Le elezioni in Iran e il futuro del Medio Oriente

Il 19 maggio prossimo si svolgeranno le elezioni presidenziali nella Repubblica Islamica dell’Iran, i risultati saranno fondamentali per capire quale sarà il futuro della politica iraniana nel Medio Oriente e nel mondo. Secondo le regole costituzionali il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, un gruppo di sei giuristi nominati dalla Guida Suprema l’Ayatollah Ali Khamenei, ha valutato diverse candidature e ne ha approvate sei, bocciando tra l’altro nomi importanti come l’ex presidente Ahmadinejad.

I centri di potere in Iran e le alleanze di potere

Le elezioni politiche della Repubblica Islamica sono sempre state raccontate seguendo la narrazione che rappresentava uno scontro tra candidati conservatori e candidati riformisti. Analizzando la situazione più a fondo è possibile identificare in Iran tre centri di potere: il clero sciita, i tecnocrati e l’apparato di sicurezza, militare e paramilitare. Nessuno di questi gruppi, a partire della fondazione della Repubblica nel 1979, ha mai avuto un potere tale da governare il paese da solo, ma è sempre stata necessaria un’alleanza con uno degli altri due gruppi.

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Queste alleanze hanno sempre determinato delle politiche più conservatrici, nel caso di alleanze tra  la parte religiosa e militare, ma anche più riformiste, nel caso di alleanze tra tecnocrati e clero sciita. Le presidenze fino al 2012 sono state principalmente caratterizzate dall’alleanza tra clero sciita conservatore e l’apparato di sicurezza militare, tolte le presidenze Rafsanjani e Khatami. L’elezione di Hassan Rouhani ha infatti rotto il monopolio delle forze conservatrici dopo due mandati del presidente Ahmadinejad, ricostituendo un’alleanza stabile tra il clero sciita moderato e i tecnocrati sotto il favore dell’Ayatollah Khomeini, che ha definito fallimentare la linea dura del predecessore.

I candidati

I candidati alle elezioni del 19 maggio sono 6. Oltre a Hassan Rouhani troviamo Mohammad Baqer Ghalibaf, sindaco di Teheran, Mostafa Aqa-Mirsalim, vice presidente durante la presidenza di Rafsanjani e di Khatami, Mostafa Hashemi-Taba, già ministro della Cultura durante la presidenza di Rafsanjani, Eshaq Jahangiri, attuale vice presidente, e Seyyed Ebrahim Raisi, custode del Santuario dell’Imam Reza a Mashhad.

Il primo è l’attuale presidente Hassan Rouhani, il quale rappresenta i tecnocrati e il clero moderato, nonostante le difficoltà del suo primo mandato resta il favorito per la vittoria. Rouhani è sempre stato un membro dell’apparato di potere iraniano, ha ricoperto numerose cariche importanti, infatti è stato presidente della commissione sicurezza dello Stato Iraniano dal 1989 al 2012.

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È sempre stato un personaggio di confine tra gli ambienti conservatori moderatori e i moderati progressisti, dell’ex presidente Rafsanjani. Proprio questo ruolo gli ha permesso di vincere le elezioni del 2012 contro Ahmadinejad. È sempre stato un promotore dei diritti civili in Iran, tanto da proporre in parlamento una nuova carta dei diritti, anche se il procedimento è stato bloccato dal Leader Supremo Khamenei.

Il secondo candidato è Ebrahim Raisi, il quale ha sempre ricoperto ruoli molto importanti nel sistema giudiziario iraniano fino a diventare dal 2014 al 2016 Attorney General della Rivoluzione Iraniana. L’ex ministro è il candidato del clero conservatore e di una parte delle forze armate.

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Raisi è un personaggio che è nato e cresciuto dentro la mentalità conservatrice di conseguenza vede come ultimo arrivo della repubblica islamica la totale realizzazione della legge islamica sciita, gli insegnamenti di Maometto. La sua postura è quella di un religioso intransigente e di conseguenza ha anche delle posizioni molto dure riguardo altri attori del Medio Oriente come l’Arabia Saudita, da lui spesso definita il regno infedele.

Il terzo candidato è Mohammad Bagher Ghalibaf, sindaco di Teheran e prima ufficiale nelle fila delle Guardie della Rivoluzione Iraniane. L’ex militare è il candidato dell’apparato di sicurezza e soprattutto delle Guardie Rivoluzionarie, i Pasdaran, da molti ritenuti i veri padroni dell’Iran.

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Potrebbe esser fuorviante pensare che un ex militare prenderebbe come sua linea principale quella di supportare in modo deciso le forze armate. Ghalibaf infatti non è mai stato vicino alle forze armate regolari e ha messo al centro del proprio progetto il supporto alle forze paramilitari iraniane, come le Brigate Quds e i gruppi di difesa della Repubblica Islamica.

