La funzione politica del bazar e il suo ruolo nelle Primavere arabe

Quando usiamo il termine persiano “bazar” (nei Paesi arabi sarebbe più corretto usare la parola “suq”) indichiamo quell’area urbana dedita alla compra-vendita delle più svariate mercanzie e quindi organizzata in virtù del commercio. Insieme alla moschea e al palazzo reale, quest’area delimitata da mura o da altri tipi di separazioni fisiche dal resto della città, è sempre stata, e lo è tutt’ora, uno dei centri vitali per qualsiasi tipo di attività, commerciale e non.

A differenza delle città europee, le città arabe, persiane e ottomane, hanno sempre localizzato ogni tipo di attività commerciale (fatta eccezione per le botteghe alimentari) all’interno del cosiddetto “bazar“. L’organizzazione del bazar ricorda in qualche modo le gilde mercantili delle città medievali europee: a ogni bottega di ogni tipo di attività corrisponde una localizzazione geografica vicina ai propri “colleghi” e addirittura rivali. Così nei vari bazar del Medio Oriente sarà facile individuare la via o il vicolo in cui si riuniscono i negozi di ceramica, o di prodotti tessili, o i fabbri o ancora i gioiellieri. Ovviamente, essendo un luogo altamente frequentato dalla popolazione locale e non, la funzione del bazar non si limita solo allo scopo commerciale ma diventa un importantissimo crocevia di scambi culturali e di idee politiche.

Il ruolo dei Bazar sotto i regimi Mediorientali            

Nonostante le ondate di proteste che hanno cambiato il mondo arabo negli ultimi anni, la situazione pre “Primavere Arabe” dei bazar era ben diversa da quella che si può riscontrare ora dopo anni di proteste e guerre civili.

Abbiamo già evidenziato come il bazar abbia sempre svolto una funzione non solo economica, ma anche politica. Ogni giorno, decine di migliaia di persone affollano le vie in cui vengono esposte le merci più svariate ed è facile immaginare come gli esponenti dei regimi dittatoriali, che hanno caratterizzato quest’area geografica, abbiano usato le proprie forze di polizia e i servizi segreti per tenere sotto controllo la popolazione. Ad esempio, nel suq della Damasco pre-2011, sarebbe stato impossibile notare affissi alle pareti delle botteghe manifesti politici raffiguranti immagini diverse da quelle di Assad. Allo stesso modo sarebbe stato impossibile udire messaggi di propaganda diversi dagli slogan del partito alawita Ba’th, diffusi tramite altoparlanti o da agenti del regime impegnati a far politica urlando in mezzo al bazar.

14119066516_dd3ff59ec1_o
Ritratto di Assad all’ingresso di un negozio di telefonia. Fonte: Flickr

Ma ciò che spaventa maggiormente sono le tecniche di repressione di chiunque sia considerato un nemico del regime o un sovversivo. Fitte reti di informatori, agenti sotto copertura e poliziotti di pattuglia, tutti facenti capo ai piani alti del regime, indagavano ogni giorno per trovare e soffocare ogni sentimento di insofferenza verso Assad. Le “indagini” e i controlli non risparmiavano nessuno: clienti, turisti, mercanti erano tutti sottoposti a interrogatori e a controlli a sorpresa.

Il modus operandi è stato lo stesso per tutti i regimi che hanno preceduto l’avvento delle “Primavere Arabe”: dalla Siria di Assad alla Libia di Gheddafi passando per la Tunisia di Ben Alì. I bazar sono stati il simbolo dei fiorenti commerci e della vita sociale delle maggiori città arabe, ma allo stesso tempo sono stati anche luoghi di paura e di repressione, dove bastava una parola sbagliata per venire arrestato ed essere rinchiuso.

La classe socio-politica del bazar: i Bazari

Il ferreo controllo imposto dai regimi arabi sui bazar è frutto anche dei cambiamenti politici causati proprio dalla classe socio-politica che nel XX secolo ha caratterizzato la vita commerciale delle città mediorientali e in particolar modo dell’Iran: i cosiddetti “bazari”. Con questo termine vengono indicati i membri di quella classe sociale, ormai quasi del tutto sparita o perlomeno privata dei propri poteri, che affondava le proprie radici nel commercio e nelle ricche attività commerciali. Queste sono sempre state tramandate come arte e come lavoro di padre in figlio per secoli. Il processo di trasmissione ha inevitabilmente costituito una potente casta, in grado di decidere (di comune accordo tra i vari membri), i prezzi dei vari beni e anche a direzione politica dei paesi.

