Il ponte di Crimea: il ricorso dell’Ucraina e il diritto del mare

Lo scorso 15 maggio è stato inaugurato dal presidente russo, Vladimir Putin, il Ponte di Crimea, che collega Kerc, nella suddetta penisola, e la regione russa di Krasnodar. Un ponte che, con i suoi 19 chilometri, ottiene il primato di ponte più lungo d’Europa, prima detenuto dal Ponte Vasco da Gama di Lisbona.

Inquadrando il territorio in un panorama geopolitico, si fa, in maniera più che riassuntiva, riferimento al fatto che la penisola di Crimea rappresenta e ha incarnato negli ultimi anni motivo di calorosa discordia tra Russia e Ucraina, in quanto è stata sottratta a quest’ultima dalla Russia, che la ha occupata militarmente e poi annessa, a seguito di un referendum fortemente contestato dall’Ucraina.

RICORSO DA PARTE DELL’UCRAINA DAVANTI ALLA CORTE PERMANENTE DI ARBITRATO:

La costruzione del ponte è stata condannata da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Unione Europea e NATO, ma, in particolar modo, l’Ucraina si è da subito opposta ad essa in quanto avrebbe danneggiato l’ambiente e impedito a grandi navi di entrare nel mar d’Azov, parte del Mar Nero su cui si affacciano alcune importanti città ucraine. Inoltre, una tale costruzione avrebbe rappresentato un’inosservanza del diritto internazionale.
Proprio in virtù di ciò, l’Ucraina ha presentato un ricorso alla Corte Permanente di Arbitrato, in conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in difesa e per la tutela della sovranità ucraina. La richiesta, presentata a febbraio 2018, verrà presa in analisi da parte del tribunale entro la fine del 2018. Il capo di stato ucraino ha voluto sottolineare che la controversia, che sarà oggetto di analisi da parte della Corte, riguarda la violazione da parte della Russia dei diritti di sovranità dell’Ucraina sul Mar Nero, sul Mar d’Azov e sullo Stretto di Kerch ma che ciò non riguarda affatto la sovranità ucraina sulla Crimea, questione che, tra l’altro, è fuori discussione ed indubbia.

Il diritto del mare nel panorama internazionale

A partire da questo ricorso, ci si può soffermare su un ampio e interessante ramo del diritto internazionale, vale a dire il diritto del mare, che comprende le regole e i principi che i soggetti di diritto, in particolar modo gli stati, devono seguire e ai quali devono adeguarsi quando interagiscono in questioni marittime, come, ad esempio, diritti di navigazione e di giurisdizione nelle acque costiere.

La codificazione del “diritto del mare” è contenuta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), conclusa nel 1982 ed entrata in vigore nel 1994, dopo il raggiungimento delle condizioni previste dal trattato, cioè la ratifica da parte di almeno 60 stati. Oggi ne fanno parte 168 membri, di cui 164 sono membri dell’Onu, ai quali si aggiungono la Palestina, le Isole Cook, Niue, e l’Unione Europea. Questa convenzione ha preso il posto del “vecchio” diritto del mare che si fondava sul concetto della libertà dei mari, un principio che era stato delineato nel diciassettesimo secolo, secondo cui i diritti degli stati e la loro giurisdizione nei confronti dei mari e degli oceani era limitata ad una cintura di mare che circondava la costa dello stato. Per il resto, i mari erano considerati liberi, “acque internazionali”, e, quindi, sotto il controllo di nessuno. Non è difficile dedurre che la situazione si è completamente ribaltata nel ventesimo secolo, quando gli stati hanno iniziato ad esprimere il loro desiderio e impeto di estendere la loro giurisdizione nazionale ben oltre le risorse a cui avevano potuto attingere fino a quel momento.

Verso un ampliamento delle acque territoriale ci si è mossi, dunque, all’indomani della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti di Truman, seguiti da un gruppo di stati, ha iniziato a dichiarare l’estensione delle proprie acque, non più limitata a 3 miglia dalla costa, ma spingendosi anche a 200 miglia nautiche. La situazione iniziò, ovviamente, ad essere sempre più complicata da gestire e si decise infine di convocare un’assemblea per discutere riguardo ai provvedimenti da prendere. L’assemblea venne indetta a New York nel 1976 e, a seguito di un lungo processo di negoziazione, nel 1982 si è concluso l’accordo già menzionato che ha posto le basi per una nuova regolamentazione del diritto del mare, superando così il principio della libertà marittima.