Una figura si staglia prepotente dietro a Ghalibaf: Qasem Soleimani, capo delle brigate Quds e “war machine” iraniana in tutto il Medio Oriente. Attualmente Soleimani è il responsabile dell’intero apparato di difesa impegnato fuori i confini della Repubblica.

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Gli altri tre candidati sono rappresentanti di piccole fazioni riformiste e conservatrici, vicine più alla società civile o più ai militari, che però non sembrano avere possibilità all’interno delle elezioni.

Le stime ci dicono che il vero scontro sarà tra il Presidente Rouhani e Ebrahim Raisi, dato la loro vicinanza all’Ayatollah Ali Khamenei, che resta senza dubbio il padrone della vita politica iraniana.

I temi caldi della campagna

Le due parti si confronteranno su molti temi ma i più centrali saranno sicuramente la politica estera e l’accordo sul nucleare( il JPCOA), l’economia del paese e i rapporti con la nuova amministrazione americana di Trump.

Il Presidente Rouhani per essere rieletto deve dimostrare che la politica di avvicinamento all’Occidente che è stata portata avanti non ha mandato un messaggio di debolezza del paese, ma anzi lo ha spinto ,verso un nuovo ruolo di leadership nel quadrante mediorientale.

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La difficoltà per Rouhani risiede nelle problematiche che si sono incontrate nella completa implementazione dell’accordo sul nucleare. L’Iran ha effettivamente rispettato l’accordo e le sanzioni sono state, in parte, tolte dal presidente Obama e dall’Europa, ma la fragilità dell’accordo, grazie all’approdo di Donal Trump alla Casa Bianca, ha reso le maggiori banche e industrie multinazionali renitenti all’aprire filiali o firmare contratti con la Repubblica Islamica, percependo il rischio di rappresaglie o improvvise nuove sanzioni da parte di Washington.

(Abbiamo analizzato l’economia dell’Iran in questo articolo)

I conservatori attaccano il Presidente proprio su questo tema, rimarcando il fatto che l’Iran ha cessato ogni forma di sviluppo del programma nucleare militare senza però ricevere allo stesso tempo tutti i benefici che Rouhani aveva promesso durante il periodo di discussione a Vienna.

Resta il fatto che l’economia iraniana ha giovato dell’accordo il quale, nonostante le difficoltà, ha sbloccato all’Iran una fetta di mercato del petrolio, risorsa di cui è un grande produttore. Inoltre ha permesso ad industrie iraniane, e al governo, di sbloccare conti esteri rimasti congelati per decenni e di firmare contratti con partner occidentali, in particolare europei, che stanno spingendo l’occupazione e l’economia.

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L’altro punto su cui si discute è l’atteggiamento nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca. I conservatori, sia Ebrahim Raisi che Mohammad Bagher Ghalibaf, propongono un comportamento più aggressivo verso Trump, che non perde occasione per attaccare il paese e in ogni crisi internazionale sembra mandare un messaggio al paese degli Ayatollah.

Rouhani ha sempre risposto in maniera molto decisa, definendo il nuovo presidente un uomo inesperto e senza capacità e permettendo il test missilistico di Febbraio. I falchi di Teheran però credono che sia necessario avere una postura anche più aggressiva e non escludono la possibilità di una chiusura dello Stretto di Hormuz, unica entrata al Golfo Persico e punto di snodo del commercio internazionale del greggio.

L’elezione del nuovo leader supremo

Il prezzo in gioco in queste elezioni non è solo la gestione della politica, dell’economia e delle relazioni esterne della Repubblica Islamica, ma in questa tornata elettorale si corre anche per avere voce in capitolo nell’elezione del nuovo leader supremo. L’Ayatollah Ali Khamenei non gode di buona salute e molte voci affermano che difficilmente arriverà alle prossime elezioni presidenziali iraniane.

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Secondo la costituzione il Presidente è una delle tre figure, insieme al Ministro della Giustizia e il Capo del consiglio dei Guardiani, che assume le funzioni della Guida Suprema dell’Iran alla sua morte. Questo non gli garantisce del potere formale sull’elezione del successore ma vorrebbe dire avere un potere informale molto potente sull’Assemblea degli Esperti, organo religioso sciita deputato alla scelta del nuovo leader.

Le elezioni del 19 maggio dunque non saranno fondamentali solo per capire la postura che l’Iran avrà per i prossimi quattro anni nel panorama mediorientale, ma saranno anche molto importanti per determinare quale sarà la nuova linea della Guida Suprema, che come abbiamo visto nel caso di Khamenei, ha ripercussioni sulla politica di tutta la mezzaluna sciita, da Teheran fino a Beirut passando per Damasco e Baghdad.

Approfondimenti Fonti:

http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/inside-irans-2017-election-economics-politics-and-national-security

http://www.middleeasteye.net/news/rouhani-steps-rhetoric-against-hardline-opponents-presidential-debate-islamic-revolution-207032874

http://www.mei.edu/iran-observed

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