Questa particolare classe sociale, d’importanza paragonabile alle più ricche gilde europee del Medioevo o alla ricca borghesia dell’800, ha più volte esercitato, nel corso della storia, la propria influenza anche su scala nazionale. L’esempio più importante e più recente è sicuramente la Rivoluzione che nel 1979 ha cambiato l’Iran. La sostituzione della famiglia reale con una classe di teocrati armati è stata possibile grazie ai finanziamenti della classe bazara più agiata e politicamente forte. Va ricordato infatti che da tempo essa era in contrasto con la monarchia che non ne favoriva l’attività.

Prendendo esempio da ciò che è successo nel Paese persiano, gran parte dei Paesi del Medioriente ha provveduto a un più ferreo controllo sulle attività dei bazar. A volte si è arrivati all’eleminazione fisica o l’allontamento dei membri più potenti e ricchi della classe bazara, ormai quasi del tutto estinta. Ciò è successo ad esempio nella Libia di Gheddafi è un chiaro esempio. Dietro la scusa dell’applicazione del “socialismo arabo” spesso sono stati sequestrati beni e incarcerati i commercianti più ricchi e potenti dei bazar. Questo per scongiurare la minaccia di sommosse popolari, finanziate e appoggiate da individui politicamente influenti nelle varie realtà cittadine libiche.

La vita nei Bazar durante le Primavere arabe

I “germi” della rivolta, come abbiamo visto, non sono nati di certo nei bazar, bensì nelle università e nei luoghi di lavoro di massa e sui social network. Tuttavia, una volta accesa la scintilla della rivoluzione, anche i bazar hanno risentito della particolare situazione, rispecchiando l’andamento degli scontri. I mercati hanno assistito a momenti di dura repressione, con tristi episodi di rastrellamenti per chi avesse criticato il regime, a momenti di libera protesta con pubbliche accuse rivolte al potere centrale.

800px-Huge_demonstration_in_Homs_against_Al_Assad_regime
Homs,pedia manifestazione anti-Assad. Fonte: wikipedia

Con il trascorrere del tempo e il perpetuo stato di emergenza di molte città divorate dai conflitti civili, i bazar hanno risentito della situazione anche in ambito economico. La popolazione, avendo paura di scendere in strada e temendo ritorsioni da parte delle forze dell’ordine, ha affollato sempre meno le vie e le piazze dei bazar andando a danneggiare quello che, a tutti gli effetti, è il nucleo della piccola economia locale. Di conseguenza la presenza sporadica di proprietari di botteghe coraggiosi da continuare a svolgere le proprie attività è stata messa a dura prova. Alla base di questo vi è la volontà dei regimi di far scomparire ogni luogo di aggregazione, dove è possibile che rinasca la protesta.

La violenza islamista e le dimostrazioni di forza dei jihadisti

Essendo luoghi frequentati quotidianamente da migliaia di persone, i bazar hanno rappresentato un facile obiettivo, a volte un utile strumento, anche per le formazioni islamiste che in tempi recenti, ma anche nei decenni scorsi, hanno provato a farsi valere con la forza nella propagazione dei propri messaggi. Al pari di ospedali, scuole, uffici statali e caserme, i suq del Medio Oriente, caratterizzati da una sicurezza facilmente eludibile, sono divenuti tristemente noti come target di azioni terroristiche, sfruttando armi da fuoco, o esplosivi, o autovetture scagliate sulla folla. Jihadisti appartenenti all’Isis, ad Al-Qaeda e ad Al-Shabaab hanno messo in atto vere e proprie carneficine, come quella consumatasi al bazar di Khan al-khalili (Il Cairo, Egitto) nel 2009 e i ripetuti attentati in Iraq.

Concludendo proprio con l’Iraq, va evidenziato come i vari bazar delle città di Mosul e Boukamal (a lungo controllate dalle milizie di Daesh), abbiano svolto anche la funzione di centro di propaganda. I messaggi islamisti e l’applicazione della Shari’ah sono diventate la routine dei mercati, dove è stato anche praticato il boicottaggio coatto di mercanzie non conformi alla Legge Coranica.

Fonti e approfondimenti:

http://www.treccani.it/vocabolario/bazar/

https://it.sputniknews.com/blogs/201705304480759-primavere-arabe-fallite

Le primavere arabe. Breve storia di un fenomeno controverso

Il popolo iraniano contro la borghesia del bazar e il neoliberismo occidentale

 

Share this post

Rispondi