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Credits: Wikimedia Commons


L’importante compito che è stato affidato alla Convenzione è quello di stabilire e disciplinare le questioni maggiori e di primaria importanza nella definizione ed identificazione dei limiti tra ciò che appartiene ad uno stato e ciò che si identifica come acque internazionali.
Il punto a partire dal quale hanno avvio le misurazioni e vengono definite le varie zone marittime prende il nome di “linea di base”, che corrisponde ad una linea che unisce i punti notevoli della costa, ed essa, nel caso in cui sia caratterizzata da frastagliature o isole, può comprendere anche tratti di mare piuttosto ampi.
Dalla linea di base, dunque, vengono calcolate le 12 miglia nautiche che rappresentano le “acque territoriali”, dalle quali si misurato altre 12 miglia che indicano la “zona contigua” e sempre dalla linea di base vengono contate le 200 miglia nautiche che rappresentano la cosiddetta “zona economica esclusiva” (ZEE), vale a dire quella parte di mare all’interno del quale il territorio di riferimento può sfruttare con diritto esclusivo le risorse naturali.

La risoluzione di controversie in tema di diritto del mare


Se generalmente la risoluzione di controversie viene sancita da un protocollo separato dal trattato internazionale e, per di più, gli stati scelgono di essere vincolati ad esso, la Convenzione sul diritto del mare rappresenta a tutti gli effetti un caso unico, in quanto il meccanismo per la risoluzione di controversie è già stato incorporato nel documento stesso, rendendolo obbligatorio per tutti i membri
. Ovviamente, alcuni stati si sono da subito opposti all’idea di essere vincolati da giudizi derivanti da giudici e arbitri e quindi da entità terze, ritenendo la possibilità di risolvere la controversia per mezzo di negoziazioni tra gli stati interessati, la soluzione migliore; altri, invece, hanno considerato come unica opzione plausibile la volontà degli stati di vincolarsi in anticipo, accettando le decisioni di un organo giuridico. Come già visto, le negoziazioni e discussioni per l’approvazione e la stesura della Convenzione sono state faticose e di lunga durata, dal 1976 al 1982; e la decisione riguardante la risoluzione delle controversie rappresenta un esempio di negoziazione e compromesso tra le varie volontà e posizioni, rappresentando una svolta storica e punto di riferimento per il diritto internazionale in generale.

Infatti, il meccanismo è molto particolare e innovativo, in quanto secondo quanto stabilito dalla Convenzione, qualora la risoluzione di controversie tra stati caratterizzata da dialoghi diretti tra di essi fallisca, essi hanno la possibilità di ricorrere a quattro diverse procedure: la sottomissione della disputa al Tribunale Internazionale per il diritto del mare (ITLOS), la sentenza della Corte di giustizia (CIG), la sottomissione del caso ad un tribunale arbitrale o la sottomissione a tribunale arbitrale con competenza in specifici ambiti e materie. In tutti e quattro i casi è prevista una risoluzione vincolante sancita da una parte terza, cioè un agente che non ha nulla a che fare con le due parti in causa.

Esiste però un’eccezione e riguarda i casi in cui la sovranità statale rappresenta l’oggetto del caso. In tale circostanza, infatti, per le parti vi è l’obbligo di presentare la controversia ad una commissione di conciliazione ma essa non avrà carattere vincolante; ciò è stato sancito al fine di “tutelare” gli Stati ma ritenendo che la pressione morale derivante dalla decisione rappresenti un vincolo abbastanza forte per garantire un buon risultato e una soluzione positiva dello scontro.

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Palazzo di Giustizia, Credits: Chiara Antonini


In conclusione e in attesa di vedere l’inizio dell’analisi del caso da parte della Corte Permanente di Arbitrato, si può classificare il ricorso da parte dell’Ucraina come una procedura di terzo tipo, cioè il ricorso ad un tribunale arbitrale. 

 

Fonti e approfondimenti:

https://www.theguardian.com/world/2018/may/15/putin-opens-bridge-between-crimea-and-russian-mainland

https://www.unian.info/society/10125938-ukraine-applies-to-international-tribunal-over-unlawful-construction-of-crimean-bridge.html

Ha aperto il controverso ponte che collega la Russia alla Crimea

http://www.un.org/depts/los/convention_agreements/convention_historical_perspective.htm

http://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/UNCLOS-TOC.htm

http://www.president.gov.ua/en/news/ukrayina-pozivayetsya-proti-rosiyi-do-postijnogo-arbitrazhno-45926

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