente e lo ricatta, ma ai monarchi sauditi basta ricordare che lo sciismo si nasconde dietro i confini iraniani per riprendere un barlume di purezza religiosa.

Lo scontro tra le due super potenze però si svolge senza regole con scontri asimmetrici in tutto il quadrante. Ogni mossa di una è fermata da un intervento dell’altra e come una partita di scacchi coinvolge diversi attori, come ad esempio le milizie di Hezbollah che si scontrano contro i sunniti libanesi e con i ribelli sunniti in Siria.

Il caos yemenita

Il caso più eclatante e di sicuro più preoccupante dello scontro con Teheran per l’Arabia Saudita, sia per la vicinanza sia per i costi, è diventato lo Yemen. Dopo che nel 2015 i ribelli Houthi, minoranza di sciiti zaiditi, hanno attaccato la capitale e preso il controllo, il paese si è posizionato su un  piano inclinato che lo ha lanciato verso il caos. Per il regno saudita la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’offensiva houthi di marzo 2015 che ha portato le forze ribelli a minacciare Aden, dove si trovava il governo legale del generale Hadi, amico leale di Ryhad.

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Il giorno dopo la fuga di Hadi in Arabia saudita ha lanciato la missione Tempesta Decisiva, organizzata con il supporto di buona parte degli alleati del Golfo, notevole la defezione dell’Oman. La missione, esclusivamente aerea, si era posta degli obiettivi ambiziosi, decisamente irrealistici, tra cui la sconfitta su tutti i fronti dei ribelli e la ricostruzione dello stato yemenita. Un esercito poco abituato a combattere, anche se con in dotazione le migliori armi di fabbricazione occidentale, ha all’inizio colpito il nemico, il quale poi, essendosi riorganizzato ha avuto la capacità di rispondere e resistere.

La capacità degli Houthi di colpire l’Arabia Saudita è comprensibile dalle misure poste in campo dal governo centrale per proteggere la popolazione vicina al confine yemenita. La creazione di una striscia larga 20/30 km e lunga 200 descrive come l’esercito saudita non sia riuscito a tenere il conflitto fuori dai confini statali.

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Il costo della guerra e le tattiche disumane utilizzate dai piloti sauditi hanno inoltre assottigliato gli alleati del governo centrale. Il bombardamento a Sana’a di un matrimonio con la morte accertata di moltissimi civili ha creato grande scalpore nella comunità internazionale, portando gli Stati Uniti a interrompere il contratto che forniva la bomba che ha colpito a Ryad. Le spese militari hanno invece molto indebolito il monarca da un punti di vista interno, infatti proprio in questo periodo sono state introdotte misure di austerità, come l’innalzamento del prezzo della benzina. Il governo ha detto che queste misure non sono dovute dalla guerra, ma il conto è facile esse vanno esattamente a coprire le risorse spese nel conflitto. Questo va rompere il contratto sociale che è alla base delle monarchie del golfo

Il nemico interno alla famiglia

Questo dissenso interno ha inoltre creato dei forti dissapori all’interno della Casata Saud che mostra ancora di più la propria debolezza. Durante un incontro del GCC, il quotidiano Al Watan  ha ripreso il ministro dell’Interno e principe ereditario, Muhammad Bin Nayef, lamentarsi della guerra in Yemen, dichiarare che la cosa importante è terminarla al più presto e criticare l’atteggiamento saudita in Siria. Questa intervista ha creato grande scalpore se non che è stata ritirata dopo poche ore e il giornale ha affermato di essere stato attaccato da hacker iraniani. 

Quelle parole però sono rimaste e si spiegano con lo scontro che attualmente vi è all’interno del governo saudita. Infatti il principe ereditario si sta scontrando duramente con il principe Salman, ministro della difesa e figlio dell’attuale monarca, che invece vuole una politica molto più aggressiva, per difendere la storia dell’Arabia Saudita. Il disegno del principe Salman si allarga a molti aspetti infatti vorrebbe disporre truppe di terra in Yemen, rompere ancora di più le relazioni con Teheran e prendere con più forza la leadership del mondo sunnita.

Una politica cauta contro una politica aggressiva, sarà necessario vedere quale politica prevarrà per capire il futuro dell’Arabia Saudita.

Fonti

http://orientxxi.info/magazine/between-war-in-yemen-and-war-of-succession,1641

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2016/01/oman-saudi-arabia-iran-tension-execution-nimr-mediator.html

http://www.mei.edu/content/article/update-yemen-situation

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mehiel Free ha detto:

    Bell’articolo. Chiaro. Semplice ed esauriente. Molto più difficile scrivere organizzato e chiaro vuol dire che si ha interiorizzato la knowledge.

    Mi piace

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